La solitudine di Pericle il Nero [ANTEPRIMA]

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In un panorama in cui il cinema italiano sembra volersi affacciare al genere, interessante esperimento in questo senso è Pericle Il Nero. No, Riccardo Scamarcio non è “Il Nero” di Romanzo Criminale, questa volta lavora per la camorra, ha le sopracciglia folte e uno stile che non smentisce il suo soprannome.

Voglio aggiungere che non ci saranno spoiler di alcun tipo, perché lo scopo di questa recensione non sarà altro che sollecitare la vostra curiosità nell’andare a vedere l’unico film italiano in concorso a Cannes quest’anno.

L’ambientazione, diversa dalla Napoli descritta nell’omonimo libro di Ferrandino, è franco-belga e questa scelta è dettata dalla precisa volontà del regista e degli sceneggiatori di far trovare il protagonista in un non-luogo, in un contesto sociale di immigrati ed emigrati, decentrando così l’attenzione dalla questione camorra per focalizzarsi sulla solitudine del protagonista.

Il protagonista, Pericle, è fragile, avvolto in una condizione di abbandono, un adulto rimasto all’età dell’adolescenza, dotato di un “talento naturale”, che gli consente di concludere sempre i suoi lavori per don Luigi, suo capo e unico punto di riferimento. È un personaggio amorale, che compie un percorso di crescita grazie ad Anastasia, interpretata da Marina Foïs, di cui si conosce poco, ma che gli farà sognare per la prima volta un prototipo di famiglia. Pericle è inoltre bestiale, non solo nei modi di agire, ma anche per le armi che utilizza: sono armi improprie che trova nel luogo in cui si trova; la sua unica arma rimane la sua “dote naturale”.

Se da una parte il personaggio di Scamarcio agisce in tal modo, dall’altra egli si contorna di un ambiente criminale da cui è per lui difficile sfuggire e che di lui si beffa. È una criminalità misera e cieca del potere acquisito. Le storie raccontate all’interno del film hanno inoltre una base di realtà (si veda la storia di Signorinella e le vicende familiari di Pericle stesso, entrambe provenienti dall’ambiente camorristico).

La sceneggiatura di questo film, che si presenta come adattamento di un romanzo, è stata scritta da due donne (Francesca Marciano e Valia Santella) ed è veramente singolare il fatto che siano proprio delle donne a raccontare di un uomo calato in un’ambientazione puramente noir. Perché se è di noir che si tratta, è giusto evidenziare che le ambientazioni e i colori del film rispettano perfettamente il genere, anche se con le dovute aggiunte autoriali: una parte centrale, più “colorata” (la parte in cui ci si presenta Anastasia) e un finale, nuovamente noir, ma questa volta più teatrale e molto drammatica.

È dunque un percorso di maturazione, di crescita, di uscita dalla solitudine e dalla condizione sociale, che affligge il protagonista. È una storia tanto vera quanto più ci estraniamo dal contesto, per cogliere dettagli, che un occhio poco attento potrebbe definire secondari. È infine un altro buon esperimento per far uscire l’Italia dalla condizione di solitudine in cui versa il suo cinema per allargarsi sempre più a un panorama al di fuori dai suoi confini (e chi vuol cogliere una similitudine, la colga).

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