The Hateful Eight: il sapore dello stufato di Tarantino

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Tim Roth e Walton Goggins in The Hateful Eight

Tim Roth e Walton Goggins in The Hateful Eight

Che Quentin Tarantino fosse particolarmente avvezzo alle influenze retrò lo sapevamo già, ma con The Hateful Eight lo ribadisce definitivamente. Dall’estetica del film alla sceneggiatura, passando per il supporto utilizzato, tutto sembra urlare “Siamo negli anni Sessanta!”. Lo spaghetti western diventa snow western, ambientato nei burrascosi paesaggi innevati del Wyoming, e l’Ultra Panavision 70 dà al regista l’opportunità di creare composizioni di assoluta bellezza in un formato ormai caduto nel dimenticatoio, ma ricco di potenziale spettacolarità. Questo però non è un film privo di difetti.

The Hateful Eight si apre con una lenta, placida introduzione fatta di inquadrature d’ambientazione (e che ambientazione!), con l’accompagnamento – qui protagonista, ma che poi passerà inosservato per il resto della pellicola – delle musiche di Ennio Morricone. Quello che non ci si aspetta da un film di Tarantino, però, è che questi lenti e placidi ritmi vengano mantenuti a lungo. Eppure è quello che succede. Per tutto il primo tempo, infatti, quasi risulta difficile riconoscere la presenza del regista, di quel regista, dietro la cinepresa, non solo per la struttura estetica, ma anche e soprattutto per quella narrativa: lineare, causale. Poi, finalmente, eccolo: una breve panoramica a schiaffo dal gusto tarantiniano. È l’assaggio di quello che avverrà. Sta per tornare.

Poco dopo parte il secondo tempo, riprendendo dal quarto capitolo (già, la narrazione è divisa in capitoli, più vintage di così?). Il tempo si riavvolge, le azioni si ripetono, il punto di vista muta. Si entra solo ora nel vivo del film, fatto di movimenti bruschi – soprattutto apparenti, basti solo pensare a quanto spesso viene variata la messa a fuoco, per passare dalla narrazione sullo sfondo a quella in primo piano e viceversa – e una sceneggiatura che da fabula diventa intreccio. Riecco il dinamismo che ci si aspetta e l’intricato lavoro che fa Tarantino sulla temporalità dei suoi film. Non nascondo comunque di aver storto un po’ il naso di fronte a un paio di inquadrature in profondità di campo, notando una messa a fuoco non proprio omogenea (una sorta di alone fuori fuoco circonda il soggetto in primo piano). Un difetto estetico che in un film che così tanto valorizza le potenzialità della focalizzazione – soprattutto con le immagini piatte da teleobiettivo – stranisce non poco.

Come non giudicare come minimo impeccabile la fotografia di Robert Richardson! Incantano i giochi di controluce, i riflessi che in certe inquadrature si stagliano contro la neve che cade sottile dal soffitto. Nelle riprese in esterni, invece, la compattezza dei colori in contrasto e l’estensione del bianco è tanto accecante quanto maestosa. In fondo, credo non faticherete a immaginare la resa di un meraviglioso paesaggio innevato su schermo panoramico, soprattutto se valorizzato sapientemente da qualcuno come Richardson.

Tra gli interpreti si fanno sicuramente notare Jennifer Jason Leigh, unico personaggio femminile tra gli odiosi otto di Tarantino, una bandita selvaggia e subdola, Samuel L. Jackson, qui cinico e spietato, e Walton Goggins: è suo il personaggio con la più significativa evoluzione, prima quasi irrilevante e poi sempre più sorprendente. Sono personaggi esplosivi e per nulla repressi, quelli di Tarantino, frutto di una fantasia violenta che è tanto forte da sembrare un gioco irreale. Sono (quasi) tutti armati. Sono però anche tutti indifesi. Servono più di tre ore per scovare i punti deboli di ognuno e forse questa durata sarebbe potuta essere ridimensionata (nella prima metà in particolare), ma non pesa allo spettatore.

In fondo, però, The Hateful Eight è come lo stufato di Minnie: è il suo e qualunque tipo di carne usi è sempre lo stesso stufato, con lo stesso sapore. Ecco, forse Tarantino si sarà un po’ nascosto nella prolungata linearità e lentezza della prima parte del film e avrà ecceduto nella ripetitività di certe scelte estetiche, ma alla fine è sempre il suo stufato. È sempre il suo cinema. È sempre il suo essere estremo e a tratti perfino un po’ kitsch. Insomma, è sempre Tarantino ed è ogni volta ugualmente saporito.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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