Holi Festival come pittura d’azione: sul colore e la vita

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Holi Festival © partedeldiscorso.it / Giulia Lauro

Holi Festival © partedeldiscorso.it / Giulia Lauro

La vita è una questione di colori. Lo diceva anche Danny Kaye e lo aveva capito Pollock, quando traduceva l’esistenza nella sua accezione più forte – quella dell’azione – in atto puro e irripetibile, dunque in evento. L’hanno sicuramente intuito anche gli induisti, che proprio con la festa del colore celebrano la convivialità e la vittoria del bene sul male. Questa tipica celebrazione viene replicata nell’ambito del Festival dell’Oriente dal sempre più noto e frequentato Holi Festival, dove la festa religiosa viene rivisitata nel rispetto delle sue intenzioni: creare un momento di unione e condivisione.

L’atmosfera che si crea potrebbe essere banalmente definita come “magica”, ma non è questa la descrizione più pertinente. Quello che l’Holi Festival crea è un’aspettativa che poi, nella pratica, si traduce in atto, in evento, esattamente come accade per il colore nella pittura d’azione. Chi partecipa all’Holi investe un’emozione destinata poi a diventare azione e la tela su cui dipingere ha dimensioni enormi, sconfina dai volti al cemento, dagli abiti all’aria stessa. Tutto diventa colore e, conseguentemente, diventa vita. Più che una magia, l’Holi Festival si può definire una tensione, al contempo fisica ed emotiva.

Un grande errore sarebbe considerare questo come un festival di musica. Non è possibile esprimere alcun giudizio in merito, che sarebbe poi del tutto fuorviante rispetto all’essenza dell’evento e all’idea che ne è alla base. Si parla di suono più che di musica, di stimolo e incitamento più che d’ascolto. L’Holi Festival è in realtà solo un’esaltazione, lo spirito di uno slancio vitale che non può e non vuole escludere nessuno (asmatici a parte). Come il colore, la vitalità si spande ed entra in ogni cosa: è nel corpo, nell’aria e vuole diffondersi. Deve diffondersi.

Lo spirito alla base dell’Holi è un’assoluta contrarietà alla repressione della gioia, ma anche della rabbia, del fastidio, dell’insofferenza. È il festival della vita come evento, della vita come attimo. Insomma, della vita in quanto vita.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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