È uscito lo special di Sherlock. Non lo leggete lo Strand?

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Sherlock

Dettaglio della locandina dello speciale di SherlockThe Abominable Bride

Questa recensione è priva di spoiler, fino a un certo punto. Ma non temere, quando sarà il momento degli spoiler te lo farò sapere in modo inequivocabile.

“Bored”. Che noia. Lo dice diverse volte, Sherlock, nell’omonima serie tv BBC. Lo dice e poi spara contro il muro, giusto per fare qualcosa – non è un’invenzione televisiva, questa: nei romanzi di Conan Doyle il detective, per passare il tempo, effettivamente scrive “V.R.” a colpi di pistola sulla parete del 221B di Baker Street. Poi se ne va a cercare qualche diversivo, qualche caso per tenere attiva la sua mente eccezionale.

Ora, noi non possiamo mica forare le pareti con le iniziali dell’imperatrice Vittoria. È anche improbabile che qualcuno ci chieda di dare la caccia a qualche assassino, ricattatore o mente criminale. Quindi Gatiss e Moffat – ideatori, produttori e sceneggiatori della serie – hanno pensato bene di trovarci un diversivo per colmare l’enorme abisso che intercorre – e chissà per quanto ancora intercorrerà – tra la terza e la quarta stagione. E questo diversivo ha un titolo: The Abominable Bride, lo speciale natalizio 2016, proiettato nelle sale italiane il 12 e 13 gennaio con il nome de L’Abominevole Sposa.

È un diversivo, questo, nulla più. Non aggiunge quasi niente alla trama della serie, eppure non è neanche una parentesi indipendente. È un focus, un episodio chiaramente nato e strutturato per mostrarci qual è il modo in cui pensa, ricerca e si muove la spettacolare mente di Sherlock Holmes.

Che l’episodio sia molto particolare lo si vede già dall’ambientazione. Non siamo più ai giorni nostri, ma in pieno periodo vittoriano, come da canone. Per la precisione, siamo nel 1895. Prima genialata (o forse, semplicemente, primo sintomo della psicosi di Gatiss e Moffat): The Abominable Bride è uscito il primo gennaio 2016. Il primo episodio della serie, A Study in Pink, uscì il 25 luglio 2010. 1895 giorni prima.

Ecco. Siamo giunti al momento in cui farò, inevitabilmente, diversi spoiler. Se hai già visto The Abominable Bride, o se sei troppo curioso/masochista per fermarti, continua a leggere senza problemi. Altrimenti ci vediamo in fondo alla recensione, nell’ultimo paragrafo – dopo la parte in corsivo – per tirare delle innocue somme.

Partiamo dall’inizio. Il riepilogo iniziale è qualcosa che dà un po’ fastidio, di primo acchito. Una carrellata di immagini e di scene che sembrano messe lì per rinfrescare la memoria – anche perché, intendiamoci, chi crede di guardare The Abominable Bride senza aver prima visto le altre stagioni e di capirci qualcosa, probabilmente si sopravvaluta. In realtà, però, ho letto alcune interpretazioni di questo riepilogo iniziale: e se fosse un modo per far notare l’evoluzione dei personaggi? Effettivamente di cambiamenti ce ne sono stati, nel corso delle tre stagioni, e parecchi. Un Watson meno ingenuo, uno Sherlock più umano, ad esempio. Il riepilogo si chiude con una scritta: “Alternatively…” (“O invece…”). Ed è qui che veniamo proiettati nella Londra del 1895.

L’inizio è in effetti l’alternativa perfetta di ciò che abbiamo visto in A Study in Pink, solo più simile al racconto A Study in Scarlet – se non fosse che lo Sherlock di Conan Doyle è un po’ più gioviale di quello della BBC. Per certi aspetti, le differenze tra i due incontri sono sottili: ad esempio, il “Two two one B” è in questa versione il “Two hundred and twenty-one B” di Baker Street. Tra l’altro, nella serie non si menziona “il cucciolo di bulldog” che Watson, durante il primo colloquio con Sherlock nel racconto, comunica di possedere. Mossa intelligente, visto che lo stesso Conan Doyle non lo menziona più da quel momento in poi, lasciando i lettori a chiedersi che diamine di fine avrà fatto quel cucciolo di bulldog.

