Come Joy ci insegna a combattere per la felicità

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Joy, dettaglio della locandina

Joy, dettaglio della locandina

Pensateci: quante volte avete chiesto (o avete sentito chiedere) a qualcuno con un nome esotico, straniero, quale fosse il suo significato? Lo facciamo, spesso, perché pensiamo che l’etimologia di un nome, il senso che una cultura dà a quello che non è altro che un’appellativo convenzionale imposto alla nascita, possa essere in qualche modo profetica e parlarci di ciò che la persona è o – ancora più precisamente – è destinata a essere. Un nome come quello di Joy (gioia, in inglese) non può fare eccezione.

Joy è una storia di una semplicità disarmante, quella di una donna come tante (e infatti non è un caso se il film si apre con la frase «Ispirato a storie vere di donne audaci. Una in particolare»), sola, con due figli e priva di un vero sostegno familiare, costretta a inventarsi mille modi per assicurare una vita dignitosa a sé e ai propri bambini, fino ad approdare all’idea definitiva, quella che cambierà le sue sorti e trasformerà i suoi dolori in ispirazioni: il mocio. Sì, quella magistralmente diretta da David O. Russel è la biografia della donna che ha inventato il Miracle Mop, il mocio che si strizza da solo, ma è proprio nell’apparente semplicità dell’idea di fondo che il film riesce a stupire, con un’elaborazione narrativa ed estetica che sorprende ed entusiasma.

Lawrence e Cooper come prolungamenti del regista in Joy

C’è del metacinematografico nel lavoro di Russel, che riesce a sfruttare questa caratteristica della pellicola per creare palesi effetti comici così come per incantare lo spettatore più attento. Se infatti è meravigliosamente divertente il modo in cui la soap opera tanto cara alla madre di Joy sembra commentare e talvolta anticipare gli eventi reali, a qualcuno potrebbe essere sfuggita l’attenzione peculiare che – concentricamente – regista e personaggi rivolgono alle mani. Da questo punto di vista, il sodalizio tra Jennifer Lawrence e il suo director non stupisce: lei, attrice non solo col volto ma soprattutto col corpo, che fa della gestualità un cavallo di battaglia, non può che andare a nozze con lui, che un po’ come Tarantino fa con i piedi femminili si concentra così tanto sul valore delle mani. Una sorta di morbosa attrazione che non solo condivide con la stessa Joy (che, come vedrete, fa di queste la sua primaria fonte di ispirazione), ma anche col personaggio di Bradley Cooper, che nel dirigere le televendite su QVC indica proprio nelle mani dei professionisti il segreto di una vendita riuscita e lì guida la macchina da presa dell’operatore televisivo, esplicitamente, come a sottolineare le indicazioni che probabilmente David O. Russel stesso fornisce sul set. È questa mise en abyme che evidenzia dunque il legame stretto che i due attori hanno ormai consolidato con il regista, divenendo quasi un prolungamento della sua concezione artistica.

Fondamentale anche il concetto di tempo, sfruttato nel migliore dei modi dalla regia come dal montaggio. Russel si preoccupa non solo di creare tensione nei sensi dello spettatore, nascondendo nel fuoricampo elementi che solo a tempo debito potranno sorprenderlo, ma anche della sincronia e dell’immediatezza, che rendono le scelte da lui adottate raffinate anzi che no, ma di certo non lente. A questo proposito bisogna tenere conto anche del ruolo rilevante del montaggio, prevalentemente rapido, che soprattutto sul piano narrativo gioca un ruolo fondamentale per la buona riuscita del film: la sceneggiatura evita la banalità di una scontata sottotrama amorosa a happy ending e gioca invece sulla distorsione di cronologico e duraturo. Tra flashbackflashforward (oltre che un caso di montaggio a graffa e particolarmente stranianti ellissi), il tempo perde linearità e lascia al finale un’ambigua apertura. Se infatti il futuro della protagonista è noto allo spettatore, questa in realtà non lo conosce ancora.

Quello che resta totalmente privo di elaborate costruzioni e moderne rielaborazioni è però il messaggio del film, che oltre a essere quantomeno condivisibile è anche immortale: la felicità si conquista e non bisogna mai perdere la voglia di lottare per ottenerla. È un insegnamento di cui non si può tenere presente l’attualità in un periodo storico come quello a noi contemporaneo, che spesso vede molti cittadini essere privati di diritti fondamentali per la propria realizzazione personale, professionale o privata che sia. Se però la storia di Joy può dimostrare qualcosa, è proprio che nulla di più sbagliato può esserci che dichiarare resa. Allora, seguiamo il consiglio?

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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