Kobane Calling: la resistenza fondata sulla parità di genere

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Dettaglio della copertina variant di Kobane Calling

Dettaglio della copertina variant di Kobane Calling

I Curdi stanno combattendo una guerra. Iniziamo mettendo subito le cose in chiaro, come anche Zerocalcare ha avuto il bisogno di fare nel suo Kobane Calling: la resistenza, qui, non si fa solo con gli ideali, con l’emancipazione femminile e la democrazia; alle armi si risponde con le armi e se qualcuno assedia la tua città, stupra le donne e le bambine, rade al suolo la tua casa, non puoi pensare di difenderti mettendo un fiore nel suo cannone. Devi distruggere il suo cannone.

Questo qualcuno è l’ISIS o, come lo chiamano i Curdi, daesh. Attualmente ha in mano una grandissima fetta del territorio siriano e può contare sul sostegno dell’esercito turco di Erdogan, che vuole debellare la resistenza. Secondo la Turchia, infatti, i gruppi (politici e non) di guerriglieri anti-ISIS come il PKK sono terroristici.

I Curdi sono un popolo di esiliati, hanno comunità in Turchia, Iraq, Iran e Siria. In quest’ultimo Paese occupano una regione che si trova a Nord, il Rojava, diviso in tre cantoni: Efrin, Kobane, Cizre. L’area curda, a seguito di quella che potremmo definire una “guerra di indipendenza”, ha preso la conformazione politica di un vero e proprio Stato, anche se non riconosciuto internazionalmente. Ha una costituzione, dei valori condivisi, degli ideali da cui ripartire, primo su tutti la convivenza tra i popoli.

Ai Curdi, sotto il regime di Assad, veniva impedito di parlare la propria lingua, di avere documenti e di istruirsi. In poche parole, di avere un’identità culturale. Ora la resistenza è riuscita a strappare all’ISIS diverse aree del Rojava, in cui convivono Arabi, Turcomanni, Curdi, Armeni. Questa lotta è cominciata da Kobane, diventata ormai il simbolo della resistenza, e ha trascinato con sé combattenti di ogni etnia e provenienza. In questo momento, tutti abbiamo motivo di sentirci curdi.

Il titolo utilizzato da Zerocalcare, Kobane Calling, è il riassunto perfetto di ciò che il fumetto racconta: Kobane chiede il nostro supporto, che non sono semplicemente le nostre armi; è un sentimento di sostegno, vicinanza, se possibile anche una reale presenza. Kobane ci sta chiamando; il suo è un popolo privato della libertà. Dobbiamo aiutarlo.

Le vite di cui Zerocalcare ci dà testimonianza sono lontane dall’immaginazione di (quasi) qualunque occidentale: storie di manifestazioni, incarcerazioni giovanili, torture, condanne al carcere secolari. Soprattutto, storie di donne, che hanno realizzato nel Rojava un ideale per noi ancora lontanissimo di completa parità. Queste donne combattono, molto spesso comandano. A loro è riconosciuta forza e indipendenza. Fanno la loro parte. Sono un’ispirazione.

Perché sono loro le grandi protagoniste della resistenza? Perché hanno più motivi per ribellarsi. Alcune di loro, ad esempio, si uniscono alla guerriglia curda per sfuggire al matrimonio forzato. La parità di genere è alla base dell’educazione che i Curdi stanno cercando di trasmettere. Uomini e donne hanno spazi di confronto nelle accademie, dove i guerriglieri studiano anche jinologia (la scienza che analizza il ruolo nella società della donna): «Ognuno qui deve imparare prima di tutto a uccidere il maschio dominante dentro sé e negli altri, uomini e donne. Interrogarsi sui generi, mettere in discussione i rapporti secolari tra maschi e femmine… È la base della rivoluzione», racconta una guerrigliera del PKK a Zerocalcare.

In fondo, cosa c’è di più logico? Come si può pensare di essere capaci del rispetto per uomini di altri popoli se non si riesce neppure ad avere una considerazione dignitosa ed egualitaria delle donne del proprio? La “base della rivoluzione” parte dall’educazione all’uguaglianza, dall’abbattimento degli stereotipi e dunque dei conflitti. La gerarchia patriarcale è quella più radicata, non solo nella cultura mediorientale. Da lì bisogna partire per estirpare ogni forma di disuguaglianza, dall’origine.

Quello che trapela dalle parole dei guerriglieri, infatti, è un rispetto religioso, assoluto. Ci sono persone – non curde – che con estremo egoismo inneggiano nostalgicamente al regime di Assad, a cui è però permesso di vivere nelle città in mano ai guerriglieri della resistenza; ci sono i terroristi dell’ISIS, contro cui combattono una guerra, ma a cui comunque non dimenticano di dare degna sepoltura. La completa assenza di rancore di queste persone, capaci di riconoscere diritti a chi questi diritti li nega a loro, è disarmante. Non vogliono una presa di potere, non vogliono un rovesciamento, non vogliono gloria. Vogliono umanità e da questo fumetto ne trapela così tanta da investirti e da farti sentire impotente, inutile.

Kobane Calling racconta nel modo migliore possibile quello che sta avvenendo in Kurdistan: senza prendersi troppo sul serio, appassionando e mettendo in primo piano l’aspetto umano di questa vicenda. Non è un trattato di geopolitica e dietro la sua realizzazione non c’è assolutamente la pretesa di esserlo. Zerocalcare, non abbandonando completamente l’umorismo capitolino e i riferimenti (anche se qui più sporadici) al suo universo di simboli, dai cult anni ’90 all’amico armadillo, realizza un lavoro innegabilmente diverso da quelli precedenti, in cui l’autore mette da parte la preponderanza di temi e personaggi già noti al suo pubblico per fare spazio a Michele Rech, alla sua visione dei fatti e all’effetto viscerale che una realtà come quella curda ha avuto sulla persona, prima che sul disegnatore. Il fumetto qui non è lo scopo, è il mezzo. Per la prima volta, però, non è lui a essere protagonista della storia. Il suo è un punto di vista, un prestito fatto al lettore per permettergli di vedere cosa e soprattutto chi c’è dall’altra parte del confine turco-siriano, nel Rojava.

Oggi, dovremmo essere tutti a Kobane, a combattere per un mondo migliore, più giusto. Per tutti.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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