Burton, elogio all’artista

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Tim Burton fotografato da Nadav Kander

Tim Burton fotografato da Nadav Kander

Sapete quand’è che un regista ha davvero compiuto bene il suo lavoro? Quando lo spettatore arde dal desiderio di entrare nella storia da lui costruita, quando morirebbe all’idea di impersonare un personaggio tipico solo di quello stesso regista, quando farebbe dirigere da lui la sua stessa esistenza.

Io non so quante volte ho desiderato abitare in una di quelle case monocromate, circondate da giardini decorati in maniera atipica e bizzarra, sovrastate da un castello tanto cupo quanto curioso; non so quante volte, durante delle gite in montagna, ho cercato tra gli alberi la tana di un coniglio che affacciasse, solo apparentemente, nel vuoto, come un pozzo senza fondo, ma che in realtà rappresentasse l’entrata a un paese pieno di meraviglie; non so quante volte ho cercato un biglietto d’oro nelle barrette di cioccolato, che mi permettesse di visitare una fabbrica unica nel suo genere. Non so quante volte ho sognato, grazie a Tim Burton.

Le storie surreali, in quel sublime intermezzo tra realistico e assurdo, presentate allo spettatore con attenzione ai dettagli, ai particolari, alle sfumature, alle inquadrature, ai contrasti di luce. Quei grandi occhi che tanto hanno caratterizzato i quadri della pittrice Keane; la neve, sotto la quale Edward ricorda danzare Kim; la determinazione negli occhi di Alice quando è pronta a scendere in campo, al fianco del Cappellaio e della Regina Bianca; la casa di marzapane e dolciumi in cui Charlie vive insieme con la famiglia: racconti che plasmano lo spettatore in una maniera originale, particolare. Vuoi che non finiscano, in nessun modo. Vuoi che continuino. Vuoi che Miss Keane non smetta mai di dipingere il suo ultimo quadro, vuoi Edward non ritorni mai in quel dannato castello, vuoi che Alice scelga di restare alla proposta del Cappellaio, vuoi che la visita alla fabbrica di cioccolato non finisca mai.

Il sodalizio artistico tra Burton e Depp

Alcuni dei capolavori di Burton sono tali grazie anche e soprattutto al lavoro attoriale di un gigante del cinema come Johnny Depp. Il loro sodalizio artistico nasce con Edward Mani di Forbice. Prestazione straordinaria quella dell’attore. Durante il film, si assiste palesemente a una evoluzione del personaggio, prima stranito, interdetto, estraneo, che poi, innamoratosi, diviene più umano dei mostri e meno mostro degli umani. Il Depp cappellaio è altrettanto eccezionale. Se un attore sa recitare con lo sguardo, con l’ espressione, con il pathos, a poco gli servono le parole. E infatti, quanto spesso parla Edward nel corso del film? Quanta pazzia lascia trasparire dai suoi occhi il Cappellaio in Alice in Wonderland? Quanta grandezza s’evince dal portamento di Willy Wonka ne La fabbrica del Cioccolato? Lasciando da parte il “metodo Stanislavskij” (secondo cui, per entrare a pieno nel personaggio, un attore deve interpretare costantemente quello stesso personaggio anche fuori dal set cinematografico), grazie al quale Depp ha messo in scena il pirata più carismatico della storia del cinema, la sua è una vera e propria dote, che in pochi altri ho visto: più grande la possiede solo Liam Neeson, ma quello è un altro discorso.

Non ho scritto quasi nulla dei film citati. Voglio esortarvi a guardarli. L’arcadia moderna in cui ci proietta e con cui ci sublima Burton ci dà un punto di vista diverso su ogni cosa: i migliori sono matti; l’arte è l’unica cosa di cui bisogna essere davvero gelosi e protettivi; la nobiltà d’animo porta alla realizzazione; l’amore è chiaroscuro. I suoi film sono davvero fantastici. Il motivo è semplice. Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, è stato Charlie, Alice, Edward, ma non in quel modo, non nel modo e nel mondo di Burton. E questo al contempo ci rammarica e ci emoziona.

Viva il cinema.

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Ciro Terlizzo

Ciro Terlizzo

Quando vado a fare il prelievo per le analisi del sangue, dopo con quella siringa puoi scriverci, perché è piena d'inchiostro.

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