Il ponte delle spie: a lezione di cinema da Spielberg

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Il ponte delle spie

Il ponte delle spie

Per chi ha visto Salvate il soldato Ryan, Prova a prendermi o The Terminal il fatto che Il ponte delle spie sia la quarta collaborazione tra Tom Hanks e Steven Spielberg è un motivo più che valido per precipitarsi in sala carichi di aspettative. Ma ci sono tantissimi altri motivi per cui questo film andrebbe visto, come il fatto che la sceneggiatura di Matt Charman sia stata studiata insieme ai fratelli Coen e che fotografia e montaggio siano stati affidati agli ormai fedelissimi Janusz Kaminski e Michael Kahn.

La storia è ambientata negli anni ’50 è quella di James Donovan, un avvocato di Brooklyn che viene scelto per difendere in tribunale Rudolf Abel, una spia sovietica non riconosciuta. Quando Abel viene dichiarato colpevole, Donovan propone di non ricorrere alla pena di morte come sentenza definitiva, cosa che avrebbe soddisfatto gli americani terrorizzati dal clima della Guerra Fredda. Abel viene condannato a trent’anni di reclusione, ma passano pochi mesi prima che un pilota americano precipiti dopo un volo di ricognizione dai sovietici. Donovan viene richiamato per negoziare lo scambio, ma la sua abilità come oratore e il suo insaziabile senso della giustizia lo porteranno ben oltre ciò di cui era stato incaricato.

La storia si muove fluidamente nonostante il ritmo non sia frenetico in nessun momento. Cinema classico forte, sì, di una sceneggiatura perfetta, ma anche di un’armonia tra forma e contenuto che difficilmente è raggiungibile trattando argomenti di questo genere. Non sarebbe stato difficile cedere a sentimentalismi (il sarcasmo sempre ben piazzato e per nulla invadente dei Coen è stato necessario in questo senso), ma Spielberg ha deciso di immergere il proprio “uomo tutto d’un pezzo” in una realtà gelida, in ogni senso, senza fretta. Non c’è stata violenza nelle immagini, soltanto poesia. Questo grazie ai raccordi di sguardi, magnificamente adoperati per rivelare il personaggio (quando dal finestrino guarda, prima, l’uccisione di alcuni ragazzi che provano a passare oltre il muro di Berlino), e la società (il giudice entra in aula e dei bambini in classe giurano fedeltà alla bandiera americana). Ma va anche detto che questo è un film americano per americani, ma non perché James Donovan sia il tipico eroe per caso, ma perché ciò che lo muove è una fiducia irriducibile nella costituzione, che per lui è ciò che rende Uniti gli Stati d’America.

Vanno dette due parole anche sul protagonista della fazione opposta, ovvero Rudolf Abel, ma più che sullo stoico e inevitabilmente adorabile personaggio, su Mark Rylance, che ha regalato un’interpretazione tanto autentica da liberare il personaggio della spia dai suoi legami col passato, rivendicando l’identità del sindaco e celebrando quanti in quel periodo vennero strumentalizzati e poi puniti per aver portato a termine un ordine. Probabilmente il riferimento a Norimberga puntava proprio a evidenziare questa distinzione tra criminali di guerra, che non venne presa in considerazione dalle istituzioni giuridiche americane durante quel periodo.

La verità è che un film come questo era necessario, oggi, per ricordare ai giovani e a tutti cosa sia davvero il cinema, di quali strumenti disponga e di quanto ingegno sia necessario affinché il suo scopo comunicativo venga raggiunto. Maestri come Spielberg hanno tantissimo da insegnare di questi tempi, ma ci sarà qualcuno pronto ad ascoltare ciò che hanno da dire?

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Giorgia Spizzuoco

Giorgia Spizzuoco

A grandi linee: guardo film, li recensisco e li amo.

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