Bagnoli Jungle: il gusto estetico di Capuano al di là del bene e del male

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Un frame di Bagnoli Jungle

Un frame di Bagnoli Jungle

È passato quasi un anno dalla Mostra del Cinema di Venezia (otto mesi a voler essere precisi) ma ancora oggi, nonostante il clamore suscitato dal film sulla laguna, Bagnoli Jungle di Antonio Capuano non ha distribuzione. E solo dopo aver ammirato l’ultimo lavoro del cineasta napoletano che ci si rende conto che siamo ai limiti della barbarie.

La sala dell’Astra è stracolma e, prima della proiezione, gli attori protagonisti si presentano, insieme al regista, raccontando qualche retroscena soprattutto sulla “follia creativa” di Capuano. E effettivamente Bagnoli Jungle è esattamente quello: lucida follia creativa. Le storie di tre uomini qualunque nel quartiere della periferia ovest del napoletano, con il mostro dell’Italsider che incombe a far da sfondo alle vite modeste dei personaggi che abitano il quartiere. Una narrazione ossessiva, quasi asfissiante sui protagonisti che si dividono la scena in tre capitoli: Giggino, il ladro con il passepartout; Antonio, il vecchio libidinoso ex dipendente della fabbrica; Marco, il ragazzo del salumiere e le sue innocenti evasioni. Gli anti-eroi di Capuano non fanno gola, non creano uno spirito di emulazione, nessuno li condanna perché lo stesso regista non li condanna, sono completamente calati nel loro contesto e ci stanno bene, senza sensazionalismi o pietismi.

Più volte qualcuno si è giustamente indignato riportando in auge anche il discorso, che va tanto di moda, sulla bonifica e sulla situazione di Bagnoli. Ben venga qualsiasi tipo di tentativo di “vendere” il prodotto ma – attenzione, ci tengo – guai a parlare di denuncia. La volontà di Capuano non è assolutamente quella di denunciare nulla, il suo è “solo” un altissimo senso estetico per quello che forse è il mostro post-industriale più affascinante del globo. Ponti in ferro abbandonati che finiscono nel mare di Bagnoli, tramonti mozzafiato, la collinetta di Posillipo alle spalle e le vite di personaggi qualunque rese interessanti unicamente dalla loro essenza. Quando si parla della depressione vissuta dal cinema italiano negli anni ’90 ci si dimentica, colpevolmente, del genio visionario di Capuano. L’unico, vero, avanguardista di quegli anni.

Solo uno sguardo intellettualmente superficiale e lontano da quella realtà potrebbe politicizzare Bagnoli Jungle. Solo chi si sorprende quando gli raccontano cos’è quel quartiere, e cosa è diventato, può vederci una denuncia e mai come in questo caso mi viene in aiuto Pasolini con la sua famosa “Chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, anche male informato”.

Chi ha vissuto quel degrado, chi ci è nato, se lo porta dentro e ha un’idea della bellezza completamente distorta da quella dei canoni classici. Solo chi ritrova la poesia tra le rovine in ferro, i bidoni della spazzatura e le parolacce scritte sui muri, perché se le urli nessuno ti sente, può emozionarsi di fronte alla sublime scena nella quale Sara balla per Marco tra i cassonetti, con Stravinskj che esce da uno smartphone. Ed è quando la musica si trasforma da diegetica in extradiegetica che prende vita quella post-modernità che meglio di chiunque altro Capuano ha saputo rappresentare, avvertendo la necessità di mostrare, nella crudezza della realtà, l’onirico, l’arte e il mito, perché – a detta dello stesso regista – anche questi elementi fanno parte della nuda e sporca realtà che ci circonda.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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