«Prima di un compito in classe prendevo calmanti»

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NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI (Agenzia: WEBPHOTO)  (NomeArchivio: 03515jgu.JPG)

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Arrivai agli sgoccioli della scuola media statale e non sapevo ancora quale strada intraprendere. Tutto questo ebbe inizio cinque anni fa. Essendo ancora incerta su cosa voler fare nella vita, mi catapultai in modo irrazionale nel “mondo” del liceo scientifico, scelta forse sbagliata o forse no. Ricordo ancora il primo giorno che misi piede fuori a quella scuola: una folla di alunni che aspettava impaziente di conoscere la propria sezione, chi si conosceva da una vita e chi scambiava una parola con nuove persone. Improvvisamente sentii pronunciare il mio nome: ero capitata proprio nella sezione A, quella “raccomandata”, anche il destino giocava a mio sfavore?

Entrai in aula, mi sedetti da sola, ero timida ma allo stesso tempo curiosa, mi guardavo intorno, qualcuno era già conosciuto, qualcuno era per me totalmente nuovo; sembravano persone tranquille, i classici adolescenti, tra una maggioranza di maschi e una minoranza di femmine la classe era formata!

Nei giorni seguenti iniziai a conoscere tutti i professori: la maggior parte anziani, pochissimi quelli “giovani”, ma tutti parevano avessero esperienza del proprio settore. Non sapendo ancora quale metodo di studio adattare per questa nuova scuola, finii il primo anno con un recupero, per fortuna concluso in modo positivo.

Successivamente, tutto iniziò a complicarsi. Sarà stata la cattiva compagnia o il metodo esigente e oppressivo degli insegnati, ma non ero più invogliata ad andare a scuola. Ho tanti ricordi negativi della vita da liceale, forse tutti, tanto da avere ancora gli incubi la notte, da sentire la voce penetrante e cupa dei prof.

Arrivata al terzo anno, io non volevo più mettere piede in quella scuola: tanti ragazzi “raccomandati” che la facevano sempre franca davanti a un 2, tanti “Non ho studiato” giustificati solo perché era figlio di un dottore o architetto, mura bagnate per la cattiva mano d’opera. I professori correggevano i compiti solo vedendo il nome e cognome dell’alunno che l’aveva svolto e senza nascondersi troppo cedevano all’arruffianamento palese di molti alunni; tanti aiuti chiesti ma mai ricevuti, tanti pianti solo perché non eri figlio di nessuno.

Studiavo sempre, mai avuto una lezione o un compito arretrato, mai un’assenza, mai un impreparato: ma tutto ciò non è servito a essere apprezzata dai prof, tanto da arrivare a sentirmi dire “Tu non hai studiato” oppure “Hai fatto poco”. Io, che prima di un compito in classe prendevo calmanti, io che rinunciavo alle passeggiate pomeridiane per studiare un filosofo morto da decenni o per tradurre una versione di latino, io che scrivevo riassunti lunghi metri per ricordarmi le cose più importanti, io che facevo schemi ovunque pur di capire al meglio un concetto.

Quattro anni passati da estranea in quella classe, compagni che non meritavano di essere chiamati “amici”, che non ti invitavano per un aperitivo, per una serata al cinema, compagni che si ricordavano del tuo nome solo per farsi passare appunti o suggerimenti durante una verifica, compagni che non ti aiutavano nel momento del bisogno, ma che pensavano solo ed esclusivamente al loro essere meschini.

Quattro anni in cui sono sempre stata in tensione, arrabbiata e nervosa, quattro anni che mi hanno fatta sprofondare negli abissi, quattro anni che mi hanno intasato la testa, quattro anni che mi hanno fatto odiare la scuola e la voglia di studiare. Ma il bello arriva all’ultimo: quinto anno da liceale, la maturità!

Per me ormai maturità corrispondeva a “libertà”, voglia di intraprendere una strada che non sia simile a quella vissuta, piena di ostacoli e incertezze, piena di dubbi e fosse. Tesina pronta, riassunti a portata di mano, il giorno era arrivato: per concludere in bellezza, una commissione esterna bastarda, che ti chiedeva l’impossibile e che non si accontentava del lavoro svolto, ma cercava il modo di farti sprofondare lì, davanti a tutti; una commissione che non capiva la tensione o l’ansia che si prova in quel momento, che giudicava il tuo essere solo in quella mezz’ora e non s’importava del lavoro reso durante gli anni.

Quando me ne andai, avevo soltanto ingiurie per loro e per quella struttura. Finalmente diplomata, finalmente libera da quel carcere, da qual manicomio, da quelle mura orribili: ma di una cosa ne sono grata, di essere diventata una blogger e una giornalista di moda vintage, felice di aver raggiunto qualcosa nella vita, felice di non aver mollato e di andare oltre alle cose sbagliate che si vedono, felice di non essermi arresa al primo ostacolo, felice di credere in qualcosa e di prendermi i meriti che mai nessuno mi ha dato in quei cinque anni, felice di non dare soddisfazioni a chi non credeva in me, a chi diceva che non valevo niente, orgogliosa di me stessa e di ciò che mi sono costruita da sola.

La scuola italiana va cambiata dalle basi: dall’organizzazione della struttura, dalle classi ristrutturate. Basta alla pioggia in aula, basta ai termosifoni o ai condizionatori rotti, basta alle poche sedie. Ovviamente poi tocca ai professori: basta opprimere gli alunni, basta trattarli come dei muli o come esseri insignificanti, basta trasmettere terrore o paura, basta fare preferenze. Deve esserci più uguaglianza e più armonia, più passione nel fare il proprio lavoro.

Prima di intraprendere una strada, cercate di capire bene se sia quella giusta, se sia davvero quella che fa per voi!

Ivana Avitabile


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