Storie da Pub #02: Non porgete l’altra guancia

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Shaun, il Personal Jesus del pub

Shaun, il Personal Jesus del pub

Siamo solo al secondo capitolo, ma la mia routine è ormai già consolidata: dieci domande di base per ogni habitué che intervisto, poi le altre dieci (o più) vengono da sé, solitamente influenzate dalla personalità dell’intervistato.

Dopo aver raccolto almeno cinque testimonianze, pensavo veramente di non trovare più sorprese nel mio cammino… finché non ho incontrato Shaun, altresì conosciuto come il Gesù personale del pub.

Trentaduenne gallese, Shaun passa le sue giornate a sorseggiare birra e trovare un modo per trasformare l’acqua in vino («sai che figata alle feste?!»), senza, per il momento, grandi risultati.

Tutti lo conoscono e nessuno perde mai occasione di farsi un goccio con lui – forse perché è un gran bevitore, o forse perché è la persona più calma, adorabile e gentile che potreste mai trovare.

Composto al novanta per cento da birra, storie di feste con finali inaspettati, battute a sfondo sessuale e scherzi alticci, Shaun è l’uomo giusto per strapparti un sorriso in una triste giornata di pioggia… l’importante è trovarlo al bancone, probabilmente mentre chiacchiera con una delle bariste.

E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dalla sobrietà.

Un aspetto interessante dell’intervistare diverse persone in un determinato ambiente è sapere la loro opinione e il loro punto di vista circa l’argomento trattato. Ho sentito molte variazioni sul tema, molte spiegazioni sul perché abbiano scelto proprio questo pub.

La risposta di quest’habitué è corta e diretta: «Aveva una bandiera irlandese attaccata alla finestra. Mi è bastato». Ed è vero, gli è bastato. Dal primo giorno in cui ha messo piede in città.

Shaun vive in Bulgaria da ormai sette anni, o come dice lui, «sette anni più o meno»: nonostante si sia trasferito a Sofia nel 2009, non è sempre rimasto in capitale.

Mi dice che non è la prima volta che decide di cambiare vita all’ultimo secondo e che le ragioni per cui lo fa… le ha dimenticate.

«Ogni volta che mi sono trasferito, l’ho fatto in dopo-sbronza. Mi sono semplicemente svegliato dopo aver fatto baldoria tutta la notte e ho deciso “meh, perché no?”» spiega, dondolando sullo sgabello del bancone. «Bastano quei due minuti di sobria lucidità per capire se vuoi veramente rimanere qua o cambiare vita» aggiunge poi. «Come vedi, però, qua ci sono sempre tornato».

Da un colpo di tosse, poi abbassa un po’ il tono di voce e mi confessa che «non è solo la sobrietà ritrovata… diciamo che potrei aver fatto qualche stronzata la sera prima».


Ogni volta che mi sono trasferito, l’ho fatto in dopo-sbronza. Mi sono semplicemente svegliato dopo aver fatto baldoria tutta la notte e ho deciso “meh, perché no?”


Shaun è il tipo di persona che «ha dopo-sbronze che durano tre anni», che vive la vita sul momento e che non vuole che alcuna preoccupazione entri nella sua routine quotidiana. Ma come ha trovato il McCarthy’s?

«Insieme a Cristoforo Colombo» risponde, poi ride da solo alla sua battuta.

La verità è che, come molti, ha bisogno di una routine, di un locale che può considerare suo ogni giorno. Perché «è così che si dovrebbe descrivere un pub: una casa in cui vieni invitato, e non un posto in cui semplicemente vai a bere una birra».

È il primo a presentarsi durante il giorno e l’ultimo ad andarsene dopo l’ultima chiamata. Anzi, mi corregge, non sempre: solo sei giorni su sette.

L’intervista va avanti da dieci minuti, siamo già a metà delle domande prestabilite, ma lo vedo un po’ nervoso, un po’ distaccato rispetto al solito. Confessa che si sente un po’ a disagio e che ha bisogno di una spinta per andare avanti, al che gli faccio una proposta: prima finiamo le ultime domande necessarie per l’articolo, poi può iniziare a farsi una birra. Devo ammetterlo, pensavo di averlo conquistato, invece Shaun mi guarda con sguardo vacuo per una manciata di secondi, poi scuote debolmente la testa.

«Non posso, dobbiamo fare in fretta, ho altri impegni per oggi» risponde. Rimango stranita, perché Shaun è sempre libero, così gli chiedo se si tratta di lavoro.

«No. Oggi devo ubriacarmi in un altro pub» chiarifica.

La domanda sorge spontanea: sei mai stato sobrio?

«Certo, posso rimanere sobrio per lunghissime quantità di tempo… addirittura ore! Tutti dobbiamo dormire, no?»

Chiude la sua risposta bevendo un sorso di birra, poi inizia a raccontarmi tutte le avventure che ha passato al pub – implorandomi, però, di non riportarle nell’articolo: il proprietario è un suo caro amico, e le cose che ha fatto potrebbero destabilizzare il loro rapporto. Poi ci sono quelle più leggere, come quella volta che, vestito da Gesù, ha minacciato un cliente insolente di appenderlo al muro a quando si è auto proclamato buttafuori del pub, dicendo che è nei suoi compiti allontanare la gente attaccabrighe – ma solo al secondo richiamo, perché «Cristo dà sempre una possibilità di redenzione». Mi ha svelato anche il suo lavoro, che non dice mai a nessuno: «In realtà sono Batman, ma ispirato da James Bond. Posso esserlo solo se ho bevuto, perché diciamocelo, hai visto cosa può fare 007 dopo un Vodka Martini? Impressionante».

Lo ringrazio per il suo lavoro come vigilante, realizzando ora come mai non c’è così tanto crimine a Sofia. Prima di lasciarlo andare, però, gli chiedo se quella sera andrà al Gala di Beneficenza organizzato dal proprietario del pub.

«Certamente» risponde, battendo il palmo della mano sul bancone.

«Legalmente?»

«Nah, non penso. Sono un professionista a imbucarmi alle feste!»

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Denni Galliussi

Denni Galliussi

Ventun'anni di "è intelligente ma non si applica", studentessa precaria residente in Bulgaria. Ama la musica, il cinema e la lettura. A volte cerca di scrivere e fallisce miseramente, ma continua a farlo nonostante tutto. Conosciuta anche come la Max Black dei poracci, è felicemente fidanzata con una bottiglia di Tequila Silver.

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