Dio esiste e vive a Bruxelles, la recensione in anteprima [FOTO]

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Cosa succederebbe se una bambina di dieci anni potesse scrivere un nuovo Nuovo Testamento? È questa la domanda alla base del nuovo film di Jaco Van Dormael, Dio esiste e vive a Bruxelles.

Il film parte dall’idea che Dio esista e che viva, a nostra insaputa, in una realtà tangibile, contraddittoria e disordinata, come quella di Bruxelles. Il Dio descritto nel film è un Dio cinico e meschino che si diverte a far precipitare aerei e a causare incidenti ferroviari: una figura contorta, dalla natura maligna, che ha creato l’umanità al solo scopo di farla soffrire e che, a detta del regista, «non si allontana troppo dalla descrizione data dalla Bibbia».

A ribellarsi ai soprusi del padre è Ea, sorella del più famoso Gesù, che lei chiama JC. La piccola ma intraprendente Ea decide di seguire le orme del fratello e di scappare da quella casa in cui è rinchiusa dalla nascita. Entra nell’ufficio del padre e libera gli uomini dalla loro più grande paura: invia a ciascun essere umano un sms che riporta la data esatta della propria morte. Dopodiché, attraverso il cestello della lavatrice di casa, scende tra gli uomini con l’intento di scrivere il nuovo Nuovo Testamento, grazie all’aiuto del barbone Victor, e di trovare sei nuovi apostoli (a Dio piace l’hockey, sport con 12 giocatori, mentre sua moglie e Gesù amano il baseball, che conta 18 giocatori). Ea e Victor trovano i sei prescelti: una donna senza un braccio, un maniaco sessuale, una donna abbandonata dal marito, un assassino, un impiegato frustrato e un bambino che vorrebbe diventare una bambina.

Classici personaggi di Van Dormael: emarginati, perdenti e infelici, insoddisfatti della vita che fanno e segnati ancora dai traumi della loro infanzia. L’infanzia è un tema centrale nella produzione del regista belga: si pensi al suo ultimo lavoro cinematografico, Mr. Nobody (del 2009, mai uscito in Italia), in cui viene paradossalmente presentata come l’età più difficile, data l’incoscienza con cui prendiamo decisioni che si ripercuoteranno inevitabilmente sulla nostra vita da adulti.

L’obiettivo del film è innescare questo dubbio radicale: se sapeste quanto tempo vi resta da vivere, continuereste ad agire secondo i preconcetti etici e morali della nostra società o cerchereste di recuperare, scavando in profondità nei meandri della memoria, quel bambino che è in voi, nascosto da qualche parte, portando alta la bandiera del libero arbitrio?

Proprio in onore del recupero del nostro essere bambini, il film è raccontato sotto forma di favola, perché chiunque – indipendentemente dal credo religioso – possa riconoscersi in questa struttura che fa parte della nostra memoria collettiva: il tunnel che collega la lavatrice dell’appartamento di Dio alla lavanderia self-service nel bel mezzo di Bruxelles non può che ricordarci la tana del Bianconiglio di Lewis Carroll.

Dio esiste e vive a Bruxelles, omaggio a Charlie Hebdo

Una favola, quella di Van Dormael, surreale e grottesca, soprattutto vista in relazione a quanto si legge, in questi giorni, riguardo le azioni di matrice terroristica che stanno facendo tremare il mondo intero. In un’intervista il regista dichiara che, durante le riprese del film, a Parigi si consumava l’attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo: Van Dormael e la sua troupe si sono proposti di difendere e portare avanti l’ideologia del settimanale e l’utopia di poter ridere di tutto e con tutti. Confessa, inoltre, che non si è mai preoccupato del poter risultare scioccante e blasfemo agli occhi della comunità cattolica, in quanto avvezza alla critica e alla satira: «poi certo Allah esiste e abita a Teheran non l’avrei potuto fare».

Ma il film non parla di morte, seppur sia ovviamente un elemento centrale. Esso parla, piuttosto, della riscoperta del bello di vivere e del donare un senso alle azioni quotidiane, con una nuova consapevolezza di sé e della propria precaria condizione di essere mortale.

È l’amore verso la vita, quindi, a fare da sfondo e da motore immobile a questa commedia brillante, ironica ed esilarante, quanto amara.

Van Dormael ci invita a smettere di riporre la nostra felicità in qualcuno o qualcosa.

Ci invita a riconsiderare le nostre priorità, i nostri vizi e le nostre virtù.

Ci invita a chiederci più spesso se siamo contenti della vita che viviamo.

Ci invita ad essere padroni del nostro destino.

Ci invita a cambiare, se necessario.

Ci invita a cambiare tutto, se può farci stare meglio.

Van Dormael ci invita… a essere felici.

Dal 26 novembre al cinema.

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