Spotlight: cosa lo ha reso il film migliore dell’anno

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Spotlight premiato come Miglior film agli Academy Awards

Spotlight premiato come Miglior film agli Academy Awards

Quando andai al cinema con i miei amici con l’intenzione di guardare The Danish Girl, non fui molto contenta nell’apprendere che gli orari del film di Hooper erano improponibili e che quindi avremmo dovuto ripiegare su un altro screening. Esclusi Zoolander 2 e altri film che avevamo già guardato, decidemmo, non con troppo entusiasmo, di guardare Spotlight, una pellicola semi-sconosciuta di cui non avevamo sentito parlare molto.

Non immaginavo che sarei stata presa a tal punto da commuovermi e da emozionarmi tanto da non avere parole per commentare il film almeno per i successivi trenta minuti, e vi assicuro che ce ne vuole a zittirmi. Non immaginavo nemmeno che proprio quel film avrebbe vinto due tra i premi più ambiti all’Academy, Oscar al Miglior Film e alla Miglior sceneggiatura originale. Non perché secondo me il film non fosse valido abbastanza, anzi, semplicemente perché Tom McCarthy concorreva nella stessa categoria di piccoli giganti quali Spielberg e Iñarritu, per dirne un paio, e il suo gioiellino veniva a trovarsi a confronto con film dal calibro di Mad Max, The Martian ed Ex Machina.

Questi Oscar hanno riservato un paio di (belle) sorprese, almeno per quanto concerne il mio punto di vista. Temevo che film come The Revenant o The Danish Girl, pieni di virtuosismi ma un po’ vuoti nei contenuti, avessero fatto incetta di premi, ma così non è stato. La mia opinione sarà pure parecchio impopolare, ma credo che Spotlight avesse tutte le carte in regola per vincere l’Academy Award al Miglior film, e cercherò di spiegarvi perché.

Il team Spotlight è una squadra di giornalisti investigativi del The Boston Globe la cui quotidianità viene interrotta dal neo-direttore Marty Baron (Liev Schreiber), il quale assegna loro l’arduo e delicatissimo compito di portare alla luce il caso di una serie di abusi sessuali su minori da parte del prete John Geoghan, protrattasi per anni e sapientemente insabbiata dal cardinale e arcivescovo di Boston Bernard Law. Indagando sempre più a fondo, il team, che pensava di trovarsi davanti a un caso isolato, arriva a scoprire che un numero esorbitante di preti pedofili pullula nello Stato del Massachusetts, tutti protetti dall’Arcidiocesi di Boston. Grazie alle loro indagini arriveranno a individuare ben 90 preti che hanno abusato di minori, il 6% dei sacerdoti di Boston. Numeri che sembrano quasi fantasiosi, inventati per far rimanere lo spettatore a bocca aperta, e che sono invece, purtroppo, veritieri. Il 6 gennaio 2002 il team Spotlight finalmente riesce a pubblicare sul Boston Globe la storia che rivelava anni e anni di abusi occultati dalla Chiesa Cattolica, scuotendo acque torbidissime mai smosse prima, risvegliando tantissime coscienze, aprendo gli occhi dei più scettici e, soprattutto, rendendo giustizia a tutte le vittime di quell’orrore.

Spotlight d’ispirazione per i futuri giornalisti

spotlight

Per una persona che come me sogna sin da bambina di diventare una giornalista, questo film è stato illuminante. Non che prima pensassi che essere un giornalista significasse stare tutto il giorno dietro una scrivania a digitare quattro baggianate al pc senza prestare troppa attenzione, roteando su una sedia girevole nei momenti di noia. Ma forse è difficile capire cosa veramente significhi sacrificare la propria vita, o parte di essa, per una causa più grande, abnorme oserei dire, che potrebbe travolgere noi stessi o le persone che ci stanno intorno, che siano sconosciuti o familiari.

Essere un giornalista non significa soltanto passare notti insonni a scavare tra documenti grigi e polverosi, ricevere tantissime porte in faccia, incontrare infiniti ostacoli, restrizioni, muri burocratici che sembrano insormontabili; inseguire qualcuno per avere una risposta celata per troppo tempo e magari essere liquidati in due parole, combattere contro l’omertà che è radicata sempre più nella società, affrontare i propri superiori urlando fino a rischiare di esplodere come Mark Ruffalo in una delle scene più riuscite del film.

Un giornalista è anche una persona che deve essere capace di annullare i propri sentimenti, indossare una maschera di impassibilità e avere la forza sovraumana di interagire con persone fragili come il vetro, che potrebbero rompersi da un momento all’altro in mille pezzi davanti a te. La reporter Sacha Pfeiffer, ad esempio, interpretata da Rachel McAdams, aveva il ruolo di intervistare alcuni degli uomini che avevano subito violenze sessuali da parte dei preti delle loro parrocchie. Uomini adulti, che non sono più bambini ormai da un pezzo, ma che portano dentro il ricordo degli abusi subiti come un pesantissimo, imprescindibile fardello sul cuore. Uomini che rimarranno per sempre ragazzini indifesi nelle mani di chi, spesso in nome di Dio, ha commesso le più repellenti atrocità.

Il film riesce a restituire fedelmente ogni passaggio del processo che costa mesi e mesi di lavoro al team Spotlight senza mai essere pesante né tantomeno patetico. Non troverete momenti di scontata drammaticità, bensì un freddo realismo che però riesce a trafiggere lo schermo arrivando a colpire in profondità la sensibilità dello spettatore. Non c’era bisogno di racconti troppo dettagliati, scene dall’elevata pateticità o musiche particolarmente angoscianti per colpire dritto nel segno, e questo Tom McCarthy l’ha capito bene. I dati schiaccianti della vicenda sono più che sufficienti a spezzare il fiato e a far rabbrividire, e la fedele rappresentazione di questi è ciò che rende il film così intenso e toccante.

Alcuni spettatori potrebbero facilmente trovare la pellicola lenta e poco emozionante, soprattutto all’inizio. Lo stesso Mark Ruffalo ha detto che il film entra nel vivo dell’atrocità della vicenda “in slow-motion”, descrivendo perfettamente il lento processo che porta la storia a decollare.

La domanda che ci poniamo è: meritava Spotlight la statuetta più ambita di tutte? A mio avviso sì. Riesce a toccare un tema delicatissimo senza cadere nel patetico o annoiare, anche grazie alle performance brillantissime di Mark Ruffalo, Michael Keaton e Rachel McAdams. È originale nel suo genere: a differenza di ciò che può sembrare, non è la storia della vicenda in sé, già popolarissima e su cui sono stati scritti numerosi libri, bensì la storia di un gruppo di giornalisti che, lungi dall’essere eroi senza macchia, fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per rendere il mondo un posto un po’ più vivibile e rimediare ai propri errori passati. Giornalisti che sbagliano, litigano, esitano, vacillano, ma riescono a dare un po’ di luce al grigiore di una Boston le cui piogge semi perenni non sono riuscite da sole a lavare decenni di abusi, reati e soprattutto impenetrabile silenzio.

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Federica Montella

Federica Montella

Fef vive in Irlanda, ma ama moltissimo il suo Paese, tanto che ogni volta che ci torna ci lascia un pezzettino di cuore (ma in compenso guadagna 3-4 kg). Ha vissuto nei Paesi Bassi senza saper andare in bicicletta e in Spagna pur odiando il rumore. Ama viaggiare, leggere, scrivere, comprare cd, collezionare plettri, il cocco, la birra e i cani. Studia giornalismo, ma è ancora incerta circa la sua vocazione. Vorrebbe vivere lungo abbastanza da assistere all'invenzione del teletrasporto; sogna di esplorare ogni angolo dell’universo, andare a tutti i concerti dei suoi artisti preferiti, mangiare quantità industriali di pizza senza ingrassare.

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