Ora, se hai visto The Abominable Bride sai che tutto ciò che accade nell’ambientazione vittoriana è in realtà una sorta di visione di Sherlock, che è andato in overdose ed è sprofondato nel proprio Palazzo Mentale, alla ricerca di risposte. Se ti ricordi, anche in His Last Vow eravamo stati nel Palazzo Mentale, all’interno della complessa struttura della mente di Sherlock. Una struttura complicata, ordinata e, soprattutto, abitata. Anche qui, come in His Last Vow, ogni personaggio ha un ruolo ben preciso. Molly – qui Mr. Hooper – è la concretezza, l’appiglio cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà. Sherlock è comunque l’intelligenza, la capacità di raziocinio, ma Mycroft è la ragione più pura, fredda, chirurgica. Moriarty è l’insicurezza, la paura, la debolezza. Watson è la parte più sentimentale, istintiva, forse anche intuitiva – riconosce, ad esempio, la vera natura di Hooper, che a Sherlock era sfuggita completamente. Una divisione netta dei ruoli, dove ancora una volta notiamo quanto Watson non sia soltanto una spalla e un “Boswell”: se Sherlock vede in se stesso e in Mycroft il cervello, Watson è il cuore, la capacità di provare emozioni. Una capacità che, nonostante l’evoluzione affrontata negli anni, fa ancora troppa paura a Sherlock e che quindi deve tenere distinta, proiettata nella personalità di un altro personaggio.

Per quanto riguarda il caso dell’episodio, non è particolarmente riuscito. Un po’ perché l’intento non era quello di risolvere un giallo, ma quello di mostrare le dinamiche del cervello di Sherlock quando si trova ad affrontare un rompicapo. Prima di tutto, la soluzione è così scontata che con un po’ di attenzione la si può capire fin dal primo colloquio tra Mycroft e Sherlock – così scontata che in effetti è già dentro il Palazzo Mentale di Sherlock e chiede solo di essere trovata, “andando in profondità”. In secondo luogo, ho trovato la situazione particolarmente retorica. A compiere i delitti sono donne ferite, arrabbiate, desiderose di riscatto, che uccidono persone in nome di un femminismo estremo. Al di là del fatto che la soluzione fosse scontata, c’era davvero bisogno di così tante strizzatine d’occhio, di così tanti contentini e allusioni, a partire da Mrs. Hudson che è solo una “plot device” alla cameriera che non viene mai citata nei racconti di Watson, da Lady Carmichael che viene sottovalutata dal marito alla rete di assassine femministe?

Interessante, invece, la parte finale. L’alternanza tra presente ed età vittoriana è geniale, resa ancora più rapida e incalzante da una serie di transizioni particolarmente felici. La scena delle Cascate di Reichenbach è un po’ la spiegazione finale di ciò che l’episodio ha cercato di fare: focalizzare l’attenzione, più di quanto non fosse già stato fatto nel corso della terza stagione, sull’interiorità di Sherlock, sui complessi che si celano dietro la sua freddezza, sul suo modo di pensare. Siamo sul precipizio di cui Conan Doyle aveva scritto nel racconto The Final Problem, solo che, a differenza del canone, qui è notte. A salvare Sherlock, come già in A Study in Pink, c’è Watson: “Siamo sempre in due, non lo leggete lo Strand?”. Sempre in due. Ma siamo nel Palazzo Mentale, nella mente di Sherlock, quindi il dualismo non è solo quello tra detective e assistente: è anche quello tra cervello e cuore. Cuore – Watson – che, lo stesso investigatore deve ammetterlo, “ha ragione, ha sempre ragione, è noioso”.  Per quanto spesso sembri che ci sia solo la fredda intelligenza, a salvare Sherlock dalle sue debolezze e paure c’è sempre anche l’emozione, l’empatia. Siamo sempre in due. Non lo legge lo Strand?

Eccoci qua. Bentornato a te che hai evitato con cura gli spoiler.

In conclusione, questo non è il miglior episodio di Sherlock. Qualche scivolone di troppo, qualche tocco vagamente trash che avevamo già trovato nella terza stagione, qualche elemento un po’ troppo ipocrita e retorico. È comunque un ottimo momento di televisione: le citazioni dal canone – in questo episodio ancor più evidenti –, l’impeccabile recitazione degli attori, la scrittura eccezionale, la fotografia elegante, la cura per i dettagli – soprattutto scenografici –, la genialità di certe trovate sono sempre le stesse cui Gatiss e Moffat ci avevano abituato.

Ed ecco che si riapre l’interminabile attesa prima della quarta stagione. È stato un ottimo diversivo, quello di The Abominable Bride, ma purtroppo è terminato. Adesso non ci resta che tornare a sederci in poltrona e a scrivere “V.R.” sulla parete a suon di pallottole.

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Guendalina Ferri

Guendalina Ferri

Pistoia, 22 anni. Curiosa per scelta, lettrice per necessità, miope per sfiga. Un giorno farò la giornalista o il marinaio, devo ancora decidere.

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