La magia di Humans of New York

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Quando Brandon Stanton decise di trasferirsi nella Grande Mela, inseguendo l’idea di un esperimento volto a raccontare le storie degli abitanti della città attraverso un semplice ma potente strumento quale la fotografia, certo non aveva idea di quello che sarebbe stato in grado di creare, né di chi sarebbe riuscito a raggiungere. «Ebbene, chi sarebbe riuscito a raggiungere?», potrebbe chiedersi qualcuno. «Ma che domande», risponderei io.
«Il mondo».

Brandon ha dato inizio al suo blog nel novembre del 2010: il suo progetto iniziale prevedeva la raccolta di 10.000 ritratti di diversi New Yorkers, che avrebbe poi tracciato su una mappa della città. Insomma, niente di eccessivamente ambizioso, almeno se comparato ai risultati ottenuti. Il progetto ha rapidamente raggiunto una nuova forma quando Brandon ha iniziato a conversare con i soggetti delle sue fotografie, aggiungendo ai ritratti pubblicati piccoli campioni di tali dialoghi a mo’ di descrizione. Oggi la sua pagina Facebook supera i 16.000.000 di Mi piace, il suo account Twitter conta più di 300.000 seguaci e le note che i suoi post ricevono su Tumblr sono decine di migliaia. Un vero successo, insomma.

Humans of New York dalla Grande Mela al mondo

Resosi conto del potere positivo che il suo programma stava acquisendo, Brandon si è subito messo in viaggio. Nel dicembre del 2012, ha passato due settimane a raccogliere ritratti in Iran. Nel 2013, è stata la volta di Boston, seguita dal Texas e Austin. Nel 2014, in associazione con le Nazioni Unite, ha iniziato un tour di cinquanta giorni in dodici Paesi: Iraq, Giordania, Israele, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Uganda, Sudan, Ucraina, India, Nepal, Vietnam e Messico. Nel 2015, ha raccontato le storie del Pakistan per poi imbarcarsi verso l’Europa per un viaggio di due settimane, durante il quale ha intervistato e riportato le commoventi storie di migranti e rifugiati in Europa, in cerca di riparo dalla guerra che assedia i loro paesi. Recentemente, si è invece preoccupato di intervistare e dare voce ai detenuti di cinque diverse prigioni federali del Nord-Est della città, includendo anche quelle di Manhattan e Brooklyn.

Ma non è nei viaggi o nelle foto la vera magia: quello che davvero ha di diverso e straordinario il progetto di Brandon è la profondità con cui riesce a trasformare le vite di chiunque partecipi alla sua idea. Coloro che vengono fotografati, che testimoniano, che chiedono aiuto o sostegno, acquisiscono visibilità e si raccontano al mondo. Questa è già di per sé una possibilità eccezionale, ma Humans of New York non funzionerebbe se chi legge queste storie non decidesse di prendere parte al cambiamento. Ho perso il conto dei commenti letti sulla pagina Facebook in cui personaggi facoltosi, politicamente e finanziariamente influenti, si sono offerti di dare una mano, chiedendo a Brandon di contattarli o di fornire informazioni sui soggetti di alcune foto. La magia è costituita dalla mobilitazione universale che Humans of New York ha scatenato.

Leggendo queste storie ci si sente più consapevoli di quello che ci circonda, ci si rende conto che il mondo è pieno di persone che hanno vissuto e ancora vivono episodi incredibili, assurdi, tragici. Per qualche minuto la prospettiva si allontana dalle nostre vite ordinarie e da quello che già crediamo di sapere: scopriamo le storie di ragazzi, donne, bambini, fratelli sparsi in giro per il mondo che in alcuni casi risultano essere simili a noi, in altri ci sembrano lontani anni luce. Brandon ha spiegato il suo metodo di approccio agli studenti di un’università di Dublino: ha dichiarato di essersi interrogato all’infinito su quali fossero le parole giuste da usare per mettere dei perfetti sconosciuti a loro agio. Alla fine, però, la conclusione a cui è giunto è che non è sulle parole che si sarebbe dovuto concentrare, ma sull’energia da trasmettere.

Il segreto è essere tranquilli, non approcciare mai nessuno alle spalle, iniziare chiedendo il permesso di scattare una semplice foto per poi sedersi, solitamente per terra, e fare qualche domanda di carattere generale fino a raggiungere un grado di intimità sufficiente a farsi raccontare una storiaHumans of New York insegna molte cose: a essere meno chiusi nei confronti degli altri, a non aver paura di quello che si prova, che dovremmo ricordarci più spesso di provare empatia, che un messaggio o un piccolo dialogo possono avere una potenza straordinaria.

Leggendo le storie di queste persone piangerete, vi sentirete inutili, scoppierete a ridere, sarete felici, sognerete di viaggiare e visitare posti per cui non avete mai provato un vero interesse. Questo progetto mi ha trasmesso un tipo di conforto che raramente è possibile far provare agli altri. C’è infatti qualcosa di rassicurante nel ricordarsi che, al di là della nostra piccola realtà, tutto è costantemente in corso. Che le persone stanno affrontando le loro vite in ogni parte nel mondo e nello stesso momento, che c’è tanta sofferenza ma anche qualcuno di straordinario come Brandon e come chi si offre di aiutare che salvano il mondo dalla fredda e disastrata apparenza che viene esibita sempre più di frequente. Quindi, vi rivolgo un semplice invito: partecipate. Leggete queste storie, magari comprate il libro, concedetevi di diventare persone migliori, più aperte e consapevoli. Sarà un’esperienza incredibile, ve lo prometto.

About author

Melissa Vitiello

Melissa Vitiello

23 anni, tra Napoli e Istanbul. "Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita", diceva Sylvia Plath.

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