Netflix: Beasts of no nation

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Netflix: Beasts of no nation

Beasts of no nation

L’altra sera uscii da quel antro buio che amo definire camera mia per bere qualcosa, quando mi accorsi che papà, sul divano, era tutto preso a fissare il suo iPad con le cuffiette indossate. Trovai la cosa curiosa, quindi gli chiesi: “Pa’, cosa guardi?”. Vi giuro che se mi avesse detto “Un tutorial su come seppellire un cadavere” sarei stato meno sorpreso; invece, mi disse: “Guardo un film su Netflix, sai cos’è?”. Fu a quel punto che mi resi effettivamente conto di quanto grandioso sia stato l’impatto che una piattaforma come questa ha avuto su una società conservatrice come la nostra. Mio padre, uomo di 48 anni ben portati, la cui cosa più alternativa vista finora è stata la Formula 1 in HD, stava guardando Netflix, proprio lì davanti a me. Wow, pensai.

Voglio sperare che ormai tutti sappiate cosa sia Netflix, ma lo ripeterò per i ritardatari: Netflix non è altro che una piattaforma streaming online a pagamento, arrivata in Italia il 22 ottobre 2015, che mette a disposizione dei suoi abbonati un catalogo di film, serie TV e documentari in lingua originale, doppiati o sottotitolati. Una realtà non dissimile dai nostrani Infinity o Sky Online, in effetti. Tuttavia, la sua particolarità sta nel fatto di essere essa stessa una casa produttrice di film e serie TV che col tempo sono diventate un vero e proprio sinonimo di qualità. Devo ammettere, tuttavia, che anch’io ero abbastanza restio inizialmente a effettuare un abbonamento, poiché il catalogo non mi sembrava dei migliori. Oggi, a distanza di 4 mesi dal suo ingresso in Italia, posso affermare a testa alta che Netflix non ha deluso le mie aspettative, rifornendo settimanalmente il suo catalogo con titoli esclusivi e pellicole dal calibro sempre maggiore, entrando con prepotenza nelle case degli italiani. Oggi, allo scadere del mio mese di prova, vorrei parlare di una di queste pellicole prodotte dalla stessa casa che mi ha colpito notevolmente per il livello generale dell’opera, ben più che positivo.

Per la regia di Cary Fukunaga, Beasts of No Nation è una pellicola tratta dal romanzo omonimo di Uzodinma Iweala che andrebbe vista almeno una volta nella vita. Il suo punto di forza non è la trama, a mio avviso, ma come questa storia, di base semplice, sia stata circondata da scenografie, musiche, ma soprattutto da una regia al limite della perfezione. Il film racconta la storia di Agu, un giovane ragazzino africano che si trova a vivere sulla sua pelle le disgrazie e i martiri che la guerra porta con sé. Una guerra spietata, che gli strappa famiglia e infanzia, trasformandolo in un bambino soldato che non nutre più alcun sentimento, una macchina programmata per uccidere e obbedire al Comandante, interpretato da un immenso Idris Elba. Agu scoprirà di non essere l’unico bambino del suo battaglione, anzi. Il Comandante diventa quasi una figura paterna per lui e gli altri bambini, tutti in cerca di protezione dalla gelida morte. In questa pellicola c’è tutto: c’è la guerra, e mai ci fu momento migliore per parlarne; c’è lo sfruttamento minorile, disgrazia che al mondo civilizzato sembra quasi non interessare; c’è la droga; c’è la fame; c’è la povertà; tutto è così crudo, tutto è così reale. La cosa disarmante è che tutto ciò accade per davvero, magari in questo stesso momento, in quelle zone dimenticate dell’Africa o chissà dove.

Arriva un momento nel film in cui arrivi a questa conclusione, ed è a quel punto che senti il gelo della morte, della disgrazia, che ti accarezza e fa venire i brividi. Eppure ci sono scene in cui ti rendi conto che, in effetti, questi sono solo bambini, la guerra non appartiene alla loro sfera: senza troppi spoiler, c’è una scena all’inizio del film in cui i bambini giocano con un televisore a cui manca lo schermo; in quella cornice loro non vedono solo un pezzo di legno, bensì un’occasione per essere liberi di esprimersi, di guardare almeno per una volta quello che pare a loro. Questo è solo un esempio del magnifico lavoro di sceneggiatura presente in questo piccolo capolavoro, contornato da una colonna sonora sempre azzeccata, emozionante quando serve, cupa al punto giusto, e da una fotografia quasi surreale: sono frequenti riprese in cui il regista mostra l’immensità della giungla che circonda quei minuscoli bambini, come se volesse sottolineare la loro innocenza, la loro impotenza, come se fossero ritratti in un “sublime specchio di veraci detti”. La pellicola mi ha colpito il cuore come un pugno di ferro, e sono sicuro farà lo stesso con chiunque la visioni.

Quindi, in conclusione, rinnoverò il mio abbonamento a Netflix? Beh, se le premesse sono queste, mi aspetto molto. Quindi assolutamente sì.

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Elio Buglione

Elio Buglione

Elio ha tre grandi passioni: la musica, la fotografia e viaggiare. Ha i capelli sugli occhi, ma dice di vederci bene... Nessuno sa come fa. Nel tempo libero, suona la batteria come farebbe un bambino di otto anni.

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