Černobyl’. Riflessioni e testimonianze a 30 anni dal disastro nucleare

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Centrale nucleare V.I. Lenin, Černobyl'. Ore 1.23 circa. 26 aprile 1986

Centrale nucleare V.I. Lenin, Černobyl’, ore 1:23 circa. 26 aprile 1986

Premessa: fin dalla tenera età mi sono confrontata a distanza con quel disastro ambientale e umano che è stato Černobyl’. Come? La mia è una di quelle migliaia di famiglie che, in tutto il mondo, negli anni, hanno ospitato bambini o ragazzi provenienti dalle zone del disastro, per periodi più o meno lunghi, con lo scopo di “curarli” con l’aria buona delle nostre zone (che poi, “curare” suona proprio male, ma questo è il termine usato da chi si occupa di accoglienza e aiuto). Sono sempre stata incuriosita da quel mostro di cemento e atomi che ha cambiato la vita di così tante persone, e un po’ anche la nostra. Ho sempre cercato di capire cosa abbiano provato tutte le Ol’ga e le Masha che, loro malgrado, si sono ritrovate a vivere in una zona così duramente colpita e violentata. Ho letto resoconti, report scientifici (capendoci poco o nulla) e articoli. Ho guardato qualche film e qualche documentario. Ma niente mi raccontava davvero le persone. Poi ho conosciuto il lavoro di Svetlana Aljaksandraŭna Aleksievič, premio Nobel per la Letteratura nel 2015. Ho letto il suo romanzo-reportage, Preghiera per Černobyl’, un canto popolare di dolore e speranza, uno spaccato di vita di chi, quella vita, non l’avrà mai indietro. Ho ricostruito le vicende di quegli anni seguendo le parole e i racconti di chi, purtroppo, c’era, per ricordare a trent’anni di distanza da quel tragico 26 aprile 1986 chi non c’è più.


Ci sono state due catastrofi concomitanti. L’una sociale: è colato a picco sotto i nostri occhi l’enorme continente socialista; l’altra cosmica: Černobyl’. Due esplosioni globali. Ma la prima è più vicina, comprensibile. La gente si preoccupa delle cure d’ogni giorno, del quotidiano: con che soldi comprare, dove andare? Cosa credere? Sotto quali insegne tornare a schierarsi? Sono cose della vita di ognuno e di tutti. tutti invece vorrebbero dimenticare Černobyl’. All’inizio si sperava di vincerlo, ma, comprendendo la vanità di questi tentativi, non se ne è più parlato. La realtà sfugge alla comprensione. È difficile difendersi da ciò che non si conosce. Che l’umanità non conosce. Černobyl’ ci ha trasferiti in un’altra epoca. Abbiamo di fronte a noi una realtà nuova per tutti. Ma di qualsiasi cosa parli l’uomo, nel contempo svela anche se stesso. Si è posto di nuovo il problema del senso da dare alla nostra vita. Chi siamo? La nostra storia è una storia di sofferenze. La sofferenza è il nostro culto. Il nostro rifugio. Ne siamo ipnotizzati. Ma io volevo porre anche altre questioni, sul senso della vita umana in generale, della nostra esistenza sulla Terra. Ho viaggiato, conversato, preso appunti. Queste donne, questi uomini sono stati i primi… a vedere ciò che noi possiamo soltanto supporre. Ciò che rimane comunque un mistero per tutti. ma saranno loro stessi a raccontarlo… Più di una volta ho avuto l’impressione che in realtà io stessi annotando il futuro.

(Svetlana Aleksievič, Introduzione)


Quella notte, il reattore numero 4 della centrale non causò soltanto uno dei disastri nucleari di maggior portata a livello mondiale sino a oggi, ma determinò l’inizio del declino per il sistema socialista che, fino ad allora, il mondo si era abituato a conoscere. Non soltanto le persone, da quel 26 aprile 1986, iniziarono a essere divise in pre-Černobyl’ e post-Černobyl’, ma anche l’assetto politico-economico risentì del disastro. Da quella notte il mondo si trovò a fare i conti con il lento e inesorabile sgretolamento di un intero sistema.


