Il “fattaccio” di Stefano Feltri

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Immagine d'archivio ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Corse da una parte all’altra per cercare di capirci qualcosa, partenze, segreterie che attaccano il telefono in faccia e segretari antipatici dietro lo sportello, chi diventa cattolico per pregare di superare i test, chi si rassegna di fronte a un’email che mai riceverà risposta. Ragazzi confusi, rassegnati, che si guardano attorno come cuccioli smarriti, terrorizzati da prospettive poco rassicuranti. Il peso dell’indecisione e la decisione che grava sulle spalle di chi è in procinto di scegliere cosa sarà tra cinque anni. Insomma, stiamo per varcare la soglia dell’università e siamo già abbastanza pieni di problemi quando arriva lui. Stefano Feltri, con i suoi fantastici articoli. (QUI e QUI)

È giusto studiare quello per cui si è portati e che si ama? Soltanto se si è ricchi e non si ha bisogno di lavorare, dicono gli economisti. Se guardiamo all’istruzione come un investimento, le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche. I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi.

Il vicedirettore di uno dei giornali più famosi d’Italia, Il Fatto Quotidiano, si arroga il diritto di affermare, con estrema presunzione e su supposizioni campate in aria, che chi si iscrive a Lettere o a Storia dell’arte è praticamente un mezzo allocco, un tipo poco competitivo che a scuola prendeva voti bassi e che quindi ha deciso di scegliersi una facoltà facile facile. Le prospettive di lavoro, inoltre, sono poche: magari non dovrà neppure preoccuparsi di alzarsi la mattina e guadagnarsi la pagnotta. Sì, perché gli economisti come lui dicono che chi sceglie una facoltà umanistica deve essere necessariamente ricco e non deve aver bisogno di lavorare. Invece, per fattori di tipo genetico, i ragazzi che si iscrivono a facoltà scientifiche sono gli unici che, per una questione evoluzionistica darwiniana che poi vi fate spiegare da Feltri, perché io mi iscrivo a Lettere quindi sono troppo poco competitiva per sapere certe cose, presentano caratteristiche psicofisiche (come l’essere svegli o intraprendenti) che permettono loro la scelta di una facoltà difficile e competitiva.

Studiare a una facoltà umanistica, secondo Lei, egregio signor Feltri, è un lusso che solo i ricchi possono concedersi. Io, invece, credo che studiare all’università sia già di per sé un lusso, perché non tutti possono permetterselo. Ci sono tante persone costrette a enormi sacrifici che cercano di assicurare un futuro migliore ai propri figli. Il vero lusso, però, sta nello studiare alla Bocconi con 50.000 euro di tasse come ha fatto Lei, perché magari esistono tanti ragazzi meritevoli che dopo cinque anni in una delle università più prestigiose d’Italia otterrebbero un livello di cultura abbastanza alto da non trattare con tanta superficialità una questione così delicata. Purtroppo, però, in Italia conta il dio denaro che soffoca la meritocrazia e appunto l’arte stessa, schiacciata perché incapace di creare un profitto di tipo capitalista.

Se poi volete comunque studiare filologia romanza o teatro, se ve lo potete permettere o se vi attrae un’esistenza da intellettuale bohemien, fate pure. Affari vostri. L’importante è che siate consapevoli del costo futuro che dovrete pagare.

Caro signor Feltri, Le faccio una promessa. Non siamo più nell’Ottocento e se studiamo Lettere non passeremo il sabato sera in compagnia della fatina verde, proveremo a indossare guanti rosa e orologi senza lancette, come il buon Charles, solo se un giorno saranno di moda e non di certo per gli studi che abbiamo fatto. Il Suo tono da ragazzino indispettito che fa presagi su futuri funesti è abbastanza esilarante. Studiare ciò che ci piace potrebbe risultare difficile, ma non ci costringerà a cinque anni o, peggio, a una vita di frustrazioni. Non ci costringerà a essere qualcuno che non siamo. Lei parla dello studente umanista come un parassita della società che, oltre a trarre uno svantaggio personale, intacca pure le spese dello Stato. Ed è per questo che azzarda una nuova, illuminante, proposta da economista:

Meglio avere molte facoltà di filosofia e scienze della comunicazione o chiuderne qualcuna e magari dare più incentivi alla ricerca in campo chimico o elettronico? Parliamone. […] È un diritto – costoso, per la collettività – poter studiare quello che ci piace. Ma nessuno ha il dovere di pagarci per il resto della vita uno stipendio se quello che piace a noi a lui non interessa.

Sì, perché è davvero ingiusto pagare così tante tasse per finanziare la cultura quando ci sono cose come i politici da salariare. Le facoltà umanistiche non formano lavoratori! Il passato è passato, non fa niente se lo riesumiamo in tragedia. Le leggi? Ce le creiamo da soli! Che ci importa di formare un futuro professore o scrittore che, inevitabilmente, trasmetterà la sua conoscenza alle future generazioni? Tanto l’ignoranza è così comoda, che senso ha cercare di combatterla, specialmente se si dispone di una posizione di tale rilievo?

Lei difende tanto i dati oggettivi e scientifici e afferma, secondo supposizioni che di scientifico non hanno nulla, che sono gli studenti mediocri e senza capacità a iscriversi alle facoltà umanistiche e le loro lauree varranno poco quanto gli stessi laureati. Soltanto le lauree scientifiche sono in grado di assicurare un futuro stabile. Proprio come è successo a Lei, che dopo essersi laureato in economia ha avuto una brillante carriera giornalistica e che «ogni mercoledì sul Fatto» parla del mondo dei comic book. Non mettiamo in discussione le Sue competenze in fatto di fumetto, ma dubitiamo che abbia mai sostenuto un esame di Storia dell’arte o Tecniche pittoriche alla Bocconi. In fondo, si sa, le carriere umanistiche sono destinate solo a chi se le può permettere.

Da persona razionale io condivido pienamente l’indispensabilità di un ingegnere o di un fisico, ne ammetto la praticità immediata e l’utilità indiscussa, non mi sognerei mai di dire che possiamo fare a meno degli scienziati. Allo stesso tempo, però, così come tante altre persone, sono un’inguaribile appassionata di ogni forma d’arte e se si parla di studi umanistici si parla specialmente di questo. La scrittura o la pittura, la fotografia o il cinema, la scultura o il teatro. Così come non riuscirei a respirare senza un paio di polmoni, non potrei mai immaginare di sopravvivere se anche una sola, tra queste, mancasse nella mia vita. È vero: l’umanista si permette un lusso. Il lusso di guardare con occhi diversi quello che ci sta intorno, il lusso di ricercare la poesia che ancora risuona e che persone come lei cercano di ammazzare solo perché considerata inutile. Conoscere a memoria i versi di Dante, come ha detto lei, è completamente inutile: a che serve uno studio mnemonico e fine a se stesso? Avere a che fare con numeri e derivate è notevole, senza dubbio pratico. Le assicuro, però, che la frase di un libro o il dettaglio di un quadro è in grado di salvarci.

About author

Anna Scassillo

Anna Scassillo

Anna sarebbe felice se ricevesse una lettera al giorno, ognuna con una storia diversa. È una persona curiosa, ha voglia di conoscere continuamente cose nuove. Terribilmente affascinata dal cinema e dalla letteratura, Anna è innamorata della musica e della sua batteria rossa. Nella vita Anna vuole fare troppe cose e intanto studia alla Scuola Interpreti di Trieste.

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