Quando l'esperienza in sala non è la migliore alternativa

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Travis Bickle (Taxi Driver) in sala

Travis Bickle (Taxi Driver) in sala

Si è molto discusso e fin troppo – in una sorta di intellettualismo esageratamente reazionario e sterilmente pretestuoso – criticato il nuovo progetto dell’Hart-Ambasciatori che ha sostituto le solite sedie da cinema con comode poltrone, tavolini e letti in prima fila. Tralasciando le esagerazioni in nome del progresso, o della comodità e del commercio (che dir si voglia) e riappropriandoci per un attimo dei livelli essenziali, siamo proprio sicuri che le sale che frequentiamo, solitamente, abbiano i requisiti minimi per permetterci di godere al meglio dell’esperienza audiovisiva?

Il dubbio mi è sorto qualche giorno fa quando, con estrema curiosità verso il film, ma anche verso un cinema in cui non avevo mai messo piede, ho deciso di guardare The Revenant al Cinema Plaza al Vomero. L’appena citato può vantare di essere il più antico cinema del Vomero (e forse della città) ancora in funzione e, soprattutto uno dei primi a trasformarsi in multisala nel lontano 1994. Tutto molto bello fino a quando non metto piede nella sala Bernini, proprio quella nata nell’anno in cui, negli USA, Schindler’s List sbaragliava la concorrenza agli Oscar aggiudicandosi ben sette statuette. A proposito di Oscar, la sala è completamente piena e la querelle riguardante Di Caprio sembra far bene alle casse del cinema. Ebbene, la prima cosa che si nota entrando nella sala è un soffitto particolarmente basso rispetto ai cinema classici e quindi, di conseguenza, lo schermo posizionato quasi al livello delle sedute. Avverto un leggero disagio anche nel prendere posizione nel posto assegnatomi, poiché le persone sedute prima di me sono costrette ad alzarsi e uscire dalla fila. A questo si aggiunge che, una volta iniziato il film, un gruppo di ritardatari impiega più tempo del solito per prendere posto, piazzandosi davanti lo schermo e impedendo non solo la vista delle scene iniziali per alcuni secondi, ma anche la lettura dei dialoghi che sono sottotitolati in alcune parti, essendo doppiata solo la parte in inglese.

Passati i primi minuti burrascosi, si potrebbe pensare che, dopo, fili tutto liscio fino alla fine del film. Magari: ogni volta che la scena è sottotitolata, una tragedia si palesa in ognuno degli spettatori che ha, almeno, due teste davanti che impediscono la lettura, da ciò discende l’inevitabile brusio e il malcontento di fondo che, inesorabilmente, contribuiscono a spezzare il pathos, di cui il film è carico.

A fine primo tempo provo a chiedere, cercando di capire il perché di una scelta del genere, soprattutto quando si ha di fronte un film sottotitolato (che domande?! C’era Quo Vado? nella sala grande) ma, ovviamente, mi dicono che la scelta è della direzione e i dipendenti non ne sanno nulla.

Per concludere in bellezza (come se non fosse abbastanza) i commenti stupidi e fuori luogo durante le scene clou, o chi urla che il film fa schifo e Di Caprio non merita l’Oscar ma, ovviamente, la maleducazione non è colpa certo della direzione (questa no) anche se contribuisce, indirettamente, con le succitate sedute particolarmente vicine e strette.

Lo dice la legge: in sala poltrone ampie e file a distanza

Dopo questa odissea (un film di 2h48′) inizio a chiedermi se esistano delle norme standard per la costruzione di una sala cinematografica che possa permettere un livello di fruibilità minimo per i paganti. Ed effettivamente, anche se scarna, una norma c’è: la legge n.1213/65, con le successive modificazioni, prevede tra le molte altre cose che l’autorizzazione sia rilasciata in presenza di “poltrone di larghezza non inferiore a cinquantacinque centimetri e con distanza fra le file non inferiore a centodieci centimetri” (art.3, co.1 lettera d). Ora non è che solitamente giro con un metro in tasca ma, a occhio e croce, potrei giurare che la distanza tra le file fosse almeno la metà. Di conseguenza le teste degli spettatori più alti sono più vicine e se si è posizionati in una fila centrale, con la seduta laterale, diventa praticamente impossibile godere dello schermo nella sua interezza senza incappare in qualche cranio invasore.

La mancanza di rispetto, oltre che verso lo spettatore che paga (e sappiamo come sono i prezzi dei cinema nel week-end), è soprattutto verso il lavoro di Iñárritu e Lubezki (e di tutto lo staff che ha lavorato in condizioni impervie) che meriterebbe di essere apprezzato e goduto nella sua interezza, ogni singola inquadratura.

Credo che il bene del cinema passi prima dalla pretesa, più che mai lecita, di ammirare un lavoro nella migliore condizione psico-fisica possibile e, poi, magari, possiamo anche discutere se i letti sono compatibili con la settima arte.

Solo dopo, però.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

1 comment

  1. Avatar
    ornella lurgo 1 febbraio, 2017 at 19:17 Rispondi

    Ho letto con curiosita’ il suo articolo.Non conosco il cinema in questione e mi spiace per la sua esperienza negativa. Ma cio’ che vorrei dirle e’ che a prescindere dalla reale distanza tra le file del cinema Vomero,cio’ che lei cita della normativa e’ assolutamente inesatto . La normativa dice che la distanza tra le file dev’essere almeno di cm 0,80. I 110 CM SI RIFERISCONO ALLA POSSIBILITA DI METTERE POLTRONE A SEDUTA FISSA(QUINDI NON CON SEDILE RIBALTABILE) E DI NON FARE PIU’ IL CORRIDOIO DA 120CM OGNI 10 FILE DA 16 SEDUTE. Per la cronaca le sedute fisse sono molto piu’ economiche di quelle ribaltabili e mi creda che qualsiasi gestore sarebbe ben felice di metterle anziche’ dissanguarsi con quelle a seduta ribaltabile.Il problema delle multisale frazionate e’ lo spazio ovviamente ,non certo il sadismo dei gestori.Detto cio’ visto che i grossi multiplex di spazio ne hanno da vendere, le consiglio di vedere la’ i film e di non andare piu’ nei piccoli cinema che hanno gia’ tanti problemi e non hanno certo bisogno di essere pubblicamente screditati da persone incompetenti

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