Svetlana Aljaksandraŭna Aleksievič, Preghiera per Černobyl'La domanda è inevitabile: [il disastro nucleare giapponese a seguito dello tsunami] è una tragedia giapponese o dell’intera umanità? Il disastro atomico ha o non ha incrinato la nostra idea di civiltà? E i nostri valori? La paura è un’ottima insegnante. La prima lezione è stata Černobyl’. E di Černobyl’ parlava già la Bibbia… Colpa del totalitarismo, ci hanno spiegato. Di reattori nucleari sovietici tutt’altro che perfetti, dell’obsolescenza tecnologica d’oltrecortina, dei russi ladri e negligenti. Lo shock passò presto. E il mito atomico resse. Perché le radiazioni diminuiscano ci vuole tempo, ma un tumore a cinque anni di distanza è affar tuo e basta. C’è una statistica di cui nessuno parla. L’ha stilata un gruppo di ecologisti indipendenti russi. Černobyl’, dicono, è costata la vita a un milione e mezzo di persone.

(Estratto dall’introduzione dell’autrice datata 2011)


Černobyl’ è costata la vita a milioni di persone. Ma di chi è rimasto, invalido e segnato per sempre, chi parla? Chi si ricorda che un disastro di quell’entità non ha soltanto ucciso, ma ha segnato irreversibilmente intere generazioni? Si è preferito nascondere sotto lo zerbino la verità popolare. Meglio dimostrare di avere il controllo della situazione (anche se non è vero), piuttosto che gridare al mondo la disfatta.


Dopo Hiroshima e Nagasaki, dopo Černobyl’, pareva ovvio che la società civile scegliesse un’altra via di sviluppo. Lontana dall’atomica. L’era atomica doveva essere chiusa. Andavano cercate altre vie. E invece continuiamo a vivere con la paura di Černobyl’: terre e case deserte, campi che tornano a essere foreste, animali che vivono là dove viveva l’uomo. Centinaia di chilometri di cavi elettrici morti e di strade che non portano da nessuna parte. Pensavo di aver scritto del passato. Invece era il futuro.

(Estratto dall’introduzione dell’autrice datata 2011)


A 30 anni di distanza dal disastro, cosa è cambiato? Nulla. Ci si ricorda di quel maledetto reattore numero 4 solo ogni tanto, quando una squadra di scienziati stranieri si reca sul posto, esegue qualche misurazione e grida al mondo che ci sono perdite nel sarcofago, che il sarcofago cede o cose simili. Ma qualcuno si ricorda di tutte quelle voci inascoltate e dimenticate? Qualcuno si ricorda di chi ha scelto di restare nella “zona rossa”, di chi è tornato e di chi non tornerà più? Černobyl’ ha rappresentato una disfatta non solo per il socialismo, ma anche per il mondo intero. Nessun altro animale, eccetto l’uomo, inventa armi per distruggere se stesso e, dopo il disastro, insiste a percorrere sempre la stessa strada di distruzione. Černobyl’ è il monito che l’umanità non ha voluto ascoltare, nonostante il dolore e la rabbia che ha causato. Le testimonianze che la Aleksievič ha raccolto rappresentano la voce più vera di un disastro dal quale abbiamo ancora moltissimo da imparare e aprono gli occhi su scenari messi in ombra dal botta e risposta di accuse, ammissioni di colpevolezza e ricerca dei colpevoli che prosegue ancora oggi e che non avrà mai fine.


