Il Museo dell’Empatia, dove si indossano le scarpe degli altri

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Quando un italiano invita un’altra persona a comprendere la condizione in cui si trova chiede di mettersi nei suoi panni. Gli inglesi, invece, preferiscono vederti camminare con le loro scarpe. Before judging me, walk in my shoes. In entrambi i casi si tratta di espressioni idiomatiche e, pertanto, puramente metaforiche. Insomma, nessuno si sognerebbe di spogliarsi e di mettersi i vestiti di chi ha di fronte per valutare la validità del suo giudicare. Gli inglesi, invece, hanno deciso di dare una forma concreta a quel loro modo di dire e hanno creato un museo. Il Museo dell’Empatia, il primo al mondo. Ma come funziona? Sì, vai lì e indossi le scarpe di un altro.

La parola empatia è già bellissima di per sé. Deriva dal greco εμπαθεία: il prefisso en-, dentro, e la parola pathos, che significa sofferenza ma anche sentimento. L’empatia è sentire dentro, riuscire a partecipare, pienamente, ai sentimenti dell’altro, comprendere gli stati d’animo altrui completamente. Sul sito del museo si legge: “Viviamo in un mondo iper-individualistico in cui le nostre capacità empatiche si stanno cancellando. Il nostro fallimento nell’apprezzare i punti di vista delle altre persone, le loro esperienze e i loro sentimenti è alla base dei pregiudizi, dei conflitti e della diseguaglianza. L’empatia è l’antidoto di cui abbiamo bisogno”.

Il fondatore del progetto è lo scrittore Roman Krznaric: il suo ultimo libro si chiama proprio Empathy ed è stato tradotto in dodici lingue. “Il museo dell’Empatia, per me, è un progetto personale molto importante” scrive Krznaric su YES! Magazine. “Essendo uno scrittore amo costruire me stesso all’interno dei libri, giocando con le idee, creando frasi. Mentre scrivevo il mio ultimo libro, Empatia – perché è importante e come ottenerla, ho realizzato che volevo prendere questa idea e portare il potere dell’empatia dalle pagine alla vita, per un cambiamento sociale”.

1441117708_empathyIl Museo dell’Empatia sarà inaugurato oggi, 4 settembre, in occasione del Totally Thames Festival. L’installazione principale è stata creata con l’aiuto degli abitanti del quartiere di Wandsworth e si chiama A Mile in My Shoes. Il progetto consiste nell’indossare un paio di scarpe e ascoltare la storia della persona alla quale sono appartenute, camminandoci lungo le rive del Tamigi. E così ci si immedesimerà in un banchiere, in una prostituta, in un rifugiato. L’Empathy Museum ha come obiettivo quello di raggiungere più persone possibili e per farlo si sta servendo di una campagna di crowd-funding per cercare di portare il progetto in giro per il mondo. Nel frattempo è possibile dare un’occhiata alla libreria del sito per riuscire a sentirsi più vicini a questa realtà.

Sarebbe retorico riflettere su quanto la nostra società sia sempre pronta a giudicare, intrappolata nel suo perbenismo e nella sua scarsa capacità di riflettere con cognizione di causa e con la propria testa. La notizia del giorno ci rinfaccia quotidianamente la scarsa tolleranza e la mancanza di empatia alla quale, oramai, parecchi si sono abituati. Possiamo solo sperare che un’iniziativa del genere arrivi anche nel nostro bel Paese e che riesca almeno a schiudere gli occhi di chi blatera assurdità disumane e di chi è costantemente pronto a puntare il dito senza sapere, senza conoscere. Ci sono parecchie persone che forse dovrebbero farsi un giro nelle scarpe degli altri, tipo Salvini.

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Anna Scassillo

Anna Scassillo

Anna sarebbe felice se ricevesse una lettera al giorno, ognuna con una storia diversa. È una persona curiosa, ha voglia di conoscere continuamente cose nuove. Terribilmente affascinata dal cinema e dalla letteratura, Anna è innamorata della musica e della sua batteria rossa. Nella vita Anna vuole fare troppe cose e intanto studia alla Scuola Interpreti di Trieste.

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