Pokémon GO: «I Pokémon di tutto il mondo aspettano te!»

0
Pokemon Go

Pokémon Go

Chi di voi, come me, è nato nella prima metà degli anni ’90, sicuramente ricorderà l’arrivo in Italia di quel fenomeno chiamato Pokémon. Come dimenticarlo? Io stesso frequentavo l’asilo all’epoca, eppure ho ancora impressi nella mente moltissimi ricordi legati a quel mondo che avrei, col tempo, imparato ad amare.

Fra i tanti, il primo album di figurine Panini, ad oggi l’unico che abbia mai completato: mi infuriai quando capii di aver erroneamente incollato Omanyte al posto di Aerodactyl, decidendo quindi di appiccicarci sopra, a sua volta, la figurina corretta per risolvere il problema nella maniera più indolore possibile. Decisione, quella, che diede inzio ad un tormento senza precedenti. Numerosi pacchetti, infatti, furono comprati con cadenza quasi giornaliera al solo scopo di trovare un nuovo Omanyte per poter terminare l’album. Complice la legge di Murphy, però, quella figurina non sembrò volersi far trovare per intere settimane, anche se fui quasi in grado di riempire un altro album solo grazie ai doppioni di Slowpoke che possedevo. Il mio umore iniziò a crollare inesorabilmente, finché, un pomeriggio, un mio compagno d’asilo non mi sventolò una figurina di Omanyte sotto il naso, ignaro del fatto che la desiderassi più di ogni altra cosa: gliela strappai di mano e iniziai a correre euforico su e giù per il pulmino dove eravamo seduti. Resosi conto di quanto la agognassi, riuscii a farmela cedere soltanto in cambio di tutti doppioni che possedevo, non uno di meno. Un gran bastardo, quel ragazzino.

Un altro ricordo tutt’ora vivido nella mia mente è certamente il primo film, Mewtwo colpisce ancora, anche se, in particolar modo, ad essermi rimasto impresso è l’episodio dell’incontro tra Charmander e Ash, sotto il diluvio, e la corsa del ragazzo al Centro Pokémon per evitare che la fiamma sulla coda della lucertola rossa si spegnesse.

In assoluto, però, i ricordi più cari sono legati al primo videogioco: Pokèmon Giallo, regalatomi il Natale della prima elementare. Ricordo ancora la fatica nello sconfiggere l’Onix di Brock a suon di Pozioni, Colpo Coda e Schianto da parte del mio Pikachu, l’odissea interminabile nel Tunnel Roccioso rigorosamente sprovvisto di Flash e Repellenti, mia madre che prende il Game Boy in mano e cattura di sua iniziativa un Machop senza nemmeno conoscere i comandi, le lacrime scese a rigarmi le guance mente parlavo con la gente in lutto per i propri Pokémon all’interno della Torre Pokémon di Lavandonia, i maledettissimi draghi di Lance, la cattura di Mewtwo e la luminosità praticamente assente del mio fidatissimo Game Boy Color viola, la quale rendeva impossibile capire quale Pokémon avessi di fronte ogniqualvolta fossi al sole, costringendomi a riconoscerli tramite i versi. A farla breve, mi innamorai talmente di quel mondo che mi feci comprare una stampa da appendere in camera recante i 151 Pokémon di Kanto, oltre a una versione giocattolo del Pokédex. Con il passare del tempo, iniziai a fare incetta di tutte le versioni del gioco disponibili sul mercato, facendomene regalare una nuova ad ogni Natale o compleanno, almeno fino a quando non iniziai a capire che, chiedendo soldi anziché cartucce, potevo riuscire a comprarle comunque. E intascarmi pure il resto.

In breve, una passione che arde da una quindicina di anni buoni, salvo brevi periodi nei primi anni delle superiori, durante i quali i Pokémon scivolavano nel dimenticatoio, anche se sarebbe più corretto dire nel cassetto del comodino. Potete dunque immaginare la mia reazione quando, pochi giorni fa, ho letto dell’annuncio di Pokémon GO. O meglio, non potete, principalmente perché la reazione che è stata in grado di suscitarmi ha sorpreso perfino il sottoscritto. Certo, c’è da dire che in classe gli altri mandavano sms per passare il tempo mentre io giocavo con il Nintendo DS sotto il banco. Che ho speso più soldi in batterie per il Game Boy da bambino che in preservativi da adolescente. Che quando mi chiedono quale sia il miglior combattimento della storia degli anime, rispondo quello tra il Charizard di Ash e il Magmar di Blaine sulla cima del vulcano dell’Isola Cannella, suscitando commenti pieni di compassione. Ma mai avrei creduto di sentirmi come se avessero realizzato il mio sogno più grande. Perché questo, per me, è ciò che ha rappresentato l’annuncio di Pokémon GO.

