Lo chiamavano Jeeg Robot è un film super-umano

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voto7.5
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Fot di scena di Lo chiamavano Jeeg Robot © Emanuela Scarpa

Foto di scena di Lo chiamavano Jeeg Robot © Emanuela Scarpa

Quando ero ancora abbastanza giovane e bassa (fattore, quest’ultimo, variato non di molto nel tempo) da non sentirmi chiamare precocemente “signora” da chiunque mi incrociasse per strada, la domenica mattina Jeeg robot d’acciaio era un appuntamento fisso, insieme ai tanti altri cartoni animati che la televisione trasmetteva e a cui mi teneva incollata dalle prime ore del giorno fino al solito pranzo dalla nonna. Una specie di ossessione mi legava a questo rituale incontro mattutino con le storie fantastiche entrate a far parte della mia infanzia, accompagnandola come un’abitudine a cadenza settimanale, e come tanti altri ex-bambini questa “fissa”, quest’entusiasmo lo porto ancora dentro ed è evidente quando ne risento le sigle e rivedo le immagini. Jeeg – come diversi altri personaggi – è stato l’icona degli anni innocenti per molte generazioni (da piccola mia madre, prima di me, era già una fan del cartone) ed è normale pensare che sia rimasto nel cuore di molti.

Nel film Lo chiamavano Jeeg Robot tutti hanno una loro infantile (nel senso di radicata, spontanea e incontenibile) ossessione: Enzo, il protagonista, ha lo yogurt (e il porno); per lo Zingaro, il successo “pop” e la pulizia verginale del proprio sudicio angolo di mondo; per Alessia, infine, il suo traumatico passato e Jeeg Robot, l’atteso salvatore. Se il titolo del film è quello che è, infatti, lo dobbiamo proprio al personaggio interpretato dall’esordiente Ilenia Pastorelli, una ragazza problematica e in attesa di essere salvata dal suo Hiroshi Shiba, che identifica con Enzo (Claudio Santamaria). Più che un super-eroe, però, lui è un super-uomo: banalmente terreno, senza virtù, ma con straordinari poteri. Dopo averli acquisiti, non sente nessuna spinta filantropica, ma pensa di usarli per facilitare la sua carriera all’insegna dell’illegalità, passando dallo status di banale borseggiatore a super criminale, la stessa ambizione dello Zingaro (un impareggiabile Luca Marinelli).

Gli eroi macchiati e spaventati di Lo chiamavano Jeeg Robot

Se c’è qualcosa che distingue questo film dai classici superhero movies è l’assenza del dualismo bene-male: non ci sono Batman e il Joker, né Superman e Lex Luthor, ma due criminali che si differenziano l’uno dall’altro soltanto per una tendenza occasionale ed eccezionale di Enzo all’altruismo. Fondamentalmente, quello che rende il protagonista meno disprezzabile dello Zingaro è il suo infliggere dolore inconsapevolmente, la sua ingenuità, il suo non voler fondamentalmente fare (troppo) del male a nessuno, cosa che invece non si può dire della sua controparte, disposto a far sbranare dai cani chi lo ostacola. Non sappiamo se Alessia abbia apportato in lui un cambiamento definitivo, una conversione all’eroismo disinteressato, in ogni caso se così fosse questo non farebbe altro che confermare la natura passionale dei personaggi, mossi da forze intestine e alogiche. Come i bambini puntualmente devoti ai loro eroi animati, i personaggi di Lo chiamavano Jeeg Robot sono votati alle loro ossessioni: trovare la calma, il successo o la salvezza, scopi insopprimibili che assumono una dimensione assoluta nelle loro esistenze. È un film privo di romanticismo eroico e straordinaria virtù, che trabocca di una realtà crudele in un contesto irreale e in cui anche il più affettuoso gesto di devozione amorosa assume un carattere surreale.

Il film, lungometraggio d’esordio di Gabriele Mainetti, è un trionfo di creatività: un genere tipicamente hollywoodiano rivisitato in chiave romana, facendo a meno dei cliché stilistici che in questo tipo di pellicole ricorrono – la chiarezza assoluta dovuta allo spettatore non educato alternata col dinamismo spettacolare/colossale, a seconda della natura della scena, è sostituito da un raffinato uso tecnico della camera, dei suoi movimenti e delle potenzialità dell’inquadratura e dall’abbattimento dello spazio canonicamente ridotto a 180° – e giocando con personaggi antieroici che quasi sembrano inaugurare una nuova tendenza che già Deadpool ci ha fatto presagire. La regia senza freni, in cui ogni inquadratura è frutto allo stesso tempo di una scelta funzionale e coraggiosa, il montaggio rapidissimo e trascinante, straniante come l’idea di uscire dal fiume Tevere geneticamente modificati (fatto forse non così improbabile), e le musiche curate dallo stesso Mainetti, che potenziano il visibile, trascinano lo spettatore in un’esperienza che nessun budget ridotto e nessun produttore spaventato dalla novità possono ostacolare. Il pubblico è pronto per essere salvato.

Lo chiamavano Jeeg Robot è la prova che qualcosa di diverso si può e si deve fare. È un’opera originale ed estrema, di non facile commerciabilità ma di godibile fruibilità; possono vederla tutti, anche chi non apprezza generalmente l’azione, perché ci troverà elementi di comicità e di umanità che lo coinvolgeranno ugualmente. Andare al cinema, considerando soprattutto la nazionalità del film, è un dovere per lo spettatore stanco della monotonia della produzione nostrana, spezzata spesso da pochi e disastrosi tentativi di americanizzazione. Il nostro eroe è finalmente arrivato, pronto a fare er botto.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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