Anomalisa: pupazzi umani, troppo umani

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David Thewlis voices Michael Stone in the animated stop-motion film, ANOMALISA

Michael Stone, protagonista di Anomalisa

Anomalisa sarebbe uno di quei film che passa facilmente in sordina, se non fosse per il nome che pesantemente gli gravita sopra: quello di Charlie Kaufman, brillante quanto potenzialmente folle sceneggiatore che qui cura anche la regia del film (è la sua seconda esperienza dietro la cinepresa, dopo Synecdoche, New York). Ha scritto film come Se mi lasci ti cancello e Il ladro di orchidee, capaci di instaurare un contatto tra realtà distanti e di incantare con soluzioni al limite del fantastico. Ecco, Charlie Kaufman è una vera e propria anomalia nel panorama del cinema hollywoodiano. È sopra le righe, anticlassico, per molti aspetti inafferrabile.

Con Anomalisa traccia una linea di collegamento (e di capovolgimento, allo stesso tempo) nella sua filmografia. Se nel suo esordio Essere John Malkovich aveva fatto in modo che fosse la moltitudine a esistere nel singolo, qui lo stesso tema – quello della ricerca di un’identità libera – è trattato con un espediente completamente diverso, cioè quello di far condensare la collettività in un unico individuo, in un’unica voce, quella di Tom Noonan (Stefano Benassi nella versione italiana del film).

Ora, immaginate come sarebbe vivere circondati da migliaia di persone, tutte con la stessa voce e tutte sfuggenti, che sembrano adempiere a ruoli prestabiliti nella tua (umana) esistenza senza però dare segni reali di partecipazione. Loro sono l’amore della tua vita, tua moglie, tuo figlio, il concierge dell’hotel in cui alloggi e lo sono fino in fondo, senza segni di passionalità. Rigidi, meccanici, invidiabili per la loro stabilità, che viene meno solo se tu – umano, troppo umano – decidi per qualche altrettanto umano capriccio di rovinare tutto. Come potresti evitarlo? Tu hai una voce, che è unica e che proviene soltanto da te. Ti aspetti che chi ti sta accanto abbia sofferto, riso, vissuto, mentre pare che tu sia l’unico a percepire la realtà, finché un giorno non incontri un’anomalia, con una voce originale come la sua visione del mondo, un dolore nascosto dai capelli crespi e un corpo reale. Si chiama Lisa. È la tua Anomalisa, la tua “divinità dei cieli”. Ti fa sentire vivo, sei pronto a rinunciare a essere parte di quel gioco meccanico che è la vita per lei, ma poi ti assale la paura che non sia reale, che non sia altro che un’accecante visione circondata dalla luce del sole appena sorto o che, peggio ancora, sia solo apparentemente diversa, pronta però a rivelarsi “una di loro”, un’impostora.

La sindrome di Fregoli in Anomalisa

Qualcuno la chiamerebbe paranoia. Qualcun altro la chiamerebbe sindrome di Fregoli, con lo stesso nome dell’hotel in cui alloggia il protagonista Michael Stone. Ecco, oltre alla ricerca di un’identità nel mondo, interpretazione possibile senza considerare alcuna chiave di lettura di matrice psichiatrica, è su questo delirio che verte il soggetto del film. La patologica paura umana viene rappresentata per mezzo di pupazzi, dello stop motion, una scelta che permette di rendere al meglio la meccanicità degli individui perseguitanti e perfino la goffaggine dei due soggetti viventi, oltre che – per dirlo alla Goffman – far perdere la faccia al protagonista anomalo. Letteralmente. Una peculiarità dei personaggi animati è infatti quella di avere volti costruiti come maschere robotiche, con una brusca crepa a unirne gli occhi e spaccarne la mascella. Chi si nasconde sotto questi volti? Secondo la visione patologica di Michael, la stessa persona.

La personalità e la mente di Michael Stone sono in cortocircuito, provocano disturbi e interferenze che finiscono per contagiare anche lo spettatore. Adatta a questo proposito la scelta di Kaufman di adoperare lo scavalcamento di campo nella sequenza onirica del film, per sorprendere lo spettatore e disorientarlo. Diverse poi le soluzioni comiche e surreali all’interno del film (avete notato il cartello pubblicitario dello zoo di Cincinnati? It’s zoo-sized!). L’atmosfera sospesa come il respiro del pubblico ogni tanto lascia così il tempo di espirare, regalando fini pretesti per ridere.

Si gioca con le voci non solo nei dialoghi, ma anche nella musica. Il Duetto dei fiori tratto dalla Lakmé viene cantato anch’esso dalla voce propria di tutti i personaggi non protagonisti. Anche per questo la (mediocre) esibizione canora di Lisa diventa significativa. La scelta della canzone, in più, è quantomeno azzeccata: l’inno femminista e libertino di Cindy Lauper come aspirazione di Michael e Lisa a vivere oltre le aspettative di normalità. I wanna be the one to walk in the sun!

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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