Geni a confronto: Sherlock Holmes

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La serie tv Sherlock con Benedict Cumberbatch

La serie tv Sherlock con Benedict Cumberbatch

Il genio affascina: non c’è dubbio. Di fronte a una mente brillante, perspicace, geniale, nulla è dovuto se non rispetto, ossequio, venerazione oserei dire. Se vi chiedessi il nome di un genio, sicuramente, oltre ai nomi di Einstein, Kant o Mozart, mi presentereste il nome di Sherlock Holmes. L’eccitazione, l’adrenalina, la meraviglia, che mi attraversano la spina dorsale all’ascolto di uno dei suoi ragionamenti, di una delle sue deduzioni, non hanno eguali. E preciso quel “all’ascolto”. Di fatti, questo articolo concerne lo Sherlock dello schermo, grande o piccolo che sia, e non quello originale del sir Doyle, indescrivibile, ineguagliabile, impareggiabile. Più nello specifico, qual è lo Sherlock più riuscito?

Ci sono stati tanti attori che hanno performato nei panni del genio londinese, molti dei quali li ritroviamo anche nelle ultime due decadi del ventesimo secolo. Dal 2009 a oggi, invece, tre sono i nomi da indicare per una virtuale candidatura al premio di Miglior Sherlock Holmes: Benedict Cumberbatch (di Sherlock), Robert Downey Junior (della serie di film di Sherlock Holmes) e Jonny (senza “h”) Lee Miller (di Elementary). Ci sono sicuramente altri attori da poter candidare, ma credo che questi siano i tre massimi personaggi che propongono le versioni di Sherlock più celebri e famose.

Gli Sherlock (e Watson) di cinema e TV

Benedict Cumberbatch. Non impiegherò righe e righe di scrittura per elogiare doti attoriali palesi a tutto il mondo e personalità scenica da manuale della recitazione. Semplicemente, l’attore presenta lo Sherlock che ti immagineresti dalle letture dirette di Doyle. Un uomo avanti
anni luce, un uomo che arriva prima, che gioca con gli altri, che anticipa, che abbindola, che affascina, che inquieta, che demoralizza, che sprona. Non parlerò nello specifico di Sherlock: ha bisogno di un’intera recensione a parte. Dico solo che, giorni fa, pensavo alla stesura di questo articolo. Nello stesso tempo, usciva al cinema per un paio di giorni Sherlock e l’Abominevole Sposa, un episodio speciale di un’ora e mezza, sempre, ovviamente, della serie portata al successo dall’abilità di Benedict. I novanta minuti meglio spesi della mia vita. Un capolavoro, sotto ogni
punto di vista. Ogni episodio di Sherlock ti lascia interdetto, scosso, combattuto. Non sei davvero sicuro di averlo capito a fondo. La Londra contemporanea che fa da sfondo alle vicende del detective costituisce, infine, la chiave di volta della serie. Sherlock è vicino a noi. Non è lontano, remoto, nascosto. Usa gli smartphone, prende i taxi. E il Dottor Watson? È Martin Freeman. Bilbo Beggins per gli appassionati de Il signor degli Anelli. Un professor attore, in pratica. Anche lui, tralasciando encomi e meriti che risulterebbero pleonastici e monotoni, presenta il Watson che ti aspetteresti. Un uomo disposto a imparare, ma che insegna anche. Lentamente nella serie viene fuori anche la grandezza del Doc Watson, oltre a quella di Sherlock. I due si completano, quasi a dire che siano
complementari. Fantastico.

Robert Downey Junior. Non mi convince: lo dico sinceramente. Come attore è capace, abile, ma non mi ha mai convinto troppo. C’è quell’elemento che manca, che per la mia mancanza di esperienza e conoscenza, non sono ancora in grado di indicarvi. Il personaggio è lo stesso (Sherlock), ma la resa è completamente diversa. Detto in maniera diretta: in una scontro deduttivo tra lo Sherlock di Robert e lo Sherlock di Benedict, il secondo prevaricherebbe sul primo senza ombra di dubbio. Il primo dei due, comunque, è più spavaldo, arrogante, saccente o, per lo meno, esplicita queste caratteristiche in maniera più netta rispetto al secondo, che magari le lascia intendere ma mai apparire. Consiglio comunque di darvi un’occhiata. Per Watson (Jude Law) il discorso è uguale: asso nella manica perenne di Sherlock, realizzato bene. Sapete qual è il problema di questa serie, a mio parere? È uno Sherlock troppo Sherlock, questo. Non è uno Sherlock da 221B di Baker Street, ma è uno Sherlock da Hollywood. Questo fattore non regge. Sherlock non è Iron Man. Devi presentarlo come un personaggio estroverso in una maniera assolutamente non estroversa. Perdonate il controsenso, ma è la verità.

Jonny Lee Miller. Trovo sempre piacere nel consigliare ai miei amici la serie Elementary. L’adoro: è una serie da apprezzare. In essa viene presentato uno scenario nuovo. Tutto è cambiato. Sherlock è sempre l’uomo geniale tossicodipendente che ritroviamo, forse in maniera meno marcata, anche nell’interpretazione di Benedict, ma sono tre i punti del diagramma a essere stati rivoluzionati nella serie. Watson è una donna, e non una donna qualsiasi: Lucy Liu. Attrice eclettica, che spazia da interpretazione a interpretazione (da Kill Bill di Tarantino a Elementary, appunto). Qualcuno che non conoscesse la serie potrebbe subito asserire che sia inevitabile una relazione sentimentale tra i due colleghi di investigazione. E invece no: questa è l’arma vincente. Sherlock e Watson sono dei colleghi, solo colleghi. Watson va a letto con Mycroft, il fratello di Sherlock, esce con innumerevoli uomini, ma mai con il suo collega e coinquilino. Mai. I due non si sono mai sfiorati, ma le loro menti sono affini e complici: “Sono migliore con te, Watson”, dirà Sherlock in un episodio.  Altro punto clou è la città ove si ambienta la storia: non Londra, ma New York. Ebbene, questa “libera rettifica” alla storia originale è fanstatica. Forse i produttori avranno pensato: “Non mettiamo all’opera un genio dell’investigazione in una città ordinata e pacata come Londra. Lo hanno già fatto. Proviamo a fargli mettere le mani nell’acqua torbida del caos americano. Dove precisamente? Nella metropoli più grande d’America”. Chissà. La mia mente vaga. Ultimo punto, per concludere, che rende questa serie avvincente è la figura di Moriarty, eterno nemico di Sherlock, che, guardate caso, anche qui è interpretato da una donna (Natalie Dormer). La relazione tra i due sarà inevitabile, ma non voglio svelarvi troppo.

Eccitate le vostre menti col genio, cari lettori: non c’è nulla di più suggestivo.
Elementare!

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Ciro Terlizzo

Ciro Terlizzo

Quando vado a fare il prelievo per le analisi del sangue, dopo con quella siringa puoi scriverci, perché è piena d'inchiostro.

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