La FAME! d’espressione di Monica Marioni

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FAME! di Monica Marioni

FAME! di Monica Marioni

Ci insegnano fin da subito che ogni nostra parola, azione e intenzione ha un peso. Ci insegnano anche che perfino noi dobbiamo averne uno ben preciso, che sia il più possibile ridotto e che bilanci così quello del nostro valore: meno si pesa e più, apparentemente, si vale. Nessuno ci dice, però, che oltre un peso fisico ce n’è uno vitale: quello delle nostre esperienze, emozioni e soprattutto dei nostri istinti. In breve, il peso della fame, intesa come appetito tradizionale o figurato. È questo che Monica Marioni analizza nel suo ultimo progetto, intitolato appunto FAME!, che si pone tra il figurativo e il performativo.

Parlare univocamente dell’esposizione è impossibile. Io stessa vi ho assistito più volte – durante la tappa al PAN – e in tutti i casi mi è sembrato di trovarmi di fronte a qualcosa di differente, ma non completamente nuovo, quanto piuttosto in evoluzione. Questo perché i performer che si esibiscono, pur mettendo lo spettatore di fronte all’evidenza razionale di un movimento coreografato, danno l’impressione di farlo affidati al semplice caso. Anzi, per meglio dire, all’istinto, che è uno dei temi più forti in FAME!. Rimane però sempre costante la presenza di due pavimenti circoscritti, composti interamente di bilance bianche e nere disposte a scacchiera, su cui le esibizioni avvengono. Anche il pubblico ha la possibilità di interagire con l’installazione e di affrontare la paura del numero che più ci definisce nella società.

Capita che le performer (ballerine impegnate in una sorta di danza contemporanea) interagiscano tra loro, respingendosi o anche avvinghiandosi in inestricabili abbracci. Questo comporta, in relazione alle bilance su cui si muovono, che l’allontanamento e l’avvicinamento dell’una dalle altre coincida con un cambiamento (in difetto in un caso, in eccesso nell’altro) del peso registrato. Restare soli sulle bilance significa certamente rilevare un carico individuale minore, ma anche dover affrontare il peso immenso delle propria solitudine. D’altra parte, percorrere lo spaventoso pavimento – indice del nostro valore – con qualcun altro porterà a riconoscere il peso che questa persona ha avuto nel nostro cammino, nella nostra esistenza ed è un peso, quello della condivisione, che non è mai abbastanza alto.

Monica Marioni porta con sé Francesca Longo, che ha genuinamente prestato il suo corpo al messaggio dell’artista e su cui si è certamente concentrata la maggior parte dell’attenzione ricevuta dall’esposizione. Col volto fasciato e la scritta “Fragile” ben visibile, la naturale abbondanza della modella curvy viene isolata dalla sua identità. È appunto fragile la scelta di essere una bellezza anticonvenzionale, perché continuamente sottoposta al giudizio altrui e al confronto con la bilancia. Ridotta a solo peso, rimane immobile, impossibilitata a esprimersi nelle parole come nei gesti perché screditata all’interno della società. Incanta la naturalezza con cui Francesca si mostra agli occhi del pubblico, come serena abbondanza desessualizzata.

La fame raccontata in questo progetto non è però solo un appetito nella sua accezione più letterale. Arricchita dai quadri dell’artista, l’esposizione mostra anche i bisogni ancestrali dell’individuo, l’erotismo e la violenza che spesso diventa distruttiva e autolesionistica. È essenzialmente una sfrenata fame di vita, quella che ci viene mostrata, l’innata ingordigia del Super-io che ci spinge a vivere con estrema voracità, senza vincoli esterni di accettabilità e moralità. Sfocia dunque naturalmente in un incontenibile bisogno d’arte e d’espressione, quello proprio di Monica Marioni. Curata da Igor Zanti, FAME! ha finora raggiunto Milano e Napoli in due allestimenti site-specific e dunque dissimili l’uno dall’altro. La fame di Marioni acquista dunque forme diverse rispetto al contesto in cui si trova, un po’ come il peso fisico viene vissuto differentemente nelle varie culture. Ormai terminata l’esposizione partenopea, solo l’artista sa come (e magari dove) questo appetito si evolverà. Speriamo porti alla produzione di opere altrettanto efficaci.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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