Stop The Bombing: il nuovo, esplosivo album dei 7 Training Days

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La copertina di Stop the bombing

La copertina di Stop the bombing

I 7 Training Days nascono dieci anni fa nel Lazio, e iniziano quasi subito a calcare le scene dei locali indie/underground della loro regione. Simone, Antonio, Giovanni e Daniele dimostrano da subito una grande determinazione e nel 2010 registrano il loro primo album, In A Safe Place, uscito un anno dopo. Seguirà Finale/Forward, Ep che anticiperà il secondo vero lavoro della band: Wires.

Le recensioni sono eccellenti, i tour e il pubblico regalano soddisfazioni e il gruppo sembra procedere con l’esplorazione di sempre più generi, soffermandosi infine sul rock sospeso tra gli anni ’60 e ’70, quello dal suono graffiante e deciso. Wires segue esattamente questa linea ma successivamente porterà la band a chiedersi quali altri territori attendono di essere esplorati e testati. Così nasce Stop The Bombing, album dal titolo tristemente evocativo di una situazione attuale quanto problematica, che lascia spazio alle prime sperimentazioni di fiati e tastiere.

Il disco prende forma tra l’estate e l’autunno del 2015 e la data ufficiale di uscita è prevista per l’11 aprile 2016. 

Stop The Bombing è una richiesta, una denuncia e una provocazione che torna musicalmente indietro di qualche decennio, quasi ispirato dall’oscuro periodo americano a cavallo tra il 1969 e il 1974: il periodo delle manifestazioni, delle proteste, dei cartelli, del terrorismo.

La copertina è vivace, colorata e facile da riconoscere. Lo stile di base è sempre quello Indie-Rock con una punta di alternative, ma il lavoro complessivo è così ricco di sfumature che trovo sia limitante racchiuderlo in delle etichette.

Awareness è una partenza che più rock non si può, la contraddistinguono un ritmo e una voce sicuri, impossibili da non apprezzare.
Si continua con A Waste Of Gold, anche questa ritmata, piacevole, il cui messaggio sembra essere che lasciar andare qualcosa, ripartire da zero, a volte è la scelta migliore.
White Lies è malinconicamente introspettiva, per tutta la canzone sembra si aspetti di raggiungere una liberazione finale. E la liberazione, infine, arriva: “Freedom, freedom, freedom is shining”. Sembra quasi un augurio, una speranzosa promessa.

E poi, finalmente, eccola: Stop The Bombing. Un video al contrario, un video parzialmente in bianco e nero, un video provocatorio che fa da sfondo a una canzone incredibile. “I have my faults as you have your mistakes, now that we have put it on paper, we can dance again”. Speriamo che si possa davvero, ballare di nuovo.

Lightway si distanzia completamente dalle tracce precedenti: ha un qualcosa di onirico, ispirato dalla dolcezza della chitarra e da un’atmosfera nostalgica. Riesco a immaginarmela, questa canzone, nella scena finale di un film americano in cui la macchina del protagonista costeggia il mare al tramonto. Una conclusione in sospeso. 
Hurtgame ci riporta alla realtà con un’unica, indiscussa protagonista: la batteria. Il genere ricorda vagamente quello dei The Kooks e ciò non può che essere un punto a favore della traccia. Segue Fuzz In Your Head, confusionaria come evoca il titolo, con un ritornello dal forte e graffiante sapore rock.

Poi, dal nulla, il gelo. If Winter Comes è poco più di un minuto di introduzione a un ambiente inclemente, caratterizzato da qualche nota volutamente sgraziata ma soprattutto dall’arrivo delle trombe, le quali producono un’armonia conclusiva perfetta.
Si finisce con Red Ocean/Blue Ocean: questa canzone, nei suoi sei minuti e tredici secondi, nella sua ripetitività e nella sua armonizzazione vocale multipla, potrebbe raccontare una storia. Non sono riuscita a decidere quale, ma sono certa che riuscirebbe ad evocare qualcosa nella coscienza di ogni suo singolo ascoltatore.

La mia impressione finale è che la decisione, la passione e la meticolosità di questa band siano palpabili in ogni singola canzone. L’album presenta una maturità musicale notevole e al tempo stesso quasi impossibile da emulare, ma d’altra parte è difficile che qualcosa di così curato riesca poi male. Queste canzoni esistono per “sbrogliare la matassa di non detti” o di “detti male”, servono a dare una seconda possibilità a noi stessi e alla verità che avremmo voluto raccontare e raccontarci.

Faccio molta fatica a credere che questo album possa deludere qualcuno, quindi vi consiglio caldamente di dare una possibilità al terzo lavoro di questi ragazzi: vi sorprenderanno. Appuntamento all’11 aprile, dunque. Non mancate!

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Melissa Vitiello

Melissa Vitiello

22 anni, tra Napoli e Istanbul. "Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita", diceva Sylvia Plath.

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