«Tutti nella vita dovremmo vedere La neve all'alba», intervista a Basilio Petruzza

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Scrivere un’introduzione per quest’intervista a Basilio Petruzza non è facile, perché leggendo le sue risposte vi renderete conto che, in realtà, ha già detto tutto lui (e noi abbiamo già chiesto tutto). Possiamo solo dirvi che il suo secondo romanzo, La neve all’alba, verrà presentato per la prima volta  sarà a Roma venerdì 2 ottobre, alle 18.30, in via Muzio Scevola 23. Vi invitiamo a partecipare e a conoscere da vicino questo giovane autore di gran valore.

Iniziamo con la più semplice e complicata delle domande: chi è Basilio Petruzza?

Un sognatore. Credo nei sogni, nell’entusiasmo, nella passione. Credo nell’arte, nella condivisione, nella voglia di fare. Ho ventiquattro anni, studio e scrivo. Sono uno scrittore, non perché sia la mia professione (ma non nascondo che sogno di poter vivere di parole), ma perché sono uno che scrive sempre, in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Diari, appunti, libri, testi di canzoni, post sui social: scrivo qualsiasi cosa. Credo nelle parole, nella loro forza e nel potere che hanno su di me. Senza quello che ho scritto, non sarei quello che sono. Scrivere ha cambiato la mia vita e mi ha fatto conoscere me stesso.

Ed è proprio per il tuo essere scrittore che oggi ci parliamo, anche se sul nostro blog sei arrivato ben prima, con gli scatti dell’Indiegeno Fest. La musica è presente solo nelle tue foto o anche nella tua scrittura?

La musica è la mia prima e più grande passione. Vengo da una famiglia che ama la musica e che ne ha sempre ascoltata tanta. Mi piace molto scrivere testi e, in qualche occasione, collaborando con alcuni compositori, ho avuto la possibilità di vedere le mie parole diventare canzoni. Un’emozione particolare, che spero di poter provare di nuovo. Grazie a un brano scritto da me e William Manera, un cantautore siciliano, e interpretato da una giovane cantante anche lei siciliana, Maria Sole Caldiero, ho avuto la possibilità di partecipare alle selezioni per Sanremo Giovani. Un’esperienza che non dimenticherò mai, che mi ha permesso di andare in Liguria, vedere l’Ariston, conoscere artisti e critici musicali. Finora ho scritto quasi ottanta testi, ogni tanto sogno a occhi aperti che il conduttore di Sanremo dica “di Basilio Petruzza” e poi il titolo del brano da me scritto. E che a cantarlo sia Patty Pravo. Sì, sono un sognatore.

A proposito di blog, anche tu ne hai uno, #tutteleparolecheposso. In La neve all’alba pensi di aver espresso tutto quello che volevi (e potevi)?

Ho espresso tutto quello che potevo esprimere fino a quel momento. La vita non si ferma, un punto d’arrivo è il punto d’inizio per il tempo a venire, non si fa in tempo a guarire una ferita che un’altra si crea o si riapre. Ed è da un spazio vuoto che nasce un libro. Parlo per me, almeno. Da una mancanza, da un dolore che si percepisce ma non ha un nome, una faccia e nemmeno troppa consapevolezza di sé. All’inizio è come sapere di essere malati, senza conoscere la propria malattia. Scrivere non guarisce, ma ti mette di fronte i limiti e le mancanze che hai sopportato, subito o accettato. Alla fine, hai il referto, sai cosa c’è che non va. Quella è la parte più complicata. Dopo aver scritto La neve all’alba mi sentivo svuotato, poi ho capito cos’era, perché ho capito contro cosa stessi combattendo: la paura di essere me stesso.

La neve all'alba«Non si scrive ciò che si conosce, ma di ciò che si vorrebbe». Questa frase è attribuita a Selma Lagerlöf nel film Bildmakarna. Dando per scontato che nessuno vorrebbe vivere le sofferenze che racconti in La neve all’alba, viene da chiedersi se – indirettamente o meno – tu le abbia conosciute.

