Amy, la ragazza oltre il nome

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Amy

La locandina di Amy

Una festa di compleanno tra poche amiche. Battute, una vecchia telecamera dalle inquadrature storte, scoppi di risa. A un certo punto parte un “Happy birthday” corale. La voce di una delle ragazze si distingue dalle altre: non per il volume, quanto per il suono duro, particolare. Tant’è che dopo pochi secondi le altre tacciono, ascoltano. E questa ragazzina coi capelli neri e un leccalecca in mano continua a cantare in modo insolito per una quattordicenne: una voce matura, strana, sicura. È già la voce di Amy Winehouse.

È così che ha inizio Amy – The Girl Behind The Name, il docu-film di Asif Kapadia sulla (breve) vita di una delle artiste più talentuose e incomprese degli ultimi anni. Un film di quasi due ore e mezzo che scivolano via rapide, lasciando dietro di sé stupore, indignazione, emozione, tristezza. Soprattutto tristezza, alla fine.

Da un paio di anni ascolto la musica di Amy Winehouse. Purtroppo non la conoscevo molto quand’era in vita: un po’ perché all’epoca della sua morte avevo solo quindici anni, un po’ perché ero abituata a pensare a lei come a un’alcolizzata prima che come a un’artista. E come me molti, troppi altri. Perché – il film ce lo mostra chiaramente – era questa l’immagine che i media facevano emergere più volentieri: quella della ragazza difficile, dedita alla promiscuità, tormentata dai problemi di droga e alcol che insomma, sì, alla fine se è morta se l’è pure andata a cercare. E allora grazie, grazie a questo documentario, perché riesce ad andare oltre, a far quasi vergognare di essere stati così superficiali.

Ci mostra la Amy artista, triste, sensibile, vulnerabile, che amava troppo, che era legata in modo estremo alla figura del padre e a quella del marito, che un attimo cercava di lottare contro le proprie dipendenze e un attimo dopo si arrendeva, sconfitta. Ci mostra la velocità di una vita priva di soste, di respiri profondi. Ci mostra una ragazza brillante, ironica, innamorata della buona musica e con una vasta cultura musicale. Ad esempio, nella scena in cui sta per essere annunciato il vincitore dei Grammy Awards, dopo che è stata ricordata la candidatura di Justin Timberlake la ragazza si volta verso i musicisti e domanda, perplessa e con un velo di ironia: «Ha veramente chiamato il suo album What goes around comes around?». E quando ad annunciare il vincitore viene chiamato sul palco Tony Bennett, a sorpresa, la faccia di Amy è un misto di stupore, commozione, gioia: «Papà, papà» dice guardando verso il pubblico, «È Tony Bennett!».

In modo sottile, ma piuttosto esplicito, il film punta il dito contro il padre della cantante, Mitchell Winehouse. Praticamente assente durante l’infanzia della donna, si dimostra piuttosto venale quando inizia ad arrivare il successo: accetta di girare un documentario sulla propria vita – che praticamente è quella di Amy – nonostante lei stia cercando un po’ di pace, la spinge a non annullare i concerti e i tour anche quando la salute della ragazza non glielo permetterebbe, le consiglia di non andare in riabilitazione negandone la necessità. Avete presente quando Amy canta: “My daddy thinks I’m fine” in Rehab? Ecco.

Forse il difetto di questo documentario è quello di voler trovare troppe giustificazioni. Si accusa il padre di Amy, suo marito, il suo carattere troppo fragile. Ma probabilmente è stata l’inquietudine, più che la fragilità, a fregarla. Il voler correre, l’incapacità di fermarsi, di godere la semplicità di un momento. Perfino pochi minuti dopo aver vinto il Grammy, quando si è ormai disintossicata da settimane, mentre tutto attorno a lei è euforia e soddisfazione, la sua amica Juliette la trova per conto suo, mesta: «Ah, Juliette. È così noioso senza droghe!».

Ad accorgersi di quest’inquietudine – che forse è ciò che ha fatto di Amy l’artista che era – è proprio Tony Bennett, intervistato all’interno del documentario.

È stata una delle cantanti jazz più vere che abbia mai sentito. Aveva il dono totale. Se fosse ancora viva le direi: Rallenta. La vita ti insegna a vivere, se riesci a vivere abbastanza a lungo.

D’altronde, il pregio di questo documentario è senz’altro quello di mostrarci cosa ci fosse oltre l’immagine che troppo spesso è trapelata di lei. Le fragilità, la forza, la ruvidezza, la dolcezza. Un gioco di contrasti. Un po’ come la sua voce. In questo film Amy non è la ragazza che barcolla sul palco poche settimane prima di morire: è anche tutto il percorso che c’è dietro. È profonda, disperata, sola, curiosa, avida di vita, innamorata della musica, coraggiosa, fragile, viva. Ma per accorgersi di questo, alla fine, basta ascoltare una sua canzone.

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Guendalina Ferri

Guendalina Ferri

Pistoia, 22 anni. Curiosa per scelta, lettrice per necessità, miope per sfiga. Un giorno farò la giornalista o il marinaio, devo ancora decidere.

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