Perché gli alunni creativi si sentono poco valorizzati

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alunni creativi / French students work on the test of Philosophy as they take the baccalaureat exam (high school graduation exam) on June 18, 2012 at the Pasteur high school in Strasbourg, eastern France. Some 703.059 candidates are registered for the 2012 session. The exam results will be announced on July 6, 2012. AFP PHOTO / FREDERICK FLORINFREDERICK FLORIN/AFP/GettyImages

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Da appassionata di cinema (ma soprattutto da persona che crede profondamente nel valore dell’empatia, della condivisione di passioni e dolori), ho sempre avuto un modello ideale di docente, coinvolto e coinvolgente rispetto la sua materia d’insegnamento. Qualcuno che amasse sinceramente e con evidenza ciò a cui aveva completamente dedicato la sua formazione e che riuscisse, al di là di questo, a non forzare le indoli degli alunni non compatibili con la propria disciplina. Insomma, uno come John Keating, che nella sua classe del Welton disse: «E ora, miei adorati, imparerete di nuovo a pensare con la vostra testa», aggiungendo «Quello sguardo negli occhi di Pitts dice che la letteratura dell’Ottocento non c’entra con le facoltà di economia e di medicina, vero? […] Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita». Per farla breve: qualcuno consapevole che gran parte dei suoi alunni non darà importanza alle sue lezioni, ma che pur sapendolo si preoccupi maggiormente di trovare quel ragazzo, quel solo ragazzo che merita di essere valorizzato perché straripante di creatività e sensibilità a cui donare le proprie conoscenze.

Un John Keating, purtroppo, non l’ho mai incontrato, come alla maggior parte dei liceali capita. O meglio, come capita soprattutto a quegli studenti che di rispettare un insegnamento ridotto a nozioni non ci stanno e hanno voglia di mettere in discussione quello che leggono, di dimostrare di avere un giudizio attivo rispetto a ciò che viene studiato. Pare che molti professori, infatti, siano poco inclini ad apprezzare la creatività dei ragazzi che ne sono più dotati e a dimostrarlo è una ricerca intitolata Creativity: Asset or Burden in the Classroom? (Creatività: ricchezza o peso in classe?) firmata da Erik L. Westby e V. L. Dawson.

Lo studio fa notare che molti studenti universitari associano al concetto di creatività caratteristiche come l’emotività, l’individualismo e l’anticonformismo, considerandoli i costituenti fondamentali del prototipo di creativo. Simili comportamenti sono però scomodi in un contesto di classe, in cui diventa difficile gestire delle singolarità così spiccate rispetto al gruppo. Infatti, nella stessa ricerca, gli insegnanti interrogati tradiscono gli “stereotipi” precedentemente delineati, finendo anche col contraddire le loro stesse idee: difatti, pur dichiarando di apprezzare il lavoro con questo tipo di alunni, associano le caratteristiche di cui sopra agli studenti da loro meno apprezzati, mentre definiscono quelli da loro considerati “creativi” come logici e affidabili, negandone dunque originalità e impulsività. Insomma, l’impressione che i professori hanno dei creativi non coincide con la realtà, per il semplice motivo che la molteplicità che i docenti devono gestire li costringe a soffocare certe “tendenze anarchiche” a favore dell’appiattimento.

Vorreste davvero un piccolo Picasso nella vostra classe? O una Gertrude Stein bambina? O un Eminem adolescente? Il punto è che la classe non è concepita per l’espressione spontanea – sarebbe considerata come parlare a sproposito. Invece, si basa tutto sull’obbedienza alle dinamiche di gruppo e la focalizzazione dell’attenzione. Sono abilità importanti nella vita, sicuramente, ma decadi di ricerche psicologiche indicano che certe capacità hanno poco a che fare con la creatività.

– Jonah Lehrer, Classroom Creativity

In fondo no, non è colpa degli insegnanti se i creativi non si sentono valorizzati nel contesto scolastico, ma è certamente ovvio notare che questo ambiente risulta essere poco fertile per chi ha voglia di dar sfogo al proprio estro. Se infatti un sistema come quello universitario permette di sviluppare una certa indipendenza e di affidarsi soprattutto all’iniziativa personale, dalle scuole elementari fino al liceo, invece, ogni insegnante è tenuto ad avere un rapporto diretto con un gruppo numeroso e variegato (per interessi, caratteri e capacità) di alunni che deve mantenere a un livello omogeneo di apprendimento, rispettando il programma di studi che tutti sono tenuti a seguire. Da una parte, dunque, il docente non si preoccupa della frequenza e dell’attenzione prestata alle lezioni, neppure conosce il nome delle matricole e di conseguenza l’occasione di sfruttare gli insegnamenti messi a disposizione deve essere colta dal singolo e permette di sviluppare indipendenza e autonomia; dall’altra, invece, la forte dipendenza con i colleghi e il capo ufficio (per così dire) finisce per soffocare l’individualità dei frenetici creativi e privilegiare la parità interna al collettivo.

Cosa possono fare, allora, questi poveri creativi, individualisti e incontenibili, costretti ad adattarsi agli altri? Qualche consiglio ai maturandi, pronti ad allontanarsi da questo mondo, l’ho già dato. Resta solo da aspettare. Nell’attesa, però, ricordiamo che il mondo è pieno di film magici, musiche incantevoli e libri che aspettano solo di essere letti (e non parlo dei testi scolastici). Diamoci da fare!

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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