“Not all men” spiegato da Jennie Hill

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Not all men

Not all men

Avete mai sentito parlare dei “Not all man”? Sono quegli uomini che ogni qualvolta si parla di violenza di genere sentono il bisogno di difendersi ricordando a gran voce che “non tutti gli uomini sono violenti!” (come se non lo sapessimo, aggiungeremmo). Proprio perché è un dato così ovvio da essere inutile – perché l’esistenza di uomini pacifici non infonde purtroppo la non-violenza per osmosi a quelli aggressivi – non è facile capire per quale motivo in molti sentano come necessario fare una simile precisazione.

Come avevamo scritto tempo fa, identificare nel maschile la parte violenta nel discorso sul femminicidio ha perfettamente senso, per una questione di costruzione sociale del genere che porta gli uomini a identificarsi col sesso forte e le donne con quello debole e indifeso, incapace di difendersi dalle aggressioni perché immerso in un ruolo passivo di accettazione, come l’aspettativa dell’amore romantico impone. Perché gli uomini non diventino violenti – come ci si aspetta che succeda – c’è bisogno di mettere in crisi lo stereotipo di mascolinità e insegnare ai ragazzi (e ricordare ai meno giovani) che l’essere uomini non dà loro diritto a una condizione di potere. Bisogna insegnare alle donne che possono reagire e agli uomini che possono restare tali pur non agendo con prepotenza.

A proposito di questo tema vi proponiamo la traduzione di un articolo firmato da Jannie Hill per womensagenda.com.au, in cui con lucidità si arrivano a ipotizzare le possibili cause che spingono alcuni uomini a mettersi sulla difensiva invece che a lottare attivamente per cambiare le cose. Vi lasciamo alla lettura e aspettiamo le vostre opinioni.

Le discrepanze dell’infondato “Not all men”

di Jannie Hill per Women’s agenda
Traduzione di Anna Scassillo e Lucia Liberti

Il 2015 ha visto un enorme incremento di discussioni che riguardano la violenza domestica e la violenza contro le donne. Prevedibilmente, c’è stato anche un incremento corrispondente di persone che considerano la violenza sulle donne come una questione di genere. In tutti gli articoli e le discussioni sui social media che si incentravano sulla violenza contro le donne ci sono commenti di uomini – e, straordinariamente, donne – che ci tengono a ricordare di continuo che “non tutti gli uomini” sono violenti e che anche le donne possono essere violente. Sarebbe quasi divertente, se non fosse così deviante e inutile. Lo trovo ancora difficile da capire, perché non ha perfettamente senso.

Io lavoro nel campo dell’addestramento avanzato e della sicurezza per gli automobilisti. Molto spesso mi capita di parlare con le persone dei comportamenti sbagliati che possono assumere gli autisti, dallo sgommare al diventare aggressivi al volante, fino al guidare dopo aver bevuto. Non sorprenderà nessuno il fatto che la maggior parte dei responsabili di questi comportamenti siano – ta da! – uomini. Uomini più giovani e meno giovani sono drasticamente coinvolti in incidenti stradali e statisticamente i protagonisti maggiori di crimini avvenuti per strada, di ogni genere. Fanno più incidenti, sgommano di più e muoiono di più. I centri di riabilitazione sono pieni di giovani ragazzi che sono rimasti feriti permanentemente a seguito di incidenti d’auto. Il numero di donne nella stessa situazione è nettamente inferiore. Possiamo spiegarcelo parzialmente se pensiamo che gli uomini sono maggiormente coinvolti in lavori associati alla guida, anche come autisti di camion o taxi e perché, in presenza di un partner femminile, solitamente sono loro a guidare. Tuttavia molto spesso si tratta di una semplice equazione di testosterone, di desiderio di rischiare e di una scarsa consapevolezza delle proprie abilità. Eppure, quando parlo di questo durante le lezioni e ai seminari con i genitori, in tutta l’Australia, nessuno mi contrasta accusandomi di pensare che gli uomini siano malvagi. Nemmeno una volta in centinaia – forse migliaia – di discussioni del genere, qualcuno ha pensato fosse indispensabile ricordarmi che “non tutti gli uomini” fanno la cosa sbagliata quando sono a bordo di un’auto. Se sono bravi autisti lo sanno e non hanno bisogno di difendersi, né sentono la necessità di difendere altri uomini. Allora perché agli uomini non importa che gli si dica che la maggior parte degli autisti peggiori sono uomini, ma sono totalmente furiosi quando si dice che la maggior parte delle violenze contro le donne sono compiute da uomini?