Svetlana Aljaksandraŭna Aleksievič, Preghiera per Černobyl'All’epoca l’idea che avevo delle centrali nucleari era assolutamente idilliaca. A scuola, all’istituto ci avevano insegnato che erano delle favolose “fabbriche dove si produceva l’energia partendo da niente”, nelle quali le persone in camice bianco sedevano ai quadri di comando e premevano dei pulsanti. Černobyl’ è saltata in aria su uno sfondo di assoluta impreparazione delle coscienze. Con in più l’assenza di qualsiasi informazione. In mezzo a montagne di documenti con l’indicazione “segretissimo”: “mantenere segrete le informazioni sull’incidente”, “mantenere segrete le informazioni sui risultati delle cure mediche”, “mantenere segrete le informazioni sul livello di irradiazione del personale che ha partecipato alla liquidazione”. Circolavano le voci più disparate: qualcuno aveva letto sui giornali, qualcuno aveva sentito, a qualcuno avevano detto… C’era anche chi ascoltava le radio occidentali, allora erano le uniche a dire quali compresse assumere e in che modo. Ma per lo più la gente pensava: in realtà i nostri nemici sono ben contenti, ma noi li deluderemo. Da noi è tutto a posto. E il 9 maggio i veterani sfileranno come sempre alla parata… Come poi si è saputo, perfino quelli che avevano spento l’incendio del reattore disponevano solo di notizie vaghe. Avevano detto loro: sembra che sia pericoloso prendere in mano la grafite… Sembra…

(Zoja Danilovna Bruk, ispettore per la protezione della natura)

Ci affidavamo alla sorte, nel profondo dell’anima siamo tutti fatalisti, non farmacisti. E non razionalisti. La mentalità slava… Credevo nella mia buona stella. Ha – ha! Ed eccomi qua, invalido di seconda categoria… mi sono ammalato subito. Quella maledetta sindrome da raggi… E dire che prima di questo non avevo neanche la cartella clinica al poliambulatorio. Al diavolo! Non sono il solo… La mentalità…

(Aleksandr Kudrjagin, liquidatore)

Ho mandato il racconto a una rivista. Mi hanno risposto che la mia non era un’opera letteraria, ma l’esposizione di un incubo notturno. Naturalmente è anche questione di scarso talento, ma secondo me c’è dell’altro. E ho cominciato a chiedermi come mai Černobyl’ interesse così poco i nostri scrittori, i quali continuano a scrivere sulla guerra, i lager, ma di questo tacciono. Pensate che sia un caso? Se noi avessimo vinto Černobyl’, se ne parlerebbe e scriverebbe di più. O se l’avessimo almeno compreso. E invece non sappiamo che senso trarre da tutto questo orrore. Non ne siamo capaci. Perché non è commisurabile né alla nostra esperienza di uomini né al nostro tempo umano. E allora, cos’è meglio: ricordare o dimenticare?

(Evgenij Aleksandrovic Brovkin, docente dell’Università statale di Gomel’)


A trent’anni di distanza è giusto ricordare. Ma sarebbe ancora più giusto ricordare ogni giorno. Černobyl’ resta nella storia come grande disastro nucleare, ma con la memoria possono entrare nella Storia anche tutte quelle voci che sono entrare a far parte di questa storia senza volerlo, senza che nessuno chiedesse loro qualcosa. Quelle stesse voci che la Aleksievič ha pazientemente ascoltato, confortato e raccolto.

A Černobyl’ non si pensava ancora come Černobyl’ avrebbe voluto. A Černobyl’ ci si comportava come in guerra. E le guerre e i loro protagonisti si ricordano, si devono ricordare. E i protagonisti di Černobyl’ furono molti, moltissimi, ed è proprio a loro che è andato il pensiero della Aleksievič, e anche il mio.

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Antonella Beozzo

Antonella Beozzo

Blogger, Bookaholic. Appassionata di libri, musica, film e natura, colleziono libri, istantanee e ricordi. Classe 1989, aspirante storyteller e clarinettista per diletto.

1 comment

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    Dorota Tomczyńska 21 febbraio, 2019 at 11:52 Rispondi

    Leggendo “Preghiera per Černobyl” scopro che c’è qualcuno del popolo russo,( ma che può essere anche bielorusso ) che mette in dubbio una cosa,e cioè che la 2° guerra mondiale non avrebbero vinto loro…. Pagina 110 ,la seconda frase in alto. Sono le parole di un docente dell’Università statale di Gomel’ – Evgenij Aleksandrovič Brovkin.Vorrei soltanto sapere se queste parole sono state dette da un russo oppure da un bielorusso ed esattamente quando ( in che anno) le ha dette.Se qualcuno mi può rispondere delucidando così una questione per me importante.Grazie.

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