Una giornata con Amnesty

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Essere parte di Amnesty significa essere parte di qualcosa di grande, di una realtà che ti rende cosciente del fatto che ogni minimo sforzo può cambiare l’esito di una campagna – e, di conseguenza, le vite di tantissimi. Questo è il motivo per cui il lavoro di ogni volontario finisce sempre per essere molto più che minimo: perché se un piccolo gesto, come una firma, può migliorare il mondo, allora chissà cosa è possibile ottenere facendo qualcosa in più. Non a caso si preferisce chiamarli attivisti, più che volontari.

Da poco sono una di loro e non ho potuto evitare di trascinare l’intero staff del sito in questa avventura. Dopo il primo rinvio, finalmente il 17 aprile abbiamo incontrato i ragazzi e le ragazze del Gruppo Napoli  e abbiamo condiviso con loro un’esperienza indimenticabile e soprattutto pratica. Sotto uno stand giallo che filtrava la luce del sole, tingendo dello stesso colore chiunque e qualunque cosa ci sostasse, abbiamo dato la possibilità ai passanti che affollavano la (troppo) soleggiata via Toledo di firmare una petizione contro i matrimoni precoci nel Burkina Faso e di sostenere la campagna social dedicata al caso di Giulio Regeni.

Lo ripeto: abbiamo dato la possibilità. Chi ha avuto esperienze di lavori (che siano di volontariato o meno non ha importanza) svolti a stretto contatto col pubblico, e con pubblico intendo quello della strada, sa che è molto più facile incontrare persone che non hanno la gentilezza di dedicarti dieci secondi del loro tempo che altre disponibili ad ascoltare ciò che hai da dire. Lo avevamo sperimentato, noi di Parte del discorso, in tante occasioni e ne abbiamo avuto conferma in questa. A lasciarci un ricordo decisamente migliore e a riempirci di gioia, però, sono quelle persone apparentemente restie che invece decidono, contro ogni aspettativa, di seguirti e firmare; quelli che buttano il gelato che stavano mangiando e afferrano la penna, quelli che cercano di andare via ma poi capiscono che il problema è serio e urgente, quelli che ti trattano uno schifo e ti fanno venire ancora più voglia di continuare anche solo per non dargliela vinta. Infine, anche quelli, soprattutto stranieri, che ti dicono “Ho già firmato: sono di Amnesty”.

Basta il nome a ricordarlo: Amnesty International. Finché non senti una turista inglese dirti che anche lei fa nel suo Paese quello che fai tu in Italia, però, non puoi essere davvero cosciente della grandezza del progetto. Soltanto quando entri in contatto con chi, come te, si attiva ogni giorno per la conquista di pari diritti e opportunità per tutti capisci che forse non è così folle pensare di poter convincere sempre più persone a fare ciò che è giusto e a credere nel fatto che si possa davvero cambiare il mondo insieme.

Non ci fermeremo di fronte a un singolo no, perché per ogni persona che si rifiuta di guardare il mondo che va oltre la propria bolla isolata c’è qualcuno che invece è pronto ad aprire il cuore al dolore di uomini, donne e bambini che popolano il resto del mondo e che vivono e soffrono attorno a noi, ogni giorno; qualcuno pronto a dire “Sì, lo vedo e non posso ignorarlo”.

Ti va di essere quel ?

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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