It might get loud‬ – C’erano una volta un inglese, un irlandese e un americano

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It might get loud

Immagine dal film It might get loud

Un inglese, un irlandese e un americano si incontrano per parlare di musica. Questa storia inizia come nella più classica delle barzellette di quartiere, ma farvi ridere non è nei miei piani. Vorrei, invece, aprirvi gli occhi su una pellicola che qui in Italia nessuno ha preso in considerazione nonostante l’idea a dir poco geniale. Per la regia di Davis Guggenheim, It might get loud: film-documentario del 2008 che considero un assoluto must-have per chiunque veda nella musica (quella vera, si intende) una fonte inesorabile di arte da contemplare.

Il motivo è molto semplice. Il film ci pone immediatamente davanti a una domanda che chiunque prima o poi si è posto: chissà cosa accadrebbe se un giorno si incontrassero nello stesso luogo più musicisti appartenenti a gruppi, realtà, ma soprattutto generazioni diverse. Cosa potrebbe accadere in un ipotetico incontro tra Jon Bon Jovi, Tom Morello e Mike Shinoda? E tra Keith Richards, Dave Grohl e Alex Turner? Nel caso della pellicola, nientepopòdimeno che sir Jimmy Page, The Edge e Jack White, rispettivamente appartenenti a Led Zeppelin, U2 e White Stripes. Tre generazioni completamente differenti; tre artisti stilisticamente differenti; tre storie del tutto differenti; eppure esiste un filo conduttore: il loro strumento, la chitarra.

Tale elemento diventa presto il centro gravitazionale della loro vita e della pellicola stessa, che accompagna lo spettatore in un viaggio agli albori del rock ‘n roll, quando ancora era solo un’alternativa al blues o al jazz, un’alternativa controcorrente. Ciò nonostante, è interessante constatare quanto siano in realtà differenti i loro approcci con lo strumento stesso.

Page appare come un vero cultore della chitarra, uno che per poco non dorme con una Gibson sotto il cuscino. Per lui la chitarra è tutto, è l’essenza stessa della sua musica. Mette i brividi pensare che quest’uomo ha ormai 71 anni, eppure continua a desiderare con tutto se stesso che il giorno in cui non potrà più avere tra le mani le corde della sua amata sia il più lontano possibile. È assuefatto, innamorato dello strumento e non potrebbe essere altrimenti.

The Edge, invece, introduce un altro elemento che pone al pari della chitarra: gli effetti. Non salirebbe mai su un palco senza il suo pedale e prima di salirci calibra alla perfezione ogni singolo effetto su ogni singola chitarra con una minuziosità che ha dell’incredibile. Grazie ai suoi effetti riesce a integrare nella fedele Explorer color ciliegia un’infinità di suoni e melodie diverse, riuscendo persino a comporre canzoni modificando accordi a suo piacimento.

Per White, infine, la chitarra è quasi una costrizione, un freno, un limite alla sua irriverenza. Lo strumento che più ha utilizzato durante i Live è una chitarra in plastica acquistata ai grandi magazzini per pochi soldi e una volta, con suo fratello, da ragazzini, costruirono una chitarra elettrica con un asse di legno, 6 corde e qualche magnete a fare da pick-up. Potrebbe suonare anche con un filo di lana ben teso, non è importante: per lui ciò che conta è trasmettere un’emozione, uno stato d’animo mediante i suoi versi.

Nella pellicola tutto ciò è perfettamente percepibile e si respira quasi l’emozione che hanno i tre protagonisti parlando della loro passione come se fossero dei bambini che scartano i regali natalizi ai piedi di un abete in plastica. Essi appaiono felici di condividere gioie e dolori di una carriera colma di successi e curiosità che hanno portato alla determinazione del proprio stile musicale, anch’esso differente per ognuno dei tre, e alla consapevolezza che non sono semplici chitarristi della Pop-culture dell’epoca, bensì veri e propri artisti controcorrente che si apprestavano a scrivere la storia della musica insieme ai loro colleghi. Il film è infatti un inno al rock, alla libertà di espressione e alla manifestazione delle emozioni che solo la musica riesce a esprimere, condito con i migliori pezzi degli artisti in questione e una buona quantità di live stratosferici: non può mancare nella collezione di ogni amante del genere.

Eppure in Italia la pellicola non ha riscontrato grande successo, anzi. Tutt’altro. Forse nemmeno se ne conosce l’esistenza nella maggior parte dei casi. Perchè? Ma è ovvio: qui sono altre le definizioni di arte. Ma il discorso è talmente qualunquistico che preferisco evitare. In ogni caso, un piccolo consiglio: guardare assolutamente in lingua originale!

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Elio Buglione

Elio Buglione

Elio ha tre grandi passioni: la musica, la fotografia e viaggiare. Ha i capelli sugli occhi, ma dice di vederci bene... Nessuno sa come fa. Nel tempo libero, suona la batteria come farebbe un bambino di otto anni.

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