L’Orestea di De Fusco: impresa riuscita… a metà

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Si conclude il ciclo dell’Orestea di Luca De Fusco al teatro Mercadante dopo poco meno di un mese e, a giudicare dai numeri, può essere definito a tutti gli effetti un successo di pubblico. Lo spettacolo del direttore dell’associazione di Teatro Stabile della città di Napoli si divide in due parti, la prima l’Agamennone e la seconda comprende il resto della trilogia Coefore/Eumenidi. Senza dubbio si apprezza il coraggio nello scegliere uno stile differente, in modo marcato, per ognuna delle parti della trilogia di Eschilo, ma questo finisce inevitabilmente per dividere i pareri del pubblico che forse difficilmente riesce ad apprezzare la totalità dell’opera. A fare da sfondo una straordinaria e impeccabile messinscena, le musiche di Ran Bagno sono parte viva e integrante dello spettacolo, lo trapassano in modo sensuale e delicato creando una stabile partecipazione emotiva che accompagna lo spettatore fino all’epilogo, le coreografie di Noa Wertheim riescono a mescolare alla perfezione la danza contemporanea con il tribalismo che lo stesso regista vuole lasciar trasparire come filo conduttore dello spettacolo, attraverso i colori e gli elementi: la terra e il nero, il rosso e il sangue.

L’Agamennone è senza dubbio una spanna superiore alle altre parti, per coerenza e impatto emotivo verso il pubblico, senza cadere nelle scelte discutibilmente kitsch delle parti successive. Sul palco elementi essenziali che non lasciano scampo a finzioni di stampo retorico-televisivo. La rappresentazione tiene con il fiato sospeso gli spettatori dal primo all’ultimo minuto, curato e azzeccato nei minimi dettagli anche l’ingresso in scena dei personaggi e l’utilizzo dei corpi. Il coro, che detta i tempi della narrazione attraverso quattro corifei che si dividono la scena, si presenta con una abilissima capacità di tenere in pugno il ritmo e soprattutto lo spazio. Non ci sono vuoti e anche i lunghi dialoghi, non sempre facilissimi, risultano fruibili e appassionanti. Il picco più alto lo raggiunge quello che – nella tragedia originale – è il quarto episodio, cioè il canto di Cassandra verso Apollo e il lungo dialogo, profetico, ai limiti del visionario, della stessa con il coro. La conferma arriva anche dall’applauso, verso Gaia Aprea (Cassandra), del pubblico che evidentemente apprezza il personaggio, ma soprattutto la recitazione. Non sono da meno però un accademico Rigillo (Agamennone) e una coraggiosa Elisabetta Pozzi (Clistemnestra).

La seconda parte è aperta dal ritorno di Oreste e dalla preghiera di Elettra sulla tomba del padre. L’incontro tra i due fratelli, accompagnato da un’ intensa coreografia a far da sfondo, ancora in linea con quello visto nella prima parte, è di un impatto emotivo formidabile e anche il vorticoso dialogo tra i due, quasi vomitato, acquista una musicalità inedita plasmandosi sulla solennità, mescolata a una gioia parossisticamente euforica, che richiede il momento. Da qui parte la contaminazione sempre più marcata dello spettacolo, voluta dallo stesso regista, soprattutto con il cinema, attraverso gli schermi che diventano parte portante della narrazione. In un crescendo violento, fino alla punto focale nel finale dove l’unica protagonista è l’esecrazione, resa benissimo dal bravo Giacinto Palmarini (Oreste) prima verso la madre e poi, in seguito al matricidio, verso se stesso, si arriva così alla fuga del protagonista.

Se le Coefore ancora riesce, camminando su di un filo e al netto delle parti cantate, a mostrare una certa onestà e reggere il confronto con la prima parte, le Eumendi  sembra veramente essere anni luce distante e le scelte più coraggiose non pagano affatto. È qui che il kitsch si mostra prepotente e fastidiosamente protagonista, soprattutto nella lunga scena del processo al tribunale dell’Areopago che assolve Oreste. Dall’abito di Atena rappresentata come una dea, forse fin troppo, post-moderna, all’utilizzo dello strumento video che è, a tratti, raccapricciante. La votazione del tribunale, in aggiunta alla retorica sul ruolo della democrazia, demoliscono il grosso castello creato mattone per mattone con una bomba di indecenza ai limiti della verosimiglianza.  A questo si aggiunge, purtroppo, la constata incapacità per Angela Pagano (Prima Corifea) di reggere oramai uno spettacolo di quasi due ore con un linguaggio tendenzialmente aulico, lontanissimo da quello della sceneggiata napoletana, a lei, sicuramente, più congeniale.

Non era un’operazione facile quella tentata e intrapresa da Luca De Fusco e dalla sua compagnia. Contaminare di moderno e post-moderno un classico della tragedia greca, cercando però di non tradire il testo originario e renderlo fruibile a un vasto pubblico, è sicuramente un’impresa ardua. E forse l’inconscia volontà di arrivare a più spettatori possibili e il tentativo di lanciare un messaggio legato al presente lo ha tradito proprio nell’èxodos, ma certo non può offuscare e cancellare quanto di buono rappresentato prima, dalle scelte registiche, alle musiche, passando per le danze e il movimento dei corpi che spesso viene definito contorno ma, poi, tanto contorno non è.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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