The Lobster: una fuga disperata a tempo sostenuto

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The Lobster

Colin Farrell e Rachel Weisz in The Lobster

Si dice che non vi sia anima creata se non in vista e in misterioso rapporto con altre anime

Probabilmente è a questa frase tratta dalla Père humilié che Yorgos Lanthimos pensava quando ha scritto la distopica sceneggiatura di The Lobster, basata sull’idea che possa esistere il reato della solitudine: nessuno può essere single, né tanto meno separarsi dalla propria metà pubblicamente. Da questo punto di vista potremmo dire che è ben più grave mostrarsi apparentemente soli che esserlo realmente. È una questione di decoro: la solitudine spaventa, è rischiosa. Lo spiegano perfino le piccole simulazioni esemplificative presenti nella pellicola; chi vive senza qualcuno corre più pericoli e affronta diverse difficoltà. Non si può sbandierare la propria indipendenza e seminare il panico in questo modo. Non si può essere così osceni di fronte agli altri.

Per separare i pericolosi solitari dagli accoppiati regolari, questi vengono trasferiti in un hotel. Qui sono obbligati, nel periodo prestabilito del soggiorno, a trovare un partner. Nel caso in cui questo non avvenga (sebbene il divieto della masturbazione, la tensione sessuale portata alle stelle e la paura di ognuno di non farcela siano un incentivo all’accoppiamento) lo sfortunato sarà trasformato in un animale a sua scelta. Importantissimo è però che il rapporto sia sincero: ogni coppia deve dimostrare di essere legata da solidissime affinità, con prove di convivenza posteriori al fidanzamento che hanno lo scopo di mettere in luce eventuali tensioni sospette. La ricerca dell’amore diventa disperata, spinge gli alberganti a fingere l’impossibile pur di salvaguardarsi. Trovare qualcuno che ci è così simile è infatti difficile, ma se non si porta a termine la ricerca di una persona da amare che sia come noi, perché non accontentarsi proprio di noi? L’affetto (ipotetico) per l’altro è dunque sovrastato da quello per noi stessi e dalla necessità di salvarsi.

D’altra parte, cos’è l’amore imposto dall’alto se non una mera apparenza? Come si può pensare che, sottoposti a una simile minaccia, non agisca la disperazione più che l’affetto? Per questo motivo è di tempo che i poveri single disperati hanno bisogno: più giorni, più chances. Non ci si condanna dunque semplicemente alla menzogna per aver salva la vita, ma in preda all’egoismo si sacrificano anche gli altri, cioè i nemici, i cosiddetti Solitari. L’albergo dà infatti la possibilità di andare a caccia di questi selvaggi, abitanti dei boschi, narcotizzandoli con un fucile per poi consegnarli a chi li trasformerà in animali. La ricompensa è qualche giorno in più di permanenza, tanti quanti sono i criminali colpiti.

Sebbene i Solitari possano sembrare la controparte positiva della storia, così di fatto non è: come spesso capita quando si ha a che fare con certe ideologie coercitive, infatti, si finisce per notare senza troppa fatica degli evidenti paradossi. Capita dunque che le regole del gruppo che riconosce ai propri adepti il diritto alla solitudine vietino contrariamente l’amore, non solo quello dovuto (di cui mettono in evidenza le fragilità) ma anche quello sincero o anche solo puramente sessuale. In entrambi i casi viene dunque a mancare il libero arbitrio, la possibilità di decidere secondo gli eventi (e gli incontri destinatici). Nell’hotel, invece, è perfino negata “l’offerta” della bisessualità, limitando ancor più la possibilità di assecondare reali sentimenti. Immaginate cosa accadrebbe, infatti, se uno dei clienti dello strambo servizio – costretto a scegliere – decidesse di definirsi etero ma, durante il soggiorno, si innamorasse sinceramente di una persona del suo stesso sesso: dovrebbe ripiegare fasullamente su qualcun altro o, peggio, ritrovarsi ancora solo alla scadenza del tempo limite e così trasformato in un topo di fogna.

La libertà emotiva ed espressiva viene così spenta da regole morali (dunque razionali). Non è per questo un caso che la recitazione sia così volutamente piatta, come se i personaggi fossero fantocci vacanti senz’anima. Perfino il voice-over risulta essere inespressivo, che racconti della colazione all’hotel o di un drammatico colpo di scena. La voce fuori campo, che si svela due volte in un egual numero di identità durante il film, è onnisciente e di impostazione romanzesca: anticipa i fatti banali, descrive ciò che l’inquadratura ci rende già evidente e ripete i dialoghi. Ne deriva un’atmosfera grottesca, a cui contribuisce l’umorismo apatico e per questo sottile che contamina il film, fatto di dialoghi e situazioni surreali.

Anche la regia sembra prendere tempo, negando ogni frenesia di sorta. Le inquadrature, fisse e “analitiche”, riflettono l’estetica delle passate produzioni di Lanthimos, sebbene proposta in una versione meno estrema. Anche nei dialoghi non si concedono banalità: il canonico campo-controcampo non è mai troppo rigidamente rispettato, spesso sostituito da una macchina da presa che si sofferma sempre più di quanto il cinema mainstream ci abitua su uno dei due personaggi coinvolti. Anzi, addirittura si adagia quasi con pigrizia, come se anche la cinepresa fosse priva di vitalità, spenta come i personaggi.

The Lobster, che lascia lo spettatore con un finale aperto ed enigmatico, si conclude presentandosi come una fuga certamente disperata contro le gabbie della società, ma comunque a tempo sostenuto. È una corsa contro il tempo inteso come frenesia, che si combatte con il lento adagiarsi dei meravigliosi Colin Farrell e Rachel Weisz in un posto lontano da scadenze e divieti, in cui il sacrificio è voluto e non dovuto e l’attesa dell’altro non è un peso angosciante. Ricapitolando: The Lobster, di Yorgos Lanthimos: 118 minuti, un cast spettacolare e una produzione internazionale per un film ricercato e splendidamente riuscito. Lo trovate al cinema.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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