Fantasticherie di un Passeggiatore Solitario: Paolo Gaudio racconta il suo esordio

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Fantasticherie di un passeggiatore solitario

Frame da Fantasticherie di un passeggiatore solitario

Chi gestisce un sito – blog o testata che sia – sa che la propria casella email è destinata a riempirsi di comunicati stampa in quantità indefinibili, così come sa che su mezzo centinaio è probabilmente uno solo, di questi comunicati, a essere interessante davvero. Vorremmo dirvi di essere arrivati a conoscere Fantasticherie di un passeggiatore solitario perché eravamo tra gli accreditati a chissà quale festival europeo o che abbiamo chiacchierato col regista sorseggiando un costosissimo vino in un esclusivo salotto popolato da artisti e critici, ma non lo facciamo perché, come avrete capito, non è la verità, ma anche e soprattutto perché è decisamente più impressionante riconoscere a Fantasticherie il merito di averci rapito con un semplice messaggio arrivato alla nostra casella (e che, udite, non abbiamo ancora cestinato!): una breve sinossi, qualche informazione sul regista e questo film era già tra quelli che sicuramente correremo in sala a vedere. A voi lasciamo la nostra intervista al regista Paolo Gaudio per lasciarvi incantare dalle parole di chi, questo film, l’ha realizzato. Vi aspettiamo al cinema dal 26 novembre.

Theo studia filosofia e tu sei laureato nella stessa disciplina. Possiamo pensare che questo accostamento sia un indizio della vicinanza tra il protagonista del film e il suo ideatore?

Fantasticherie è senza dubbio un film molto personale, a essere sinceri ci sono stati momenti in cui ero l’unico a desiderarne la realizzazione. Questa eccedenza sul progetto si mostra anche dagli aspetti che hai notato. Theo mi somiglia in molte cose: i suoi studi, la passione per “gli incompiuti” e una certa tendenza alla solitudine, ma devo ammettere che tutti i caratteri di questo film hanno qualcosa di mio, persino il Necromante!

In che modo le esperienze passate di corti e di tecniche come la stop motion hanno influito sulla realizzazione di Fantasticherie di un passeggiatore solitario?

In ogni modo possibile, direi. Se ripercorriamo la mia esperienza nel cortometraggio – che spero continui – possiamo notare il ritorno di temi, ambientazioni e tecniche, confluiti poi in Fantasticherie. A volte, quando mi capita di rivedere il mio film, mi appare come una sorta di compendium, un lavoro nuovo capace di contenere e rigenerare i precedenti.

Come coesiste, in questo film, il live action con lo stop motion? Saranno le sole sequenze dedicate al bambino smarrito a essere animate?

Il passo uno è utilizzato come una cerniera: unisce e divide le due linee narrative realizzate in live action. Il bambino e le sue avventure nel bosco sono ciò che Renou sta scrivendo e ciò che Theo sta leggendo. Un vero e proprio cartone animato in claymation che attraversa tutto il film, sostenendolo. Tuttavia, non è l’unica applicazione che la stop motion trova in Fantasticherie: l’ho scelta anche per realizzare piccoli effetti speciali nella parte live e per animare una sinistra e dispettosa creatura bifronte che si palesa sullo scrittoio di Renou.

Fantasticherie di un passeggiatore solitarioIl fantasy è spesso considerato un genere infantile, ma non è sempre così. Eppure hai dichiarato di esserti effettivamente ispirato ai film che guardavi da bambino. Detto questo, a che tipo di pubblico si rivolge la tua opera?