Una volta assodato questo, ho cominciato a pensare ad altri campi in cui gli uomini sono i maggiori colpevoli di cattivi comportamenti che però non fanno scaturire il desiderio di difendere il proprio sesso. Prendiamo, per esempio, la pedofilia. La schiacciante maggioranza di abusi a discapito di bambini è compiuta da maschi e le discussioni mediatiche sulla pedofilia sono focalizzate, senza fallo, su uomini. Ma anche qui non ho mai visto né sentito qualcuno che avesse il bisogno di specificare che “non tutti gli uomini” sono pedofili. Gli uomini normali sanno che non possono essere definiti pedofili perché la maggior parte dei pedofili è composta da uomini, e quindi sono capaci di restare concentrati sulla questione e sulla sua risoluzione piuttosto che sforzarsi di difendere loro stessi o qualsiasi altro essere dotato di un pene.

Perché agli uomini non interessa che gli si dica che la maggior parte dei pedofili sono maschi, ma non possano sopportare che gli si dica che la maggior parte dei perpetuatori di violenza contro le donne sono uomini?

Infine, parlando della violenza e della criminalità in generale, gli uomini non sembrano dare importanza al fatto che si dica che sono per la maggior parte loro i perpetuatori di questi atti. Nessuno risponde al fatto che gli uomini siano il 90% dei detenuti o che quasi tutti i crimini violenti siano attuati da uomini con “not all men”.

Gli uomini sanno che le prigioni sono principalmente abitate da uomini, eppure non creano pagine Facebook e siti per zittire chi lo afferma. Non inventano statistiche che si dimostrano facilmente false sulla violenza di genere, come la terribilmente odiosa campagna 1 su 3. Non “trollano” i collettivi femminili e non discutono pubblicamente e in modo impertinente di ogni questione basata sulla morte, lo stupro o le minacce di violenza ai danni di qualunque donna.

Dove ci porta tutto questo? Beh, se “not all men” non ha a che fare con l’ampio concetto di difendibilità del genere, deve riguardare, specificamente, il fatto che gli uomini vengano comparati alle donne. Deve riguardare il fatto per alcuni uomini insopportabile che le donne siano effettivamente meno inclini all’abuso, al controllo e all’uccisione dei propri partner. Deve anche riguardare il fatto che alcuni uomini vedano le discussioni riguardo la violenza contro le donne come un modo per comunicare che le donne sono il “bene” e gli uomini il “male”.

E se (alcuni) uomini si vedono come in una specie di competizione con le donne, mi sembra che di conseguenza vedano le donne come una sorta di specie alternativa. Non altri esseri umani con qualche parte del corpo leggermente diversa, ma una questione a parte.

Il punto è: gli uomini che sviano la discussione riguardo la violenza sulle donne non sembrano dare molta importanza a come si possa fermare la violenza contro chiunque. Di sicuro non sembrano dare importanza a ricerche, statistiche o fatti, che dipingono una realtà fortemente basata sul genere. Si preoccupano solo di assicurasi che le donne non ne vengano fuori come migliori in qualche modo o più sacre degli uomini e che dunque non vincano in alcun modo questa falsa posta in gioco di bontà/santità.

Gli uomini dimostrano ogni giorno di non discutere di uguaglianza, perché non si innervosiscono per i cattivi automobilisti maschi o i cattivi ladri maschi o i cattivi pedofili maschi. Quello che questo genere di uomini non coglie è che alle donne non interessa essere buone o sacre – a loro interessano solo le probabilità che hanno di essere (oppure no) picchiate, stuprate, strangolate, sparate o accoltellate.