Io ho raccontato un dolore. Forte, mortificante, invasivo. No, non ho conosciuto quel dolore lì, parlo di pedofilia ma il libro offre tanti spunti di riflessione. Poteva trattarsi di qualsiasi forma di sofferenza, non è la “tematica sociale” il centro di questa storia. Lo è, piuttosto, il percorso che fa Mauro, che vive un’adolescenza di brutture e disattenzioni evidenti. Ecco, più che la pedofilia, io denuncio la disattenzione, la mancanza diventa sinonimo di amore, l’incuria, la rabbia, la frustrazione. Questa è una storia di gente che non sa amare, che ha un disperato bisogno di amore, di essere ascoltata. Non ci sono cattivi, ci sono solo infelici. In un capitolo del libro scrivo “si muore anche di infelicità, amore mio”. Il problema, aggiungo oggi, è quando si vive (o si sopravvive) di infelicità.

Dunque il trauma subito da Mauro è un pretesto per addentrarsi nell’essenza di un uomo, nelle sue fragilità e non per fare denuncia sociale, ma è poi davvero possibile affrontare un tema così delicato senza comunque farne il protagonista del racconto?

Non lo so, io – mentre scrivevo – non sapevo cosa stessi facendo. All’inizio, parto sempre da uno “scheletro”, ho un’idea di ciò che voglio, ho un’idea di come le cosa debbano andare. Ma poi, a un certo punto, i personaggi prendono vita e sembrano raccontarsi da sé. Io avevo previsto un altro finale per La neve all’alba, ma poi ho dovuto cambiarlo in corso d’opera. La pedofilia è presente, sì, è inutile dire il contrario. Ma io spero che chi leggerà questo libro guardi Mauro, il suo percorso, la difficoltà di dare un nome al proprio dolore, la rabbia di sentirsi colpevole, la frustrazione di non riuscire a darsi una colpa. Il libro abbraccia un arco temporale abbastanza vasto, all’inizio Mauro è un ragazzino, alla fine un uomo. Conta quello che c’è in mezzo.

E in mezzo, come il primo capitolo ci fa intuire, c’è anche una madre verso cui Mauro porta molto rancore. Senza fare troppe anticipazioni, che ruolo ha questa donna nel passato del personaggio? In che modo ha contribuito a renderlo l’uomo che è?

Sua madre è la chiave di tutto. Ho cercato gli aggettivi più adeguati per descriverla, perché sapevo che avrei dovuto raccontarla e sapevo anche le difficoltà che avrei avuto. Ecco, lei è una donna infelice. Una donna che non sa parlare, che il dolore lo lascia soltanto intuire. E, per un bambino, intuire è pericoloso. Farsi delle domande e darsi delle risposte, ancora di più. Il loro è un rapporto particolare, non dico altro.

Anche tu sei da poco diventato genitore, questo libro è un po’ tuo figlio. Cos’hai provato quando hai avuto la prima copia del romanzo tra le mani?

Felicità, soddisfazione, paura. Paura perché sono un ansioso. Da quell’istante non sarebbe più stato mio soltanto, questo ho pensato. Non so chi lo leggerà, se piacerà, se ho fatto bene. Ma sono felice, perché l’ho voluto fortemente. Ho aspettato due anni prima di pubblicarlo, qualcuno mi ha chiuso qualche porta in faccia, qualcuno mi ha detto “modificalo, togli tutte le parti scomode”. Ma io, che sono un impulsivo, ho rifiutato. Mi sono pentito, lì per lì, ma poi è arrivata l’occasione giusta.

Come sei arrivato, invece, a decidere il nome del tuo bambino, La neve all’alba?

Vorrei che a scoprirlo fossero i lettori del libro. Pensa che il mio primo romanzo s’intitolava Frantumi, l’ho scritto nel post-adolescenza, ero arrabbiato, volevo un titolo che rappresentasse quello che provavo. Frantumi non lascia speranze, lo si intuisce già dal nome. La neve all’alba è diverso, e già il titolo dice molto. È un libro di speranza, nonostante tutto. Ad un certo punto ci sono due strade, io ho preso strade diverse per entrambi i romanzi… Non dico altro, soltanto che tutti nella vita dovremmo vedere La neve all’alba, quell’istante in cui pensi “ce la farò”.

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