«Le lezioni noiose? Un invito implicito all’autonomia»

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Logan Lerman, Ezra Miller and Emma Watson in una scena di <em>The Perks of Being a Wallflower</em>. Il film è spesso ambientato al liceo. (AP Photo/Summit Entertainment, John Bramley)

Logan Lerman, Ezra Miller and Emma Watson in una scena di The Perks of Being a Wallflower (AP Photo/Summit Entertainment, John Bramley)

Questa lettera è la sola che speravo di ricevere. Non perché non volessi che ne fossero inviate altre, ma perché sapevo che chi l’ha scritta avrebbe avuto qualcosa da dire che mi avrebbe riportato di fronte agli occhi ciò che di bello avevo dimenticato della mia esperienza liceale. Ben poco, direi, ma in quel ben poco c’è anche lui. Rappresentante di classe, irriducibile portavoce, irreprensibile amico: sapeva riparare ogni fragilità altrui e allo stesso tempo mostrare le proprie. Riesce ancora a farlo, perché lui è rimasto e sarebbe rimasto per tutti, se glielo avessero permesso.
Vincenzo è tutto ciò che si intuisce leggendo, un produttore seriale di idee, uno scrittore (e pensatore) prolisso e un cumulo esplosivo di emotività, che si carica sulle spalle un’ansia schiacciante che è anche il fardello pesante dei casini altrui. Perché lui è fatto così: se hai un problema e non glielo vomiti addosso per liberare te e lasciare invece che sia lui a sguazzare nei tuoi rigurgiti, allora ti spinge a farlo. Non che ci si possa sentire a proprio agio, nella merda degli altri, ma certe volte lasciarsi riempire le narici dell’odore dei loro problemi ti aiuta a non badare a quello dei tuoi e magari ti porta anche a pensare che alla fine, questa vita, non è mica male.
Credo sia per questo che, della stessa vita vissuta nelle stesse mura e tra le stesse persone, io e lui, sostanzialmente non così diversi, abbiamo avuto delle percezioni tanto contrastanti. Una cosa, però, condivido del suo ricordo: io, di questi cinque odiosissimi anni, non cambierei proprio nulla, perché è quell’infelicità che mi porta a godere pienamente della serenità raggiunta, perché è stato il liceo ad avermi fatto capire che potevo avere di più di quanto mi veniva dato e perché c’erano (e ci sono) tre persone. Una era, è lui. Grazie, Vincenzo, per questa tua lettera. Grazie anche per tanto altro.

Lucia Liberti


Ho sempre visto il liceo come un’esperienza. Sin da quand’ero piccolo, infatti, guardavo affascinato le avventure dei protagonisti di serie tv, film e (perché no?) anche le “avventure” di mia sorella, intenti a vivere quegli anni di crescita (no, non sto parlando dei pannolini Pampers) che accompagnano un adolescente verso la vita adulta.

Una vera e propria fase di passaggio cruciale per ognuno di noi. Che sia chiaro, non voglio in alcun modo sminuire la serietà dei vari istituti tecnici; tuttavia, il bagaglio culturale offerto dal liceo è ben ampio rispetto a molti altri.

Era all’incirca marzo dell’ultimo anno quando all’ultimo colloquio scuola-famiglia, dove la facevano da padrone il caos delle immense file, le urla delle madri disperate, i pianti dei figli dopo che i loro 3 e 4 erano stati rivelati sul registro dell’odiata insegnante e le risate dei vari ragazzini che andavano gironzolando per quella scuola come se fosse la loro, che incontrai la mia maestra di italiano delle elementari. La figlia frequentava il primo liceo ed eravamo lì a confrontarci sui professori: non mi ero mai sentito così orgoglioso dei miei insegnanti (non tutti, ovviamente), della mia scuola ma soprattutto del liceo.