La posta in gioco per ogni genere è completamente differente e lo svantaggio per le donne è molto più alto. Niente migliorerà finché più uomini non riconosceranno questa realtà.

Gli uomini uccidono regolarmente le donne e le donne uccidono raramente gli uomini. Fatevene una ragione.

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3 comments

  1. Avatar
    Tommaso 11 gennaio, 2018 at 10:10 Rispondi

    Credo, ma credo, eh, perché non mi sono mai trovato a fare questo ragionamento, che la questione di #notallmen nasca dalla contrapposizione ad un più o meno esplicito #allmen che si legge e sente moltissimo negli USA.

    Ci troviamo (o meglio, si trovano, perché la cosa è ancora molto sbilanciata tra States e Europa) in una condizione in cui movimenti e singoli si oppongono al potere e alla violenza maschile in tutta una serie di ambiti e azioni che non hanno, di per sé, connotazioni criminali o legali.

    Nessuno si sente in bisogno di prendere le distanze dagli “altri uomini” che commettono errori mortali al volante o dai pedofili, perché le accuse che vengono rivolte sono circoscritte a casi e reati ben definiti.
    Viceversa, negli ultimi tempi si ha la sensazione, crescente, che l’essere maschio sia di per sé una condizione di colpevolezza o di complicità.

    Io stesso, che lavoro solo con donne che guadagnano più di me, che non ho mai picchiato nemmeno i miei fratelli da piccolo, che non ho mai rotto le palle a mia moglie a fronte di periodi di astinenza di mesi e che spesso mi sono fatto portatore di istanze femministe… negli ultimi mesi sono stato tacciato di maschilismo (addirittura di appoggiare i comportamenti di Weinstein) per aver detto che:

    A. C’è differenza tra essere stuprate per strada e ricevere una proposta sessuale in cambio di un posto di lavoro
    B. Non dovrebbe essere scandaloso dire ad una donna che è bella

    Di fronte ad un’aggressività e ad una generalizzazione sempre più dilagante e crescente, credo che il #notallmen sia molto più comprensibile.

    • Lucia Liberti
      Lucia Liberti 12 gennaio, 2018 at 12:14 Rispondi

      Ciao Tommaso, ti ringrazio del commento!
      È sempre bello avere la possibilità di discutere educatamente con chi la pensa in maniera diversa.
      Quello che mi sento di dirti è che l’aggressività e la generalizzazione che, comprensibilmente, possono essere percepiti non sono fenomeni che dovrebbero screditare la lotta a quella che è una decostruzione del maschile, non dei maschi. Mi spiego meglio: do per scontato che tu concordi con me nel considerare necessario il riconoscimento di una violenza strutturale del maschile ai danni del femminile. Partendo da ciò, dunque, ciò che si afferma non è che tutti gli uomini, in quanto nati uomini, sono violenti, ma che la categoria di maschile (dunque: gli standard educativi-culturali-sociali riposti nella maschilità) prevede un rapporto di prevaricazione e dominio sulla donna, radice del fenomeno della violenza di genere.
      L’#allmen che citi non ha semplicemente senso di esistere ed è sintomo di un comportamento misandrico non tollerabile.
      Ora, non so a cosa è dovuto il fatto che tu sia stato tacciato di maschilismo: i due punti da te citati non mi danno gli strumenti per esprimere un’opinione, in quanto (A) istintivamente controbatterei dicendoti che entrambi i casi sono espressione di una volontà di dominio, dunque non poi tanto differenti, e (B) non hai proposto un contesto di riferimento né accennato ai modi attraverso cui l’eventuale apprezzamento viene espresso.
      Il mio invito, dunque, è quello di non farti influenzare troppo dal giudizio che di te hanno quelle che, volendo citare Roxane Gay, sono delle “cattive femministe”, umanamente passibili a errori di valutazione o incomprensioni.
      Grazie ancora del commento.

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