Sky of Birds: insoddisfatti o rimborsati

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Sky of Birds, Blank Love

La copertina di Blank Love, disco d’esordio degli Sky of Birds

Cos’è che rende della musica Buona Musica? Qual è il dettaglio che scinde, che va a pescare nel mare di proposte che ogni giorno ascoltiamo per estrarne qualcosa che sia veramente di qualità?

Un buon testo, si potrebbe dire: interessante, non banale. Un sound accattivante. Uno stile originale, magari. Ma è difficile trovare una risposta; praticamente impossibile trovarne una oggettiva – che forse non esiste neppure. Così prima, mentre ascoltavo Blank Love – il nuovo album degli Sky of Birds, in uscita oggi, 31 marzo, in formato digitale e a metà aprile in vinile – ho provato a pensarci: cos’è che fa sì che della musica sia buona musica?

Sono giunta a una conclusione: l’insoddisfazione.

È l’insoddisfazione che rende veramente bella una canzone. Sembra paradossale, ma fateci caso: le canzoni che solitamente vengono definite più “commerciali” appagano. Tu ti aspetti una nota e quando si arriva al dunque la nota è proprio quella. Sono più che orecchiabili: sono prevedibili. È per questo che hanno così tanto successo, che vengono passate in radio così tante volte. Non riempiono, ma soddisfanno: sono una sicurezza. Ed è sempre per questo che dopo un po’ stufano e scompaiono dalla circolazione – o perlomeno, dopo un po’, non si ascoltano più. Quando la musica è veramente buona, invece, no. Tu ti aspetti una nota e quando si arriva al dunque ce n’è un’altra. Ci vuole un po’ ad abituarsi. Il che non esclude l’orecchiabilità, ma taglia fuori la prevedibilità. Bisogna continuare ad ascoltare per percepire tutte le sfumature. A volte se ne scoprono di nuove dopo mesi, anni. È musica con cui si deve combattere un po’ per apprezzarla del tutto.

A livello di orecchiabilità, Blank Love è strano: ha un sound particolarissimo ma riempie l’orecchio fin dal primo ascolto, come qualcosa di familiare. Il tutto rischiando di scivolare nel già sentito – sarà che sono cresciuta a pane e Smiths e che alcuni brani, come Deceivers, me ne hanno ricordato lo stile –, pur senza farlo mai.

A determinare il senso di insoddisfazione, in questo album, è l’atmosfera che si crea. Evanescente, nebulosa. Ogni tanto spiazzante.

I generi si susseguono, si fondono. Per un po’ sono stata lì a chiedermi: ma che genere fanno, questi? Leggendo un po’ la loro storia – non li conoscevo, prima di qualche giorno fa. Mea culpa – ho scoperto che provengono da città diverse, da scenari musicali diversi. Tutti portano un po’ di sé. Difficile, dunque, identificare un unico genere. Sulla loro pagina Facebook, alla voce Genere, si legge: “Music to turn humans into aliens”. In pratica non lo sanno neanche loro. Ma va bene così. E hanno pure ragione: la loro musica è alienante, proprio perché crea atmosfere impalpabili e confuse.

Si parte con The Scary Days Of A Blank Love: voce. E basta. L’ascoltatore da solo, perché ascoltare la musica è un po’ come leggere nella visione di Calvino: lo si fa da soli anche se si è in due. “It’s been a war” e parte la batteria: incalzante, precisa. Da soli ci si mette in viaggio. “Go, go, go!” e parte l’organo hammond, a immergerci di botto nell’atmosfera onirica, ma potente, di questo album. Il viaggio – anche se “Non è sicuro / viaggiare nell’animo di una persona” – è cominciato.

Deceivers è la canzone da mettere a tutto volume in macchina – perché in un viaggio una canzone del genere, c’è poco da fare, prima o poi ci vuole. Dal suo rock veloce si passa all’inquietudine delle prime battute di Earth Stop Spinning: un mondo distorto come i suoni che lo popolano. Beached White Whales, col suo ritmo tranquillo e le sue note basse, è un invito a riprendere fiato. Fiato che poi conviene trattenere per cogliere le armonizzazioni e le sfumature di Lifted. How To Stop Nightmare è vellutata, mentre Things Some People See è il brano meno convincente, un po’ piatto da parte di una band che ci aveva abituati a sonorità così interessanti. Every Vampire, com’è giusto che sia, ha il sapore della malinconica, euforica stanchezza di un viaggio appena concluso.

È un percorso immerso in un’atmosfera affascinante, complessa. Un ruolo importante nel crearla è giocato dalla voce di Mario Martufi: bassa, bassissima, profonda senza essere calda. Un senso di ruvido che però si amalgama perfettamente con gli altri suoni, così come l’asprezza delle chitarre si lega alla generosità della grancassa. Brani eleganti e decisi,  intrisi di una potente fragilità. Contrasti su contrasti. Ecco perché, nonostante tutto sia in equilibrio, c’è sempre qualcosa che sfugge, che spinge a riascoltare le canzoni dell’album per capire di cosa si tratti. Un’insoddisfazione di fondo, insomma, che rende Blank Love un ottimo album.

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Guendalina Ferri

Guendalina Ferri

Pistoia, 22 anni. Curiosa per scelta, lettrice per necessità, miope per sfiga. Un giorno farò la giornalista o il marinaio, devo ancora decidere.

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