Il cinema della crisi 3 – Attenberg

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Attenberg

Scena iniziale di Attenberg

Attenberg sembra sin dai primi secondi uno dei più memorabilmente disturbanti film degli ultimi anni e si preannuncia tale con solamente una scena. Immaginate: inquadratura fissa, sullo sfondo una parete cromaticamente omogenea e in primo piano due donne che tentano di baciarsi, contorcendo le lingue tra loro in modo decisamente insolito e tenendosi a una distanza tale da non facilitare certamente il lavoro. Una delle due, che scopriamo nella stessa sequenza aver appena ricevuto il suo primo insolito bacio, sembra addirittura avere dei conati di vomito, presa da dei goffi sussulti. Il suo essere disgustata e maledettamente capricciosa e lunatica ha un che di infantile, così come il fatto di ringhiare contro l’amica che tenta solo di “insegnarle” come si bacia. Marina (questo è il nome del personaggio) è però un’adulta, con nessuna conoscenza in ambito sessuale e la mente piena di dubbi e tabù. Il sesso la disgusta, per lei il piacere che se ne può trarre è del tutto incomprensibile e la sua migliore amica, Bella, è talmente disinibita (pur interiorizzando il senso di colpa a cui la morale costringe) da spingerla a difendersi da lei e dalla sua esperienza sessuale («Bella, sei una puttana» gli ripete più volte, come a volerla apostrofare per non dover affrontare la propria inadeguatezza).

La regista di Attenberg è Athina Rachel Tsangari – una donna, una delle poche in questo mestiere – e di scene insolite, nel suo film, ne ha inserite diverse, non osate pensare che si sia limitata all’introduzione. La pellicola, poi, non solo è diretta da una donna, ma è (soprattutto) diretta magistralmente da una donna. Talmente bene da voler quasi sembrare una provocazione a quelli che ignorano e si impongono di ignorare il cinema “al femminile”. È però soprattutto con la sceneggiatura che Tsangari dimostra la sua maniacale cura per i dettagli, la capacità di analizzare in modo assolutamente insolito ma efficace la psicologia dei personaggi da lei creati. Nell’ossessione di Marina per i documentari di Sir David Attenborough si palesa la curiosità totalizzante per ogni dinamica e istinto naturale, in lei repressi in comportamenti apparentemente aggressivi (il modo in cui mangia, l’atteggiamento costantemente difensivo nel rapporto con gli altri, la foga con cui gioca a calcio balilla, le sue selvagge imitazioni). In questo si possono trovare modi di fare ricollegabili alla posteriore Adele di Abdellatif Kechiche, che è probabilmente una versione più disinibita e socialmente inserita della Marina tsagariana.

attenberg

In questo film la Grecia non gioca un ruolo in modo evidente sul piano morale o economico, quanto su quello urbano. L’architettura borghese uniformemente rassicurante – candida, geometrica e ripetitiva – è in stretto rapporto con la paura che la protagonista nutre nell’esplorare le sue necessità sessuali, che dunque appiattisce e reprime costringendole a divenire un anonimo e incolore lato di sé. Per questo, inizialmente, la paura così radicale di Marina nei confronti di tutto ciò che è erotico o anche solo intimo spinge a ipotizzare, in un primo momento, che sia lesbica – visto l’interesse per il corpo femminile che poi si rivela essere semplicemente curiosità per il proprio – poi asessuale. Il percorso affrontato avvicinandosi alla sessualità e vivendo la morte del padre (o meglio, la sua dipartita dal sopravvalutato ventunesimo secolo) la porta a subire una sorta di catarsi, che le permette di liberarsi delle paure e riappropriarsi della libertà. La gelosia di Marina nei confronti del padre è infatti morbosa e l’unica donna a lei vicina, Bella, è vista come una predatrice, minaccia per l’equilibrio familiare.

Cosa collega, allora, Attenberg ai film precedentemente analizzati, se mancano i riferimenti alla crisi economica e morale che sono in primo piano in Kynodontas e Miss Violence? Non solo il Paese di produzione, come è scontato dedurre, o l’atmosfera sopra le righe che caratterizza la “strana onda greca”, ma diverse curiosità interne alla pellicola. Un esempio (dimostrato dall’immagine in alto, ndr) sono due inquadrature che tanto ricordano le ambientazioni riprese dai colleghi greci. In particolare, il cortile interno in cui Marina e suo padre passeggiano è esattamente lo stesso su cui si affaccia l’appartamento della famiglia al centro delle macabre vicende di Miss Violence e in cui cade il corpo della suicida Angeliki, fatto che salta subito all’occhio a chiunque abbia visto la pellicola di Alexandros Avranas. In più, sapete chi recita la parte dell’affascinante ingegnere che riesce a liberare il cuore della protagonista dalla paura? Yorgos Lanthimos, l’ateniese regista di Kynodontas, che in AlpsThe Lobster porta sullo schermo Ariane Labed, l’interprete di Marina premiata a Venezia. Inoltre Athina Rachel Tsangari è anche produttrice di KynodontasAlps, fatto che rende facile immaginare quanto sia forte, all’interno della nuova generazione di registi greci, il sostegno e l’ammirazione reciproca. Si potrebbe perfino definirla una vera e propria solidarietà: il successo di uno finisce per essere quello di tutti. Visto il riscontro finora ottenuto dai film, c’è sicuramente abbastanza gloria per ognuno.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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