Vincere Sanremo è una questione di viltà

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Gli Stadio vincono la 66esima edizione del Festival di Sanremo

Gli Stadio vincono la 66esima edizione del Festival di Sanremo

Il primo commento, ripetutosi quest’anno come in quelli precedenti, che ho fatto quando mi è stato detto che gli Stadio hanno vinto Sanremo è stato un sincero “E chi se ne frega?”. Non per snobismo, ma perché sono anni che non seguo più il festival, non dal punto di vista musicale perlomeno. Perché, checché se ne dica, Sanremo non è una semplice competizione canora: è lo specchio di un Paese ed è anche politica, ogni edizione sempre di più.

In questa sessantaseiesima edizione non si sono fatte mancare le polemiche, tra la presenza di almeno un’icona gay a serata – da Elton John a Renato Zero passando per Hozier e Cristina D’Avena, che in realtà è un’icona per chiunque abbia avuto un’infanzia – e l’iniziativa #sanremoarcobaleno a sostegno della comunità LGBT(QIA). Che poi, come ha egregiamente riassunto Virginia Raffaele nei panni di Sabrina Ferilli, «allora mo perché ci sta Elton John è uno spot per gli omosessuali? Allora quanno ce stanno i Pooh che è, una marchetta per l’INPS?». Messa da parte la polemica inutile sul cantautore inglese, che secondo molti sembrava annunciare una malefica propaganda all’utero in affitto, il sostegno ai diritti gay è stato però effettivo e palese. (Quasi) tutti i concorrenti e tanti ospiti hanno mostrato simboli arcobaleno sul palco, iniziativa che si è guadagnata l’entusiastico appoggio degli attivisti tutti e di Monica Cirinnà, prima firmataria del disegno di legge omonimo che in questi giorni sta accendendo le discussioni politiche.

Chi è che durante la competizione non ha partecipato a #sanremoarcobaleno? I giovanissimi Dear Jack (e me ne stupisco), gli Zero Assoluto, Neffa e loro, gli Stadio, i trionfanti vincitori di questa edizione. Questi, però, all’alba della vittoria, dichiarano: “Appoggiamo le unioni civili. Non abbiamo indossato i nastri arcobaleno, ma questo non vuol dire che non siamo a favore”, tra l’altro zittendo l’esultanza del conservatore Adinolfi che celebrava la vittoria di un concorrente “neutrale”. Proprio questa reazione del giornalista cattolico, tra i promotori del Family Day, mi dà da pensare sulla scelta degli Stadio di non esibire il simbolo arcobaleno. Insomma, qual è il motivo? Proprio perché è un gesto che non costa nulla, quello di indossare nastri o qualsivoglia altro accessorio, perché scegliere di non farlo? Vero, non indossarli non significa per forza non essere d’accordo, ma il rifiuto è un’azione razionale e in quanto tale è generata da una motivazione.

Sanremo: gif di David Puente

gif di David Puente

Vi dirò quello che segue senza avere dati oggettivi, se non una personalissima riflessione logica. Il Festival è arrivato quest’anno alla sessantaseiesima edizione, dunque va avanti ormai dagli anni Cinquanta. Il primo pubblico – quello che è ora sicuramente rimasto più fedele alla kermesse – era dunque composto da quelli che ora sono i miei nonni, i nonni in larga parte cattolici e tradizionalisti della nuova, moderna generazione, oltre che dai loro figli, quarantenni e cinquantenni come i nostri genitori. Come pure Adinolfi, classe 1971. Insomma, per quanto si possa rinnovare, Sanremo viene seguito principalmente da chi con questo appuntamento fisso è cresciuto e si è abituato a non rinunciarci, dandogli quasi una certa sacralità. In pratica, quelli a cui la canzone vincitrice si rivolge: i padri forti fuori e sensibili dentro pronti a tutto per proteggere le proprie figlie dagli altri uomini. Un’esaltazione della genitorialità (e della mascolinità) tradizionalmente intesa.

A cosa mi porta tutto questo? Beh, a pensare che se gli Stadio non hanno voluto compiere il banale atto di legare qualche nastrino colorato all’asta del microfono è stato per una questione di comodo. Lo hanno fatto per tirarsene fuori e per non inimicarsi il pubblico che Adinolfi rappresenta perfettamente. Salvo poi, a fatto compiuto, venire allo scoperto dichiarandosi invece favorevoli. Quindi in questo modo, alla fine, pace fatta con gli attivisti e pure con i conservatori, no? Sbagliato. Perché la viltà non accontenta proprio nessuno, ma fa del male a tutti. Anzi, a ben pensarci, qualcuno è stato accontentato: i vincitori stessi.

Per carità, è possibile che gli Stadio non abbiano voluto schierarsi dalla parte della comunità LGBT con quel gesto, tanto semplice eppure sentitamente accolto, perché volevano solo fare musica, senza prendere schieramenti. Posizione sacrosanta, ma siamo realistici: questo è stato il #sanremoarcobaleno e lo ricorderemo (forse non tutti, ma sicuramente molti) per questo meraviglioso messaggio di uguaglianza. Uguaglianza, appunto. Qui non si parla di politica, non davvero. È una questione sociale. È una questione civile. È una questione di dignità umana. Come Beppe Vessicchio ha perfettamente detto: «Ci sono argomenti che riguardano tutti. Chi può, per visibilità e successo, deve sollecitare un pensiero. Poi ognuno si forma la propria opinione. L’arte è una grande opportunità di comunicazione dei valori. Ci dev’essere un motivo per cui le mucche del Winsconsin producono più latte ascoltando Mozart e meno con Beethoven? Chiaramente non è una ragione culturale. Nella musica c’è un elemento istintivo e magico che passa a chi ascolta. E magari ci si trova a voler bene a una persona senza sapere perché». Che aggiungere, sintesi eccellente.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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