Essere musicisti in Italia: a quale prezzo?

0
Riccardo Muti dirige i musicisti della Chicago Symphony Orchestra nel 2007

Riccardo Muti dirige i musicisti della Chicago Symphony Orchestra nel 2007

Una domanda che mi hanno sempre posto, sin da bambina, è: “Cosa vorresti fare da grande?”. In quegli anni in cui ancora guardavo il mondo con occhi sognanti, rispondevo di voler fare l’ingegnere perché “così avrei viaggiato molto, come mio padre”. Successivamente iniziai a ragionarci su, cominciai a capire di voler fare il medico e tutti i miei parenti mi guardavano con ammirazione, sognando la mia futura carriera. Tutto andò per il meglio, fino a quando incontrai colei che, in un istante, cambiò la mia vita: la musica. Scoprii la bellezza del pianoforte e suonarlo mi rendeva felice, al punto da riuscire quasi a toccare con un dito quella gioia, di natura puramente astratta. Così aprii gli occhi e presi la mia decisione: da grande dovevo fare la musicista. Avrei avuto la famiglia contro? Non importava: a costo di restare sola al mondo, non avrei mai rinunciato alla musica. Iniziai, così, a documentarmi, a trascorrere le mie giornate cercando quante più notizie possibili su come poter realizzare questo sogno, ma più passavano i giorni, più l’entusiasmo, che scorreva nelle mie vene, si dissolveva.

Musicisti italiani costretti alla precarietà

Cominciai a prendere informazioni sui conservatori, parlando con giovani che già avevano calpestato quel suolo per anni e anni, e ciò che mi dissero sin da subito fu: “Scappa, finché sei in tempo”. All’inizio pensavo fosse solo un’esagerazione, invece approfondendo il discorso capii che di torti non ne avevano: al di là delle strutture fatiscenti e dei programmi immutati da troppo tempo, qui in Italia o inizi sin da piccolo a immergerti nel mondo della musica o non vai avanti e, se dovessi farlo, a minuscoli passi, perché dopo il famoso pezzo di carta devi solo iniziare ad “arrangiarti”, accontentandoti di essere pagato in maniera irrisoria a serata (quelle poche volte al mese che capita, magari anche in nero), non avendo tutela alcuna, essendo consapevole del fatto che il Paese non investe su di te, potendo ritrovarti da un giorno all’altro senza neanche il minimo che ti serve per vivere (ad esempio si consideri la chiusura della prestigiosa Orchestra Sinfonica di Roma a causa della riduzione dei contributi del suo unico finanziatore, che ha portato al licenziamento di 70 dipendenti).

Qui non vengono esaltate le arti e il duro lavoro impiegato per la loro realizzazione, vengono ritenute un lusso di cui poter disfarsi, quando invece sono di vitale importanza. Non si impiega denaro su di esse, ma si preferisce calpestarle e guardarle perire come fossero un male per la società. E se, ad esempio, cercassi di spostare il tuo pensiero dalla vita da concertista a quella da insegnante sperando in un miglioramento, ritroveresti ugualmente nelle tue mani il nulla: basti pensare che l’ultimo concorso per accedere al ruolo di docente di conservatorio avvenne circa vent’anni fa. Inoltre l’educazione musicale è minimamente diffusa, a differenza della Germania dove vi sono corsi obbligatori nelle scuole elementari e medie, dove vi sono decine di università che hanno corsi di laurea basati su di essa.

Ciò fa comprendere quanto sia precaria la situazione dei musicisti nel Bel Paese, quanto tutto il tempo, il sudore e il sangue spesi non abbiano ricompensa alcuna, quanto la loro figura venga sminuita, sostenendo che il loro non sia un vero lavoro, ma un misero passatempo. Certo, le eccezioni ci sono, ma se dovessimo guardare tutto questo dall’alto, vedremmo soltanto un’oscurità lacerante, opprimente.

Tutto questo ci fa capire che questa non è terra fertile per chi vorrebbe rendere la musica il perno centrale della propria vita, e se c’è un consiglio che posso dare a tutti coloro che vorrebbero creare il loro futuro in nome di essa, è quello di fuggire. Fuggire da qui, andare all’estero, dove realmente si ha la possibilità di sperare nella realizzazione dei propri progetti, dove vengono premiati i sacrifici fatti, dove non si ha paura di non riuscire ad arrivare a fine mese. Prendete ad esempio il Belgio: presenta una legge che prevede la possibile cessione del sussidio di disoccupazione anche per gli artisti, poiché “l’artista ha un profilo particolare e atipico: le condizioni di lavoro sono spesso precarie e fluttuanti con tanto di guadagni irregolari e aleatori”. Quindi l’artista che possiede determinati requisiti (come l’aver lavorato per un dato periodo di tempo con regolare contratto), poiché la sua carriera di per sé non gli assicura delle entrate stabili, può affidarsi a una somma di denaro fissa mensile, che gli permette una certa tranquillità economica.

Mentre altrove il musicista viene visto come una figura da valorizzare al meglio, qui si è ciechi di fronte all’importanza di questo mestiere, di fronte alle meraviglie che potrebbe offrire alle vite di ognuno di noi.

Scappate, finché siete in tempo.

About author

Elvira Petrarca

Elvira Petrarca

Nata nel 1997, vive di pane e pianoforte. Ama l'arte in ogni sua forma e viaggia sempre con una penna ed un quaderno in mano per poter raccontare ciò che più la incuriosisce.

No comments

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi