Maren Klemp, il racconto per immagini della malattia mentale

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Maren Klemp è un’esponente delle arti figurative, una fotografa che vive e lavora ad Oslo, Norvegia. Ha studiato con il professore Robert Meyer alla Robert Meyer Kunsthøgskole a Oslo e ha diversi anni di esperienza nel campo della fotografia e delle arti figurative. I suoi interessi attuali per la fotografia comprendono gli autoritratti in bianco e nero e l’uso generale di un’attrezzatura vintage che infonde le sue immagini di una dimensione senza tempo. Usa principalmente se stessa e i suoi figli come soggetti delle sue foto, così da rendere la sua arte onesta e vera. Le sue foto sono state esposte diverse volte a Oslo e lei è la co-autrice del libro Between Intervals, prodotto insieme al fotografo americano e professore dr. José Escobar.

La fotografia di Maren Klemp è estremamente ambivalente: è senza dubbio evidente il suo potere comunicativo, ma questo è nascosto dietro un complesso uso della simbologia e (per nulla metaforici) veli semi-opachi. Forse proprio nella sua ambivalenza risiede la forza dell’arte di questa fotografa, che ipnotizza lo spettatore in una contemplazione obbligata, finalizzata alla comprensione completa dello scatto, alla ricerca della fonte reale e razionale di quell’ansia che ogni foto riesce a trasmettere con immediatezza. Maren Klemp vuole rappresentare concretamente le sempre più astratte (agli occhi della società) condizioni associate alla malattia mentale – il senso di abbandono e di impotenza che queste invisibili malattie portano con loro – e lo fa da un punto di vista estremamente personale, rendendosi partecipe del racconto al di qua e al di là dell’obiettivo, rivestendo sia il ruolo di eroina che di narratrice.

Nel decidere di mostrarvene il lavoro, non abbiamo potuto ignorare il coinvolgimento imprescindibile di Maren nei suoi scatti: così come lei si serve del suo volto per dare corpo al racconto per immagini della malattia mentale, noi ci siamo sentiti in dovere di coinvolgerla direttamente nella spiegazione di quelle fotografie così profondamente tormentose, che solo interrogando l’autrice sarebbe stato possibile comprendere fino in fondo, in ogni scelta tecnica, in ogni aspetto estetico. Ecco dunque cosa abbiamo chiesto (e cosa ci ha rivelato Maren Klemp).

La malattia mentale è molto presente all’interno della tua arte. In che prospettiva ti proponi di raccontarla? Sei solo un megafono o la voce? In altre parole, c’è qualcosa di autobiografico?

Sì, il mio lavoro è assolutamente autobiografico. Mi è stata diagnosticato il disturbo bipolare un paio di anni fa e per affrontarlo ho cominciato a fotografare le mie esperienze da bipolare. Ho rinominato questo progetto The Veil Of Fog che è stato rappresentato nella mia prima mostra personale qui a Oslo, Norvegia.

Molte delle tue immagini riescono a trasmettere un forte senso di ansia. Quali sono i tuoi sentimenti quando scatti?

Quando fotografo sento esattamente le emozioni e che sto cercando di trasmettere attraverso l’immagine, per questo posso dire che il mio lavoro è onesto e vero. Mi sento molto sollevata dopo aver scattato le foto e penso che sia perché ho imparato a trasferire l’ansia o la depressione dal mio corpo all’immagine.

Possiamo dire che il tuo lavoro è fortemente simbolico? Reti, gabbie, specchi… ma anche farfalle, in contrasto con quanto elencato prima.

Sì, assolutamente. Il simbolismo ha un ruolo importantissimo nel mio lavoro e trovo che sia veramente interessante raccontare storie usando diversi simboli. Le gabbie degli uccelli e le farfalle sono spesso presenti nelle mie scenografie e penso che raccontino storie che riguardano l’isolamento, la solitudine, la speranza e anche la rinascita.

Usi molto spesso il bianco e nero. Cosa pensi della connessione tra i (non)colori e il significato più profondo delle immagini?

Credo che il bianco e nero colpisca più dei colori. Spoglia l’immagine da tutte le distrazioni e permette di focalizzarsi direttamente sul significato dell storia. Anche se alcune immagini mi “parlano” con i colori, lavoro principalmente col bianco e nero.

Hai deciso di ritrarre te stessa e i tuoi figli all’interno delle immagini. In che modo questo influenza la tua arte? Come ti senti a essere protagonista delle tue foto e quali complicazioni tecniche comporta l’autoritratto?

Ho imparato che se lavoro con l’autoritratto o con la mia famiglia è molto più semplice catturare i sentimenti e le emozioni che voglio comunicare attraverso le immagini. L’autoritratto mi conferisce il pieno controllo sull’intero processo creativo ed effettivamente ho migliorato molto le mie capacità tecniche. Siccome non posso vedere il frame mentre sto fotografando, questo comporta una maggiore attenzione all’aspetto tecnico. Mi piace anche usare i miei figli come soggetti. Sanno esattamente cosa voglio che facciano e c’è una connessione creativa molto forte tra noi.

Molte foto sono state scattate all’aperto e possiamo avvertire una forte connessione con la natura. Qual è il collegamento tra la tua arte e il mondo naturale? Come si influenzano a vicenda?

La natura è sicuramente ciò che mi influenza maggiormente. Porto il mio cane fuori nei boschi tutti i giorni per cercare nuove location e nuove immagini appaiono nella mia testa quando trovo un posto che mi piace. Credo che l’amore per la natura esista nel profondo dello spirito umano e che tutti possano connettersi a essa in un modo o nell’altro.

In alcune delle tue foto sembra quasi tu voglia dare risalto agli occhi. A volte sono pieni di curiosità, paura, anche calma. Quali sono gli elementi chiave dell’essere umano che ti piace evidenziare maggiormente?

Penso che gli occhi siano l’elemento più importante su cui focalizzarsi, perché possono dire molto di una persona. Una buona connessione con il soggetto è la parte importante di una buona foto. Lavoro anche con la lunga esposizione insieme a tessuti diversi per ottenere effetti di movimento che possano sembrare onirici o quasi pittorici.

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