Lì per la prima volta affermai che era una vera e propria esperienza di vita, come una gita, un viaggio iniziato con persone sconosciute e volto al termine con le stesse (o almeno, quasi tutte) diventate poi una grande famiglia insieme a insegnanti che non si limitavano solo a spiegare le solite noiose lezioni sugli Egizi, Renzo e Lucia, i sillogismi di Aristotele, la morte di Giordano Bruno, il Macbeth di Shakespeare, la vita del Re Sole, le scoperte di Einstein o la duplicazione del DNA. Letture collettive, tentare di spiegare cosa si era capito, lezioni interattive con filmati. Forse non a tutti i miei compagni di classe sarà rimasto questo piccolo spazio dedicato dai professori a dare un minimo di spiegazione “alternativa”. Magari saranno state più le lezioni noiose piuttosto che questi piccoli ed efficienti metodi di insegnamento, però, oh! A me son rimasti impressi!

Se mi chiedessero cosa cambierei della scuola, di questi miei cinque anni di liceo, risponderei “un bel niente”. I litigi con i miei compagni di classe, i professori stronzi, ignoranti e incompetenti che mi sono capitati davanti (pochi per fortuna) e i battibecchi avuti con loro, i brutti voti a scuola, le lezioni noiose, frequentare la sede succursale per un anno piuttosto che la centrale che era a 60 secondi da casa mia, i vari “tarzanielli” che correvano e urlavano per i corridoi le citazioni di Gomorra… No. Non cambierei proprio niente.

Ogni singola negatività mi ha aiutato a crescere. Ho capito che bisogna rispettare i punti di vista altrui, pur essendo totalmente diversi dai propri; i tanto altezzosi professori che si atteggiano a “insegnanti di vita” li becchiamo in ogni angolo della strada del nostro lungo percorso e ogni volta ci rendiamo consapevoli di quanto siamo fortunati a non essere come loro, a comportarci nel modo completamente opposto (e migliore) di quanto loro vorrebbero; i brutti voti servono a spronare ogni singola parte di noi stessi a dare il meglio e le lezioni noiose implicitamente ci dicono: “Hey tu! Ti stai annoiando? Bene, allora quando vai a casa approfondisci quanto puoi, sii curioso e scopri tutto quello che c’è da sapere su quest’argomento!”, in una singola parola: autonomia.

È oramai quasi un anno che mi sono diplomato con un 97 colmo di disperazioni (ma questa è un’altra storia) e sembra essere passata una vita. Mi manca tutto; ricordo ogni singolo giorno, ogni interrogazione, ogni smorfia idiota scambiata con Dario, ogni singola imitazione che facevo dei professori, ogni “pacchero ro’ surdat” dato e ricevuto dal mio compagno di banco Cibelli, ogni pianto (più di disperazione che di gioia) per compiti andati male e questioni di cuore. Ebbene sì, c’erano anche le questioni di cuore. Come in ogni singola classe di scuola che si rispetti, c’è sempre il solito stupido della situazione che si innamora perdutamente della fata dagli occhi dolci che ovviamente non se lo fila per niente, o peggio, finisce per diventare la sua migliore amica. Quel “solito stupido” chi poteva essere se non il sottoscritto? Pasquette e veglioni di Capodanno trascorsi con un bicchiere in mano sempre strapieno di alcool, notti passate a piangere sui cuscini con le canzoni più deprimenti dell’iPod, intere giornate trascorse a “provarci” senza un minimo di risultato fino a rendersi conto dopo quei cinque anni che ogni lacrima versata per quella ragazza mi avesse aiutato non a conquistarla ma a comprendere quanto amore ero in grado di dare e quanto lei non meritasse nulla di tutto ciò, nemmeno un briciolo di bene.


La notte prima degli esami andammo su un pontile e feci loro una sorpresa: portai con me una lettera lunga tre pagine e li ringraziai per tutto il bene che mi avevano dimostrato in quegli anni, per tutto quello che avevamo costruito insieme e tra risate e qualche lacrima alla fine abbracciai ognuno di loro e mai come allora capii di essere diventato un po’ speciale


E gli amici? (NB: ho detto amici e non “compagni di classe”). Beh, oramai alcuni contatti li ho persi, come accade in ogni classe di diplomati, ma altri si sono consolidati sempre più e non posso lamentarmi in alcun modo di loro che ci sono sempre stati e che credo fortemente rimarranno sempre. La notte prima degli esami andammo su un pontile e feci loro una sorpresa: portai con me una lettera lunga tre pagine (ebbene sì, sono in grado di scrivere lettere più lunghe di questa) e li ringraziai per tutto il bene che mi avevano dimostrato in quegli anni, per tutto quello che avevamo costruito insieme e tra risate e qualche lacrima alla fine abbracciai ognuno di loro e mai come allora capii di essere diventato un po’ speciale. Una mezza colonna di riferimento per ogni vicenda che fosse quella di spostare un compito, discutere con un professore, fare un video per i diciott’anni, organizzare un regalo ed essere l’aguzzino della situazione, cercare di mettere pace nei litigi o addirittura essere il protagonista dei litigi stessi.

