Caso Agnese: come la cultura dello stigma si insinua nel diverso

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agnese

Sergei Sviatchenko, Less, 2004

Gli studi universitari hanno il grande difetto di rimuovere ogni residuo di tempo libero dalla vita degli studenti (soprattutto se sommati all’esperienza da provetti casalinghi fuorisede). Di positivo, però, hanno molto di più ed è banale dire quanto riescano ad accrescere le conoscenze di ogni frequentante e a offrire sempre nuovi spunti di riflessione. Questo è più o meno quello che anche il nostro sito si è sempre proposto di fare: prendere un argomento, approfondirlo, darlo in pasto ai voraci lettori e sperare in un coinvolgimento e in uno scambio di idee con questi. Voglio dunque proporvi, in questa occasione, una tematica che definire articolata sarebbe poco, partendo da un saggio che ho avuto modo di conoscere grazie ai miei recenti studi sociologici. La domanda che vi pongo è: è possibile che il germe della transfobia si insinui in un transessuale? Che un omosessuale sia anche omofobo? Che un nero sia razzista?

Questo è uno dei tanti interrogativi che viene spontaneo porsi leggendo il saggio Agnese di Harold Garfinkel, in cui viene presentato il caso di una giovane donna nata sviluppando normali tratti femminili (Garfinkel parla di «misure femminili di 38-25-38 pollici» e di una produzione autonoma di ormoni femminili), accompagnati però da «un pene e uno scroto pienamente sviluppati». Agnese, insomma, è intersessuale, almeno apparentemente, ma a questo margine di indefinitezza della sua identità di genere arriveremo dopo.

Agnese è stata cresciuta fino alla maggiore età come un ragazzo. Il suo seno ha iniziato a svilupparsi attorno ai dodici anni ma, per paura di essere sottoposta a cure che glielo avrebbero fatto perdere contro la sua volontà, nascose tutto ai familiari stretti. Difatti il caso di Agnese è preso in considerazione soprattutto quando si parla di costruzione culturale del genere. Il soggetto dello studio ha infatti dovuto dissimulare un’educazione femminile, imparare cioè a comportarsi come una donna. Socialmente ci costruiamo delle apparenze che non sono mai naturali, ma appunto di derivazione sociale. Così come «L’allievo attento che vuole essere attento, l’occhio fisso sul maestro, le orecchie ben aperte in ascolto, si esaurisce a tal punto rappresentando la parte dell’attento, che finisce per non ascoltare nulla» (Sartre), ogni giorno e in ogni situazione ci impegniamo così tanto nell’intento di apparire “normali” che il nostro comportamento finisce per non esserlo affatto; diventa, invece, un’interpretazione minuziosamente calcolata.

Agnese vive dunque la sua quotidianità dovendo nascondere (prima dell’operazione) di possedere genitali maschili e (sia prima che dopo) di non essere ancora completamente al corrente di come una donna ha il dovere di comportarsi. Non sono però solo questi – il passato da ragazzo, il fatto che la sua vagina non sia “autentica” e dunque il timore di essere considerata una “finta femmina” – gli argomenti di cui Agnese non parla volentieri: si aggiungono l’uso da lei fatto del pene (che definisce come «un tumore» a cui non dà alcuna connotazione sessuale), ipotetiche attività omosessuali prima della ricostruzione dei genitali e soprattutto la possibilità che i suoi ormoni femminili provenissero da una fonte esogena. Su quest’ultima omissione, assolutamente volontaria, fatta dalla ragazza voglio ora soffermarmi.

