L’Attesa in uno spazio senza tempo

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Juliette Binoche. "The Wait" ("L'Attesa"). Director Piero Messina. Indigo Film

Juliette Binoche in L’attesa (Indigo Film)

I drappi neri che coprono gli specchi, la farina di Carrube, Pirandello, la religione, il capretto e la processione il giorno di Pasqua sono tutti elementi familiari per chi è fortemente legato alla tradizione, soprattutto nel profondo sud, dove incombe come madre severa. È molto difficile rendere il tutto, crudelmente, senza cadere nel folklore ma trasportandolo in una dimensione più aulica, trascendente. È questo, quello che fa – e gli riesce con una facilità disarmante – Piero Messina nel suo primo lungometraggio, L’Attesa.

Si serve prima di tutto di elementi che conosce benissimo, che gli sono addosso e forse anche, in profondità, gli appartengono; ed è per questo che li riporta sullo schermo con la fugacità del quotidiano, senza scadere, mai, in una grossolana spettacolarizzazione dell’essenziale. Ma soprattutto riesce, attraverso un utilizzo dilatato del tempo, a rappresentare l’atemporalità. Da vocabolario, l’attesa è lo stato d’animo di chi attende il realizzarsi di qualcosa; si serve del tempo, ma è assolutamente al di fuori di esso e così anche il film, nonostante le indicazioni precise del regista che ne scandisce il trascorrere, la malinconia e la speranza, il racconto di Messina si eleva al di sopra delle circostanze e finisce in un piano narrativo che è sì reale, ma sospeso nel tempo e circoscritto solo nello spazio.

È un aeroporto di un’ora e quaranta, la narrazione.  Condizionata da uno stato d’animo, lo stesso che dà il titolo al film e che attanaglia coloro i quali sono in procinto di partire o di ritornare da un viaggio, che come un deus ex machina, incombe sui personaggi, li indirizza e ne condiziona azioni, dialoghi e pensieri come in un’opera dei Pupi. Una straordinaria Juliette Binoche tiene le redini della trama, cercando sì di costruire un rapporto con quella che è la ragazza parigina del figlio, ma anche riuscire in un disperato ed estremo tentativo di attaccarsi a qualcuno che non c’è più. Lui, Giuseppe, è da poco scomparso ma lei invita la giovane – l’incantevole Lou De Läage – ad aspettarlo per Pasqua, come nella Passione, in una lunga ed estenuante agonia, nascondendole l’atroce notizia. L’elemento portante della narrazione è il cellulare del ragazzo che prende vita attraverso i messaggi della segreteria e svela ciò che il regista lascia solo presagire dai silenzi, dagli sguardi e dalle non-azioni delle protagoniste.

A fare da sfondo c’è il dolore e l’amore materno viscerale, una regia e una fotografia che definire impeccabili sarebbe poco e, soprattutto, una genialità visionaria che si intravede già nella prima sequenza ma che raggiunge il culmine con la spettacolare, quanto toccante, scena della processione pasquale, nella quale si scioglie la suspense e l’opera si accinge a concludersi.

Sono ancora ben visibili i riferimenti cinematografici di Messina che riesce ad amalgamare il tutto, con maestria e sagacia, in una delle opere prime più sorprendenti e delicate degli ultimi anni.

Il cinema italiano dà un colpo di coda agli anni bui e allo snobismo nostrano, e ritorna, sulla scena nazionale ed internazionale, con un regista che, da Caltagirone, irrompe a Venezia e lascia a bocca aperta gli astanti, rievocando i grandi del passato ma, soprattutto, mostrando una regia libera e coraggiosa, evocativa e poetica, sospesa tra il reale e l’onirico, la religiosità e il secolare.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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