L'arte della rivoluzione

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La rivoluzione è facile se sai come farla

La rivoluzione è facile se sai come farla

La rivoluzione è facile se sai come farla è uno spettacolo teatrale itinerante che sta raccogliendo il meritato successo nelle maggiori città italiane. Lo spettacolo vede in scena Nicola Borghesi, Paola Aiello e Lodovico Guenzi (frontman del gruppo elettropop Lo Stato Sociale), il tutto accompagnato dalle musiche della band bolognese e magistralmente diretto dallo stesso Nicola.

Nel 2014, Nicola crea il Festival 20 30, con lo scopo di mettere sotto i riflettori i talenti italiani di questa età e, contemporaneamente, di riportare in voga il teatro tra i più giovani. Daniele Rielli, meglio noto come Quit The Doner, partecipa alla prima edizione come scrittore. È dall’incontro tra Nicola e Daniele che nasce questo progetto, che andrà ampliandosi fino a divenire l’attuale compagnia Kepler-452.

Lo spettacolo parla di rivoluzione – una prospettiva tanto lontana dalle vite dei giovani di questo Paese – ed è intercalato dalle definizioni del termine secondo il vocabolario Treccani: il moto di un corpo intorno al suo centro gravitazionale o la sovversione violenta dei rapporti di forza.

La commedia descrive, autoironicamente, il trentenne medio italiano: laureato, senza lavoro, con un sogno nel cassetto che stenta a realizzarsi malgrado l’impegno e il passare degli anni, stanco di andare al solito pub a bere la solita birra con i soliti amici, e che guarda Breaking Bad perché «oggi il grande cinema passa per le serie tv». Un aspirante scrittore e una drammaturga si trovano a dover affrontare le logiche malate del sistema di produzione italiano, criticando aspramente quelli che sono i fautori della «peggiore politica culturale dell’Occidente».

La rivoluzione è facile se sai come farla è uno spazio in cui si perde il contatto tra il mondo onirico e la realtà e in cui lo spettatore viene catapultato senza poter rendersene conto. Un mondo fatto di sogni, ansie, delusioni e immagini che solamente un trentenne disoccupato in botta di Tavor sarebbe in grado di partorire: una tranquilla piazzetta costellata dai tavolini dei bar si trasforma in uno scenario paradossale in cui appaiono una montagna di mamme pronte ad abbracciarci, una montagna di ragazze carine che «non ce la daranno mai, ma forse un bacio ci scappa», fino alla piscina di caffè, con tanto di schiuma in superficie. Alla fine dello spettacolo, i due giovani talenti conseguiranno la vittoria, che ha, però, il retrogusto amaro della sconfitta.

Lo spettacolo non è un tutorial per ricreare la Parigi del ’68, né tantomeno è da esempio ai giovani artisti italiani.

La rivoluzione tanto agognata dai protagonisti dello spettacolo non avviene. Non in loro, perlomeno.
È lo spettatore – soprattutto se un aspirante artista – a vivere una rivoluzione interiore, che muove i suoi primi passi nella pancia, brucia i polmoni e risale per la gola fino ad esplodere in un grido: “BASTA!“.

Basta accontentarsi, basta scendere a compromessi, basta piegarsi alla volontà altrui, basta abbassare la testa, basta farsi tagliare le ali e tagliarsele da soli.

È finalmente arrivato il nostro turno, ed è il momento di fare la rivoluzione.

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