Tra vendetta e moralità, perché leggere il Conte di Montecristo fa bene

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Il conte di Montecristo

Copertina dell’edizione Garzanti de Il conte di Montecristo

Quando si parla di classici spesso la platea, o il singolo interlocutore che sia, storce il naso preoccupata di avventurarsi in un discorso già trito e ritrito, in cui si parla di temi obsoleti e superati. Non è il caso, questo, del famosissimo Feuilleton di Alexandre Dumas Il conte di Montecristo. Citando alla lettera Umberto Eco: “Montecristo è uno dei romanzi più appassionanti che mai siano stati scritti. In un colpo solo (o in una raffica di colpi, in un cannoneggiamento a lunga gittata) riesce a inscatolare nello stesso romanzo tre situazioni capaci di torcere le viscere anche a un boia”. Dumas è in grado di catapultare il lettore negli anni delle lotte per il potere sulla Francia, facendolo schierare apertamente con l’imperatore (o l’usurpatore che dir si voglia) o dalla parte dei Borboni, facendolo entrare talmente a fondo nelle dinamiche e negli intrecci da farlo sentire un parigino ottocentesco, preoccupato delle sorti di Dantès e insieme indignato per il tradimento che subisce. Gli avvenimenti sono tanti e tali da tramortire chi legge, da renderlo così dipendente da quel libro da star lì talvolta anche per notti intere nella speranza di conoscere finalmente la risoluzione di un problema o la sorte di un personaggio. Fossi stata una dama ottocentesca, in vita nel mentre che Dumas pubblicava a puntate questo romanzo, probabilmente avrei cercato qualsiasi espediente possibile da mettere in atto pur di leggere in anticipo la puntata successiva, per me che sono logorata dall’impazienza l’attesa sarebbe stata sfiancante. Ma cos’è Montecristo nello specifico? Semplicemente un romanzo sulla vendetta, fredda, crudele e inesorabile? O qualcosa di più?

Il Conte di Montecristo è lo spaccato dei più turpi difetti umani, il dipinto verista dell’umanità, la rappresentazione di essa nei suoi dettagli più osceni e orripilanti. Senza orpelli di sorta, senza arzigogoli e migliorie Dumas delinea i difetti che accompagnano ogni essere umano dotato di intelletto. Il coinvolgimento è tale che si condannano subito i colpevoli e immediatamente ci si schiera dalla parte del Conte, difendendo a spada tratta le sue azioni, in virtù della vendetta che deve prendersi per i torti subiti. C’è una tale e profonda empatia tra lettore e personaggio che ci si immedesima immediatamente nei panni del Dantès percosso dalla sorte e affamato di vendetta, tanto che i dubbi sui suoi piani sorgono in concomitanza con quelli del Conte. Per chi non conoscesse ancora la trama offro un piccolo riassunto: Edmond Dantès, un giovane marinaio, in seguito alla morte del capitano del Pharaon, la nave mercantile di proprietà della ditta Morrel, sta per succedergli in quanto suo secondo. Questa promozione desta l’invidia di Danglars, il contabile e scrivano di bordo, che anche lui ambisce al posto, questi in combutta con Fernand, il cugino dell’amata di Edmond, ma in verità innamorato di lui, decide di tendergli una trappola. Edmond durante la traversata si era infatti fermato all’isola d’Elba, dove aveva incontrato l’imperatore, e dato il clima realista che aleggiava sulla Francia ciò era considerato uno dei crimini peggiori. Danglars e Fernand, sotto gli occhi passivi di Caderousse, vicino di Edmond, scrivono un biglietto anonimo che recapitano al sostituto procuratore del Re. Edmond, a causa del travagliato passato familiare di Villefort, viene imprigionato nel castello di If, in cui rimane per quattordici anni meditando la sua vendetta. Dopo un primo momento di sconforto, che lo spinge quasi a uccidersi, Dantés trova il modo di  risollevarsi, affidandosi all’intelligenza smisurata del suo vicino di cella, un abate italiano, Faria, che viene considerato pazzo perché offre milioni allo Stato per farsi liberare. In realtà il tesoro di cui parla Faria, che contrariamente a quanto si pensi è in realtà lucidissimo, esiste e apparteneva a un’antica famiglia cardinalizia. Riuscito nel tentativo di fuga, da sempre meditato con Faria ma messo in atto solo grazie alla sua morte, Edmond cambia completamente aspetto e si allontana dalla Francia per qualche anno, pronto per tornarvi sotto le spoglie del Conte di Montecristo assetato di vendetta. Da qui si profilano una serie di vicende, il cui intreccio genera uno dei romanzi più belli e avvincenti di sempre.

Non deve spaventare la mole del libro: 1200 pagine che scorrono come acqua tra le dita, divorate dal lettore assetato di notizie e curioso di conoscere finalmente la risoluzione finale.

Come dicevo prima un romanzo di vendetta, ma più che altro un quadro dell’umanità nella sua interezza. Dopo una prima lampante divisione tra bene e male, con una linea di demarcazione ben netta tracciata dallo stesso Edmond che si professa l’inviato divino di Dio si notano le prime incrinature in questo quadro, forse troppo semplicistico, degli uomini. Insomma, Dumas vuole farci capire che non esistono il bene e il male assoluti. Per fare un esempio: il conte finisce per prendere a cuore la giovane e dolce Valentine, figlia di Villefort, il peggiore dei suoi nemici, l’uomo che, nonostante nel suo caso non abbia svolto a dovere il suo compito, ha fatto carriera, sino a diventare l’incarnazione stessa della devozione al proprio mestiere.

Anche nello stesso Dantès si opera una finale risoluzione, apice e culmine della trasformazione che coinvolge il suo personaggio nell’arco dei quattordici anni di reclusione e dei dieci di vendetta, che alla fine abbia esagerato nella sua risoluzione, che abbia occupato un posto che non gli spettava.

In conclusione, non posso che consigliare un romanzo che ha offerto tanto alla mia personalità, che mi ha tenuta incollata pagina dopo pagina, catapultandomi in un mondo fatto di balli, serate a teatro, salotti pieni di pettegolezzi e segreti inconfessabili e persino campagne romane popolate di banditi. Dumas ha un’abilità incredibile nel tratteggiare con precisione la società del suo tempo, con i suoi usi e i suoi vizi, e personaggi perfetti nella loro interezza, nei loro segreti e nelle loro facciate di cartapesta. Leggetelo e non ve ne pentirete!

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Marianna L. di Lucia

Marianna L. di Lucia

20, lettrice accanita, amante del cinema, aspirante giornalista, studentessa di lettere, innamorata delle parole.

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