Non mi definirò mai una colonna a tutti gli effetti, ovviamente. Ognuno di loro ha contribuito a migliorare la mia vita e la convivenza di classe. Nonostante i litigi, le discussioni e addirittura le cattiverie che siamo arrivati a rinfacciarci, facendo qualche conto, risultammo la classe più unita della scuola. Che schifo di scuola, penserete! Beh, oddio, “i panni sporchi si lavano in famiglia”, non potrei mai esprimere giudizi su altre classi e quant’altro, ma quello che posso affermare con assoluta sincerità e fierezza è che probabilmente eravamo l’unica classe a tentare di chiarire, anche dopo mesi di scissioni, che il Rione Sanità a confronto è un luogo ameno, e tornare anche più uniti di prima. Ognuno aiutava gli altri, anche inconsapevolmente.

Solo una cosa cambierei di questi cinque anni di liceo: riportare indietro il nostro docente di lingua inglese, Michael, il quale ci ha lasciati improvvisamente alla fine di un freddo ottobre dell’ultimo anno di liceo, dopo cinque anni insieme. L’unico che si preoccupasse di tenere unita una classe, tentando di risolvere il tutto con una pizza insieme. L’unico con il quale ogni singola parolaccia o scommessa era lecita. L’unico con il quale si potesse parlare liberamente. L’unico professore in grado di contattarti su Facebook durante una lunga assenza scolastica causata da febbre alta e infezioni varie chiedendoti cose tipo “Allora? L’hai infilata la supposta su per il culo?” facendoti sbellicare dalle risate. L’unico che amava raccontarti dei suoi viaggi all’estero, delle esperienze di vita fatte e dei bambini poveri del Congo.

Che i lettori mi perdonino per questo lungo e forse noioso sproloquio, ma quando mi si è posta la possibilità di raccontare questi miei cinque anni di pura vita, non ho saputo tirarmi indietro. Che i lettori mi perdonino per qualche errore grammaticale, ma questo è quello che mi succede quando inizio a scrivere con il cuore. Che i lettori mi perdonino per aver parlato più dei fatti miei piuttosto che della scuola italiana.

La scuola è anche e soprattutto questa: sentimenti, cambiamenti, maturità. La maturità non si raggiunge con un 100 e lode ma con il coraggio di rialzarsi da ogni singola caduta e affrontare a muso duro ogni difficoltà posta davanti. Oramai non credo più al fatto che la scuola ci debba accompagnare per mano fino alla vita universitaria, perché sono proprio i nostri errori e quelli degli altri che ci fanno maturare. Paradossalmente, se avessimo vissuto una vita scolastica piena di bei voti, insegnanti super simpatici, sempre pronti a comprenderci e a darci ogni singola spiegazione imboccandoci con un cucchiaino, saremmo pronti ad affrontare le numerose vicissitudini del nostro Bel Paese?

Provengo da un liceo scientifico e tra tutti i principi, teoremi, definizioni matematiche studiate, quella che più mi è rimasta impressa è il secondo principio della termodinamica: l’entropia di un sistema isolato tende a crescere nel tempo fino al raggiungimento dell’equilibrio. Cos’è l’entropia? Il disordine. Noi esseri umani siamo destinati all’aumento del disordine di questo grande sistema isolato che è l’Universo, quindi, come nella dura legge della savana dobbiamo combattere per il sostentamento perché non siamo altro che animali.

Vincenzo Liguoro


Hai anche tu un’esperienza da raccontarci? Scrivi a partedeldiscorso@gmail.com con oggetto “Vita da liceale”. La tua storia potrebbe essere pubblicata.

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