Devon, esperienze e speranze di un’italiana nel Regno di sua maestà

0
devon

Scogliera di Polperro

Sono partita dall’Italia a inizio settembre per partecipare al progetto MoVE2015 cofinanziato da Unione Europea e Provincia Autonoma di Trento (dove io risiedo). Il progetto prevede 3 mesi all’estero (12 settimane). Dopo 3 settimane di corso di lingua, alla quarta settimana i partecipanti iniziano un tirocinio formativo e curricolare in aziende o enti del Paese ospitante. Io sono finita a Plymouth, “the Ocean’s city” la chiamano, nel Devon.

Sono a Plymouth ormai da quattro settimane e ciò significa che da un mese a questa parte sono completamente immersa nel mondo di usi e costumi britannici. Dopo 29 giorni, ovvero 696 ore, 41760 minuti, 2505600 secondi, posso dire con assoluta certezza che “Italians do it better”. In Europa ci additano perché siamo il “fanalino di coda” o perché non facciamo le riforme, ma quassù su tante cose hanno solo da imparare.

La prima cosa che a un italiano in terra inglese salta all’occhio è l’incapacità e l’ignoranza che regnano sovrane in tema di cibo e alimentazione. Qui la fanno da padrone i cibi surgelati e le salse di dubbia provenienza. Potete quindi immaginare che tragedia sia per me la questione CIBO. Per fortuna ogni tanto (e per nulla a malincuore) la mia host-mum mi lascia cucinare. Ed ecco allora che i profumi e la buona cucina prendono il sopravvento in questo grigio mondo di surgelati.

La seconda cosa che salta subito all’occhio è lo scarso gusto con il quale gli inglesi si vestono. Accozzaglie di materiali e colori si aggirano indisturbate per le strade delle ridenti cittadine dell’Inghilterra del Sud lasciando di stucco chi ha la sfortuna di incontrarle.

La terza cosa che si nota immediatamente (e per stavolta mi fermerò qui perché voglio scrivere anche di cose positive) è la scarsità di igiene e rispetto delle norme di sicurezza e di accessibilità degli edifici. Non dico che in Italia sia tutto rose e fiori, però di certo non abbiamo da imparare da un popolo che venera la moquette fin sulla porta di casa.

Dopo questa veloce carrellata di critiche, meglio passare a cose più interessanti.

Plymouth è una ridente cittadina del Sud dell’Inghilterra, nel Devon o Devonshire che dir si voglia. È chiamata da tutti “The Ocean’s City” perché si affaccia direttamente sull’oceano e rappresenta da sempre uno dei porti più importanti di Inghilterra. A livello architettonico non dice granché perché fu quasi completamente distrutta durante il secondo conflitto mondiale. Resta però di particolare interesse il quartiere di Barbican che presenta ancora le caratteristiche costruzioni inglesi e i vicoletti classici delle zone portuali. Il simbolo della città è il faro (the Hoe) dai caratteristici colori rosso e bianco. Il faro e il parco attorno a esso rappresentano il punto di incontro per moltissime persone del luogo e per i turisti. Da Plymouth è facilissimo raggiungere la Cornovaglia con le sue caratteristiche distese di prati, le scogliere e i paeselli di pescatori.

In queste quattro settimane ho avuto modo di visitare Looe e Polperro, due paesini di pescatori molto caratteristici e suggestivi, e Mount Edgecumbe (che di monte non ha poi molto), tutti e tre in Cornovaglia.

Menzione a parte merita Tavistock, cittadina del Devon che regala al visitatore quell’atmosfera tipicamente austeniana che gli amanti dell’era vittoriana tanto ricercano.

Insomma, tra cadute di stile e cibi scadenti, il paesaggio e le ambientazioni inglesi restano sempre tra i migliori e tra i più suggestivi. Non so che altro potrà succedere nei prossimi due mesi, ma certamente avrò modo di scoprire altri angoli di paradiso. Perché, come diceva il buon Orwell: “E poi l’Inghilterra – l’Inghilterra meridionale, probabilmente il paesaggio più curato al mondo. Quando lo si attraversa, soprattutto se, reduci dal mal di mare, si è tranquillamente sprofondati fra i morbidi cuscini del treno che dal porto va a Londra, riesce difficile credere che qualche cosa da qualche parte accada veramente. Terremoto in Giappone, catastrofi per fame in Cina, rivoluzioni in Messico? Nessuna preoccupazione, domattina il latte sarà come sempre davanti alla porta di casa e il New Statesman uscirà venerdì”.

About author

Antonella Beozzo

Antonella Beozzo

Blogger, Bookaholic. Appassionata di libri, musica, film e natura, colleziono libri, istantanee e ricordi. Classe 1989, aspirante storyteller e clarinettista per diletto.

No comments

Potrebbero interessarti

Garage band #01 – ELEPHANT BRAIN

Diamo finalmente il via a Garage band, l’iniziativa promossa da partedeldiscorso.it per diffondere il lavoro di gruppi e cantautori emergenti. Ad aprire le danze sono gli Elephant ...

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi