Storie da Pub #01: Uno psicologo all’assistenza clienti

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Il pub McCarthy’s a Sofia

Il pub McCarthy’s a Sofia

Il pub è McCarthy’s, l’indirizzo è ulitsa Alabin, la città è Sofia… ma non lo troverete mai se qualche habitué non vi mostra la retta via: localizzate il primo edificio a sinistra, salite le scale per due piani e superate la porta bianca che troverete di fronte a voi. Perché funziona così, in Bulgaria: i migliori pub sono nascosti. Negli scantinati, nei condomini, in vecchi appartamenti trasformati per l’occasione… E ognuno di loro è pieno di storie interessanti e aneddoti fuori dal comune, soprattutto se si tratta del McCarthy’s, in cui l’ottanta per cento della clientela non è autoctona. Una sera al bancone e vi innamorerete dei regulars, che ogni giorno contribuiscono a un pezzo di storia di questo pub cordiale e caloroso. Se però non potete fare una capatina a Sofia vi aiuterò io, condividendo brevi storie dei più famigerati combinaguai che popolano il locale ogni settimana, partendo da uno dei pochi bulgari che potreste trovare seduto al bancone.

Ivan: quando una laurea non fa la felicità

«Questo è il tuo primo articolo sugli habitué?», mi chiede Ivan, ex psicologo ventottenne solito a sedersi nel punto più remoto del bancone. Al mio cenno positivo, beve un sorso della sua Retro e sorride. «Diamine, hai scelto la storia più noiosa e pretenziosa», scherza.

Ci ride su, ma in fondo sa che ciò che ha da dire non sarà totalmente inutile: ci sarà sempre qualcuno là fuori che verrà ispirato dalle sue parole, soprattutto dopo il coraggio che ha dimostrato ricominciando da capo. Perché la vita da psicologo stava andando alla grande, non può negarlo: aveva molti clienti abituali, appuntamenti settimanali e una buona paga oraria. Ma non era quello che voleva.

Ora Ivan lavora in un call center, come assistente clienti per una compagnia specializzata in computer e cellulari. È sommerso dai turni di notte, che possono iniziare alle dieci di sera o alle due del mattino, e vive la sua vita dormendo di giorno e uscendo quando è già buio. Non il lavoro ideale, penserebbe la maggior parte delle persone, ma a lui va bene così e mi spiega anche che si sente più realizzato ora di qualche anno fa, quando si “limitava” a risolvere i problemi della gente.

«Amo la mia vita, cazzo» esordisce, senza troppi preamboli. «Posso avere tutto quello che voglio… a patto che io lo desideri veramente».

Ed è vero: secondo Ivan, difatti, non serve molto per essere felici. Con lo stipendio da call center riesce a pagare affitto, bollette e a mettere da parte soldi per il futuro, senza mai rinunciare a una birra al bar con gli amici o qualche sfizio per la sua passione: diventare un bravo batterista e mettere su una band.

«Non ho molta ambizione al riguardo, non mi interessa essere famoso: voglio solo suonare» specifica poi. Mi racconta di come ricominciare sia stato più facile di quel che pensasse e di come il pub gli abbia dato la famiglia che non avrebbe mai pensato di avere. Perché Ivan, nonostante i turni infernali, è uno degli ospiti fissi al bancone più irlandese di Sofia e ci tiene a distruggere lo stereotipo degli habitué ai pub: non persone con carenza di vita o problemi di alcolismo latente, ma un circolo di amici poco convenzionale pronto a darti calore e comprensione. Perché proprio McCarthy’s, quindi?

«Ho deciso di diventare un regular qui dopo che il mio amico mi ci ha portato, qualche anno fa» inizia, dopo averci pensato su. «E poi niente, è successo, come in un processo naturale».

Alla domanda su cosa preferisce del pub, la risposta arriva veloce e netta: tutto. Le bariste, i clienti, il proprietario e la sensazione che si prova la prima volta che ci entri dentro, che rimane sempre e con la stessa intensità: essere a casa.

«Vengo qua quattro o cinque volte alla settimana, a volte ogni sera, a volte manco per una settimana intera» continua. «Dipende dai miei turni di lavoro, ma cerco di non saltare nemmeno un giorno». Il motivo? «Non vengo qua per bere. Una birra mi basta e mi rilassa prima o dopo il lavoro. Vengo qua per la gente o per stare da solo nel mio angolo a riflettere. Non è questione di cosa fai, ma di come ti senti».

Ivan è molto spesso da solo, ma per scelta. Come molti altri habitué, si è ritagliato il suo angolo speciale e, salvo imprevisti, è sempre seduto lì. Decido di chiedergli se, a volte, viene qua con la speranza di trovare i suoi amici, ma mi risponde con un cenno secco della testa, un no bello e buono. Mi dice che la speranza è il primo passo verso la delusione e che non vuole cadere vittima di tristezza auto-inflitta.

Lo staff e gli altri clienti sono a conoscenza del suo carattere distaccato, ma sanno come gestirlo: si è creato un legame forte e lo conferma il fatto che capiscono sempre quando lasciarlo in pace o invitarlo a farsi una birra con loro. «Per questo ti continuo a dire che il concetto di fiducia è applicabile anche in questo contesto» ripete. «Io mi fido di loro e loro si fidano di me, mi conoscono. Vedi, è contraddittorio, ma anche se vengo qua da solo e non parlo con nessuno, mi sento comunque meglio. Ne ho bisogno, anche se è difficile ammetterlo».

Mi fa notare che venire qua a pensare lo aiuta, gli rinfresca le idee e che passare così tanto tempo in un pub non significa necessariamente bere fino a dimenticare le proprie preoccupazioni. La curiosità rimane comunque e non riesco a trattenermi dal chiedergli se passare del tempo qua gli abbia mai fornito risposte ai suoi quesiti.

«Sì, ma penso sia un processo naturale e normale. Quando il tuo cervello non è così pieno delle nozioni, informazioni e preoccupazioni che hai avuto tutto il giorno ti senti più aperto. È come se qualcuno ti stesse abbracciando, ti fa sentire meglio».

Beve un altro sorso di birra, poi si corregge. «Non significa però che l’alcol aiuti alla risoluzione stessa del problema. Non vengo qua per dimenticarmi dei miei guai, è una cosa che non voglio fare. Voglio ricordarli e trovare una soluzione, e pensarci con un drink in mano mi aiuta. Se non la trovo in generale dubito fortemente io possa trovarla qui. Se vuoi aiuto a risolvere il tuo problema, non venire al pub, ingaggia uno psicologo. O un life coach

Gli chiedo quale sia stato il sui peggior problema, la sua Moby Dick, ciò che l’ha fatto penare al bancone più di ogni altra cosa al mondo. Ci pensa un attimo, chiama la barista e ordina due shot di Jagermeister. «Tecnicamente sto lavorando» gli dico. La sua risposta è semplice: lo sto registrando, gli appunti li recupero successivamente. E che saremmo dovuti andare off record per i prossimi dieci minuti.

Ivan è solo, distaccato, a volte pretenzioso, ma mi ha fatto capire qualcosa di importante: non è il lavoro che hai a definirti, ma soprattutto, non è la posizione a decidere della tua felicità. Puoi essere il manager di una grande azienda e sentirti peggio di quando lavoravi come un semplice commesso. Puoi avere uno stipendio a cinque cifre e ripensare a quanto bella era la tua vita quando avevi uno zero in meno. Puoi bearti delle piccole, semplici cose ed essere soddisfatto senza rincorrere costantemente obiettivi troppo grandi o di cui non sei convinto abbastanza.

«Qualsiasi cosa?»

Annuisco.

«Uno spinello e sesso orale»

E si parla delle piccole gioie.

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Denni Galliussi

Denni Galliussi

Ventun'anni di "è intelligente ma non si applica", studentessa precaria residente in Bulgaria. Ama la musica, il cinema e la lettura. A volte cerca di scrivere e fallisce miseramente, ma continua a farlo nonostante tutto. Conosciuta anche come la Max Black dei poracci, è felicemente fidanzata con una bottiglia di Tequila Silver.

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