Fin da bambino, infatti, ho sempre sognato che i Pokémon fossero veri. O, in alternativa, che gli animali imparassero a spruzzare enormi getti d’acqua, scagliare scariche elettriche o scatenare terremoti, il che è probabilmente ancora più paradossale. Dopotutto, a circa sei anni, fingevo ci fosse un Charizard a vegliare su di me nel sonno, la qual cosa non è nemmeno così ridicola se paragonata al ritrovarsi, a più di vent’anni, a fantasticare per ore su come potrebbe essere Pokémon GO. Segno, questo, di fin troppo tempo libero. Oppure, più semplicemente, di una passione fin troppo bruciante.

Questo, a mio parere, è il vero punto di forza sul quale punterà Pokémon GO. Certo, essendo un’applicazione gratuita per smartphone potrà contare su di un bacino di utenza come mai nessuno gioco della serie prima d’ora. Tuttavia, coloro che più in assoluto si divertiranno a usarla non saranno, come è sempre stato fino a oggi, i ragazzini, bensì quei giovani che stanno pian piano iniziando a perdere i capelli, trovando un lavoro stabile o finendo gli studi. Dopotutto, chi potrebbe essere più contento di poter finalmente vivere quasi in prima persona quello che per anni ha dovuto fare immedesimandosi in un minuscolo protagonista? E non parliamo certo di un personaggio propriamente noto per il carisma, dato che in quasi vent’anni di giochi non ha mai spiccicato una sillaba.

In assoluto, però, sono le potenzialità di questa applicazione a mettere in moto l’immaginazione: finora, è stato solo reso noto che le varie specie di Pokémon appariranno negli habitat a loro più congegnali. Ne è un esempio la presenza di Pokémon di mare esclusivamente nelle località balneari, cosa che costringerà i giocatori a recarsi fisicamente in tali luoghi per poter catturare anche solo un semplice Tentacool. Il che, di per sé, è qualcosa di talmente rivoluzionario da doversi meritare di diritto una menzione a parte negli annali dei videogames.

Dopotutto, sfruttare la realtà aumentata al fine di far spostare i giocatori all’interno della propria città, così da permettere loro di progredire al meglio nel gioco, è semplicemente fuori da ogni convenzione. Ed è all’interno di questa novità che troviamo la vera e propria chiave di volta: la distribuzione dei Pokémon. Come verrà attuata? In qualunque città sarà possibile trovare ogni singola specie? Magari questo varrà per ciascuna regione, così da poter permettere una più corretta collocazione dei vari Pokémon. Oppure, ancora, ogni nazione potrebbe ospitare solamente i Pokémon di una delle sei regioni del gioco, rendendo quindi indispensabile interagire con persone di altri paesi al fine di completare il Pokédex o di ottenere i propri preferiti. I leggendari, invece, dove potranno essere catturati? Solo in determinati luoghi del pianeta? O magari in qualsiasi posto, con una percentuale di apparizione bassissima? E come faranno gli allenatori a rafforzare la propria squadra? Scovando e sconfiggendo altri Pokémon selvatici in giro per la città, oppure sfidando allenatori vicini e lontani?

Le possibilità, insomma, sono infinite. Certo, il mio entusiasmo potrebbe benissimo rivelarsi fuori luogo. Dopotutto, non si sta parlando di un gruppo di biologi riuscito nell’impresa di creare dei Pokémon in laboratorio, nonostante la cosa sia rincuorante vista e considerata la reazione di Mewtwo nei confronti del team di scienziati colpevole di averlo clonato. Quel che è peggio, l’applicazione potrebbe rivelarsi una delusione colossale, ponendo una dolorosa fine a ciò che rimane della mia infanzia. Ciò nonostante, dopo tutte queste parole, voglio solamente ringraziare Satoshi Tajiri e tutta la Game Freak. Non solo perché, grazie a loro, ho potuto vivere degli anni stupendi, perché mi hanno insegnato a leggere molto meglio di quanto non abbiano fatto le maestre a scuola o perché sono stati in grado di insegnarmi valori importanti quali amicizia e fiducia. Voglio dire loro grazie perché, molto più semplicemente, sono riusciti a farmi sentire nuovamente bambino.

«Stai per essere protagonista di una grande storia nel mondo dei Pokémon!» diceva il Professor Oak nel lontano 1996, quando tutto ha avuto inizio. Per la prima volta, potremo esserlo davvero.

About author

Filippo Rossi

Filippo Rossi

Padovano, classe '94. Studente universitario, scrittore, grande appassionato di videogiochi, musica e cinema. Non sono nulla di tutto ciò.

No comments

Potrebbero interessarti

Foto dal concerto di lancio dell'album Second Sight dei Neuronspoiler, Boston, 21 ottobre 2017

Pierre e i Neuronspoiler: fidati delle tue passioni

[caption id="attachment_12054" align="alignleft" width="844"]Foto dal concerto di ...            </div>
        </article>
        
        </div>
    
</div><!-- .recommend-box -->        		            <script>
                ytframe_ID = [];
            </script>
            
            <div class=

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi