Essere un filmaker a Gaza

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Lezione di videomaking al Media Center delle donne di Gaza

Lezione di videomaking al Media Center delle donne di Gaza

Ci sono diversi modi di fare resistenza: uno è quello di reagire e di dimostrare di essere più temibile di chi ti attacca, avendo dalla propria parte un solido progetto di pace, una possibilità però non sempre applicabile; un altro è quello adottato a Gaza di non lasciare che la guerra possa minare il tuo equilibrio quotidiano, anche se ti tolgono l’elettricità, se rendono il tuo lavoro impossibile, se ti impediscono di uscire da un territorio 360 km² in cui convivi con più di un milione e mezzo di abitanti (per darvi un’idea pratica delle dimensioni dell’area e del suo sovraffollamento: la regione Campania – prima per densità in Italia – ha una vastità di circa 13 670 km² e quasi sei milioni di abitanti, il che significa che la densità della Striscia è circa dieci volte superiore).

La resistenza gazawa parte proprio da qui: dai pescatori che continuano a lavorare, pur entro un limite di sole sei miglia dalla costa e con la marina israeliana sempre pronta a sparare, da chi continua a coltivare fragole e fiori ormai impossibili da esportare, da chi frequenta ancora l’università. Come i ragazzi dell’al-Aqsa University, che hanno avuto l’occasione di frequentare un corso di fotografia e videomaking tenuto da Valerio Nicolosi e altri professionisti dell’Associazione Nazionale Filmakers e Videomakers Italiani. Sono arrivati lì e hanno chiesto: «Non raccontateci la guerra, raccontateci Gaza».

Il desiderio è stato prontamente esaudito. I ragazzi hanno mostrato il parco giochi (a tema Jurassic Park, tra l’altro), il porto, gli attimi di normalità che continuano a esistere nella vita dei gazawi. Le foto degli studenti sono tutto ciò che della Striscia, qui dove di queste zone vediamo soltanto immagini belliche da notiziario, non era immaginabile. Ci lasciano vedere le persone con i loro legami intimi, le realtà quotidiane e i bambini, come spesso è stato fatto, ma questa volta al parco giochi.

Provate ad avviare una ricerca su Google con le parole “Gaza bambini”: il primo suggerimento dato dal motore di ricerca è “Gaza bambini morti”, seguito da “Gaza bambini uccisi”. Le immagini che ne vengono fuori sono quelle dei pianti, delle ferite, delle mutilazioni, delle urla. Una realtà che non va negata, anzi. Quello che di sordido succede a Gaza deve essere ancor più di quanto non lo sia già al centro dell’attenzione pubblica internazionale, ma ciò che gli abitanti della Striscia mostrano del loro mondo ci fa riflettere sul potere immenso che hanno i media di mostrarci una parte – importantissima, ma una parte – della realtà e di nasconderci tutto il resto. Non senza ragioni, ovviamente, ma proprio perché conosciamo la condizione gazawa questi scatti semplicissimi e che normalmente ci apparirebbero banali qui diventano una rivoluzione. Perché qui sono la rivoluzione. Almeno ai nostri occhi.

Durante il soggiorno anche Valerio non ha potuto fare a meno di fotografare Gaza: i suoi scatti, pubblicati nel libro Be Filmaker a Gaza, sono il quadro di una città che vive su sfondi post-apocalittici, di persone che resistono con alle spalle cumuli di macerie. È lo stesso mondo filtrato dagli occhi di un forestiero, che vede la normalità e se ne stupisce, ma non riesce a escludere dal campo anche lo scenario inedito della distruzione, il contrasto tra un popolo vivo e un mondo che cade a pezzi a circondarlo, in cui i campi profughi sono diventati popolosi quartieri.

La città svuotata perde il suo fascino, rimangono lo scheletro dell’assedio e gli spari a fare da sveglia, ma a essere sempre piena rimane l’università, fatto che sta un po’ a dimostrare il fatto che in ogni contesto – in quelli decadenti in particolare – ci sia sempre la possibilità di ricostruire partendo dalla cultura, dall’arte, dalla conoscenza. Non è solo il caso dei ragazzi che con entusiasmo riempono le aule e mettono in pratica gli insegnamenti messi a loro disposizione, ma anche di chi decide di raccontare la propria città con la musica. Lo fa ad esempio MC Gaza, rapper per cui Nicolosi ha girato un videoclip musicale durante la permanenza nella Striscia (video in fondo, ndr), insieme ai ragazzi che delle macerie hanno fatto la piattaforma perfetta per il parkour.

L’esperienza di Nicolosi non si limita al solo insegnamento: c’è il viaggio verso Sud, dove la guerra ha fatto percepire di più la sua presenza e ormai rimane ben poco. Quelli del confine egiziano sono però anche i luoghi dove regna la maggiore dignità; neppure i bombardamenti sono riusciti ad abbatterla. “Perché se non si ha paura anche a Gaza ci si può sentire a casa“.

L’intero viaggio è raccontato in Be Filmaker a Gaza e grazie al ricavato delle sue vendite verrà finanziato un secondo corso nell’università di al-Aqsa.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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