Il cinema, nel corso di tutta la mia vita e anche attualmente, è la cosa che più mi appassiona, più dello sport o dalla politica. Vedo moltissimo cinema, così come facevo da bambino o da adolescente. Il genere che mi ha trasmesso questa passione è stato senza dubbio quello Fantastico, mi riferisco alle pellicole che negli anni Ottanta provenivano dagli Stati Uniti e costituivano la stragrande maggioranza del palinsesto televisivo italiano a quei tempi. Penso a film come Ritorno al Futuro, I Goonies, Edward Mani di Forbice, Brazil o La Storia Infinita. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito. L’amore per questo tipo di pellicole mi ha permesso, crescendo, di amare anche il cinema degli autori come Bergman o Kubrick e quello di ricerca di Jodorowsky o Malick. Questa premessa per dire cosa: la mia opera prima gode e soffre dell’amore che provo per la settima arte, a volte romantico e poetico, altre volte morboso e soffocante. Alla ricerca delle atmosfere che mi incantavano da bambino e della profondità che mi scuoteva da grande. Se mi chiedi se Fantasticherie è un film per bambini, la mia risposta è no, ma allo stesso modo posso dirti che è un film per chi vorrebbe ritornare a esserlo. Dopotutto che cos’è il Fantasy o il Fantastico se non un veicolo che ci permette di viaggiare attraverso l’animo umano e di tornare lì, dove tutto ha avuto inizio?

Com’è stato accolto il film ai festival?

Molto bene, devo ammetterlo. Abbiamo ricevuto svariati premi in giro per il mondo, così come in Italia. Ma, soprattutto, quello che mi rende davvero felicissimo è l’affetto degli spettatori che hanno davvero compreso il film, accettandone lo spirito anarchico e proteggendone l’originalità.

Dalla prima proiezione a Nizza nel 2014 è cambiata la tua percezione del film o ne sei ancora entusiasta come a lavoro appena concluso?

In realtà, cambia sempre. Ogni proiezione mi con_ferma quanto di buone c’è e quanto di meglio avrei dovuto fare. La lavorazione è stata quanto di più faticoso si possa immaginare, a un cento punto non sono stato più così sicuro di riuscire a completarlo. Pertanto, quando il film ha visto il buio della sala, il mio entusiasmo e la mia felicità sono cresciuti esponenzialmente e ancora non si sono fermati. I limiti, i compromessi e gli errori sono evidenti, ma non hanno ucciso il progetto, contro tutte le più rosee previsioni. Questo mi regala – e lo farà anche in futuro, ne sono certo – un sorriso che non riesco a levarmi dalle labbra.

In passato hai dovuto affrontare la delusione di un corto irrealizzato. In che modo sei riuscito a farti forza e a ricominciare con un progetto ben più ambizioso come il tuo primo lungometraggio?

Potrà apparire strano, ma è stato proprio il fallimento a caricarmi di grandissime energie. Quanto accaduto mi ha dato la consapevolezza che avrei potuto fare questo mestiere per il resto della vita. Non mi ero disinnamorato, anzi, avevo ancora più voglia di girare, di raccontare e di fantasticare. Era giunto il momento di fare sul serio… con incoscienza e coraggio.

Attraverso la lente si basava sull’ipocrisia tra autore e spettatore. Con Fantasticherie di un passeggiatore solitario che rapporto cerchi di instaurare con il pubblico?

Assolutamente onesto. Recentemente, ho letto una recensione di un giornalista americano che ha definito Fantasticherie non come una destinazione, un approdo, ma piuttosto un viaggio. L’ho trovato molto vero, mi piacerebbe molto che gli spettatori accogliessero la natura del mio film e si mettessero in viaggio con i personaggi del racconto. Non possono restare passivi per godere a pieno di questa avventura, devono prepararsi a partire, ad attraversare il bosco con il Bambino, Theo o Renou alla volta del Vacuitas.

Sinossi: Jean Jacques Renou (Luca Lionello) è uno scrittore che vive nel 1876, in un piccolo e squallido seminterrato. Povero e vecchio inizia a scrivere Fantasticherie di un passeggiatore solitario, un romanzo di formazione che è anche un ricettario fantastico. Theo (Lorenzo Monaco) è un giovane laureando in filosofia dei nostri tempi, da sempre intrappolato tra le vicende opprimenti della propria famiglia e la sua bizzarra passione per i libri incompiuti, non ultimo quello di un certo Renou. Totalmente rapito dal romanzo, Theo giunge all’inattesa conclusione di voler realizzare la “Fantasticheria n° 23”: l’ultima “ricetta” scritta dal poeta che conduce in un luogo straordinario noto come Vacuitas. Infine, la storia di un bambino smarrito in un bosco senza tempo: il protagonista di quel libro che Renou sta scrivendo e che Theo sta leggendo con tanto trasporto…

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