Omofobia e transfobia in Agnese

Agnese ha sempre con decisione voluto distinguersi da transessuali e omosessuali, avendo perfettamente interiorizzato la cultura delle persone «sessuate naturalmente, normalmente». Questa ideologia fortemente restrittiva ammette come regolare soltanto l’identificazione rigida in uno dei due sessi: maschio o femmina. Va comunque considerata questa come un’identificazione prettamente morale: si ha infatti diritto a una delle due definizioni solo se si è sempre stati maschi (che hanno il pene) o femmine (che hanno la vagina) e di conseguenza lo si sarà sempre. Non sono concesse transizioni. In più, ogni persona non solo possiede un pene o una vagina biologici, ma anche culturali: a ognuno dei due genitali coincidono «sentimenti, attività, obblighi di appartenenza ecc. appropriati». Dunque la vagina di Agnese, seppur del tutto innaturale, è comunque legittima perché «avrebbe dovuto esserci tutto il tempo», è «quello che la natura intendeva che ci fosse». Questo perché, per il principio di polarità culturale dei sessi, una persona intersessuale non ha solo il diritto ma il dovere assoluto di dover scegliere se identificarsi come uomo o come donna. Non sono ammesse soluzioni ibride.

Se dunque la cultura in cui siamo stati educati a identificarci (e che non vogliamo e riusciamo a mettere in discussione) ci dice che l’unico modo per poter scegliere a quale sesso appartenere è possederli entrambi dalla nascita, cosa bisognerebbe fare nel caso in cui si volesse operare una transizione immorale? Semplice, fingere di averne diritto. Agnese non dà mai informazioni specifiche sulla fonte degli ormoni femminili, così come evita di parlare della sua biografia maschile (di cui però conosciamo con certezza l’esistenza). Si può allora supporre che la loro produzione fosse stimolata per via esogena e che Agnese non fosse realmente intersessuale, ma transessuale – bisogna infatti notare che Garfinkel non definisce mai l’identità di genere di Agnese e non usa il termine intersessuale all’interno del saggio, mantenendo una distanza quasi documentaristica rispetto al caso. Avendo personalmente trovato questa omissione (dunque la volontà di non compiere neppure una debole negazione rispetto alla possibilità logicamente presentatasi di aver assunto ormoni di provenienza esterna) particolarmente sospetta, ho supposto che Agnese possa essere in tutto e per tutto una donna transessuale biologicamente nata uomo, ma che fosse spinta – per paura di uno stigma sociale – a negare l’illegittimità del suo “passaggio”.

È allora possibile ipotizzare l’esistenza di transessuali trasfobici, omosessuali omofobi, “minoranze” etniche razziste? A mio parere, sì. Volendo fare un esempio, proposto da Goffman ne La vita quotidiana come rappresentazione, «Le maniere da ignoranti, incapaci, e buontemponi che i negri del Sud degli Stati Uniti a volte si sentivano obbligati a mostrare al cospetto dei bianchi, costituiscono un esempio di come una rappresentazione possa esaltare valori ideali che attribuiscono all’attore una posizione inferiore a quella con cui egli privatamente si identifica. […] Ecco quindi che l’impiegato di una spedizione assumerà il titolo e la paga di un fattorino; una governante permetterà che la si consideri domestica, ed un pedicure andrà nelle case dei bianchi di notte, entrando dalla porta di servizio». Si accettano dunque posizioni ingiuste e impari di inferiorità perché si è coscienti di uno stigma culturale, interiorizzato nella socialità. Allora forse dire che dietro a un omofobo può nascondersi un gay represso non è solo una provocazione, quanto un’ovvia conseguenza sociale della paura di essere etichettati, stigmatizzati, isolati. Per questo chi è consapevole dell’immoralità della propria condizione cerca di nasconderla, anzi di condannarla, per rendersi ancora più insospettabile e non rischiare di “perdere la faccia” (per usare un’altra espressione goffmaniana), esattamente come fa Agnese criticando con violenza transessuali e omosessuali.

Non è forse proprio nel momento in cui l’uomo nega la sua naturalità che potremmo dire che la società ha fallito? Certo, questo avviene in tanti altri modi (il solo fatto di mangiare a orari prestabiliti e non quando si ha fame, di dormire durante una certa parte della giornata e non solo quando si ha sonno è una forzatura della natura biologica umana), ma nel momento in cui le norme morali vanno a intaccare la realizzazione dell’individuo e la sua possibilità di esprimersi liberamente, allora la morale va assolutamente corretta, per impedire che siano gli individui a sentirsi in dovere di correggersi.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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