La Guerra attraverso l’obiettivo di Horst Faas

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Provo solo ad esprimere con la mia macchina fotografica cos’è la storia, affinché io ottenga il cuore della storia stessa con le immagini

William Wordsworth, nel suo Daffodils, affermava: «A poet could not but be gay, in such a jocund company». Un poeta non poteva non essere felice, in una compagnia così gaia. Egli era convinto, infatti, che un poeta avesse una sensibilità superiore, un campo percettivo tanto sensibile da riuscire a guardare il mondo con occhi diversi.

Se proponessimo questo concetto un secolo e mezzo più tardi, troveremmo il più chiaro esempio nelle istantanee del fotoreporter che più ha colpito il mio animo: Horst Faas. Un uomo umile, nato nella Berlino del 1933, in piena propaganda nazista, che ha fatto dell’arte di immortalare una situazione nel suo momento più culminante la sua abilità più sorprendente. Ebbe certo una sensibilità fuori dal comune che gli donò la capacità di essere sempre nel luogo giusto al momento giusto: mai uno scatto che non facesse scaturire nello spettatore un profondo senso di inquietudine, la quale incuriosisce, accompagna, cioè, lo spettatore in un viaggio nel nostro sub-conscio.

Per ottenere la migliore foto di un prigioniero, occorre immortalarlo non appena viene catturato. L’espressione che assume altrimenti sarà persa per sempre…

Basta mezz’ora e le espressioni sono perse, i volti sono cambiati. La madre con il suo unico figlio morto fra le sue braccia non sembrerà mai più addolorata, non importa cosa prova.

L’osservatore si pone delle domande fondamentali: io cosa avrei fatto? Perché tanto dolore? È giusto morire per la libertà in una Guerra tanto sanguinosa?

Sì, perché Faas non fotografò il bar sotto casa o la sua Germania. Egli preferì evadere da un ambiente che ormai non lo soddisfaceva più come l’Europa del secondo dopo Guerra e divenne famoso per aver ritratto nei suoi scatti immortali i dolori, i massacri della Guerra del Vietnam. L’intera raccolta porta alla vista dell’osservatore tre differenti punti di vista: quello dei soldati americani, temibili invasori e futuri sconfitti; quello dei soldati vietnamiti, che difesero con le armi, con il sudore della fronte e con le loro stesse vite la loro patria; quello, a mio avviso più importante, sottovalutato e incisivo, dei civili, i quali si trovarono a vivere in una cintura di fuoco, bersagliati da entrambi i fronti. I sentimenti che più affollano queste istantanee sono senza dubbio cupi come il resto dell’ambientazione: frustrazione, dolore, rabbia, disperazione, fanno di questi scatti un capolavoro senza tempo che racconta quanto l’umanità intera sia spietata, crudele e spregiudicata.

Penso che le migliori foto di Guerra che abbia mai scattato immortalavano sempre il momento in cui la battaglia aveva luogo. È il momento in cui le persone sono confuse, spaventate, coraggiose, stupide e mostrano a noi spettatori tutte queste cose. Quando guardi un uomo nel momento della verità, tutto sembra così umano

Gli scatti della Guerra del Vietnam valsero a Faas la vittoria del suo primo Premio Pulitzer nel 1965. Sì, il primo, perché nel 1972 raddoppiò e ne vinse un altro, stavolta per degli scatti, di certo non meno importanti, che immortalarono la Guerra di liberazione del Bangladesh. Va precisata una cosa, però: nel 1967, in seguito allo scoppio di una granata, Faas perse l’uso delle gambe e si trovò costretto su una sedia a rotelle per il resto della sua vita. Eppure questo non risultò essere minimamente un limite per l’uomo dalla sensibilità fuori dal comune. Egli si rituffò in quello che è diventato ormai il suo ambiente e seguì in Bangladesh tutte le vicende che portarono alla liberazione della nazione dall’esercito Pakistano.

Successivamente, si trasferì a Londra dove ha continuato a lavorare fino al 2004 per l’Associated Press, l’agenzia di stampa internazionale che lo assunse nell’ormai lontano 1956 a soli 23 anni. Morì nel 2012 a Monaco di Baviera, nella sua Germania, ma nonostante ciò i suoi scatti immortali continuano a tenere in vita il migliore fotoreporter che il mondo abbia mai conosciuto.

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Elio Buglione

Elio Buglione

Elio ha tre grandi passioni: la musica, la fotografia e viaggiare. Ha i capelli sugli occhi, ma dice di vederci bene... Nessuno sa come fa. Nel tempo libero, suona la batteria come farebbe un bambino di otto anni.

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