Fight Club, il grido al risveglio di Palahniuk

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Dettaglio della copertina di Fight Club

Dettaglio della copertina di Fight Club

“Prima regola del Fight Club, non parlare mai del Fight Club”.  Un codice da rispettare, una legge da non violare e un dovere da eseguire.  In questo modo Chuck Palahniuk, tra minimalismo e nichilismo, ci invita, anzi, ci obbliga a far parte di questo nuovo mondo percosso da sangue e ombre, una lotta che va oltre la lotta, per arrivare a scandagliare le farse dell’essere umano.

Vagabondando tra gli scaffali di una libreria, lo trovai dimenticato dal tempo e dalle dita di disinteressati lettori con una copertina che ci dà fin da subito l’idea di un libro rude, sovversivo. Su uno sfondo nero non si posano né baci di giovani innamorati né creature mostruose, bensì un sapone rosa su cui si erge il titolo: Fight Club.  Quel libro, in quel preciso momento, non mi sembrava avere senso. Ed ecco perché scelsi di comprarlo a primo impatto. In letteratura tutto ha un senso e se non ce l’ha significa che si è costretti a cercarlo, capirlo, viverlo. E quella sfida mi intrigava fin troppo.

Palahniuk, in modo maestrale, disegna un protagonista (a cui non dà nome) “consumato” dalla monotonia della sua vita, da un lavoro che lo aliena e da un corredo Ikea che lentamente lo sta divorando. Soffre di insonnia, frequenta centri per malati di tumori pur essendo completamente sano, scelta dettata dal fatto che solo in questo modo, per un attimo, si libera di quella angoscia che lo attanaglia. Qua incontrerà Marla (non vi aspettate il grande amore) che comparerà a un taglio che si forma sul palato ma che non si può fare a meno di stuzzicare con la lingua, anche se fa male.

“La gente mi chiede sempre se conosco Tyler Durden“, un quesito che si interpone per tutte le pagine tra la storia e il lettore. Il protagonista lo incontra su un aereo per caso, occhiali da sole, giacca di pelle rossa. Un personaggio atipico, che però ha attorno a sé quella strana energia di vita che lo fa diventare terribilmente attraente. Sopravvive producendo sapone. Per il protagonista sembra solo un incontro casuale che ben presto invece si rivelerà fatale. Ritornato dal viaggio, troverà la sua casa bruciata. Tutto ciò che aveva costruito, le sue false speranze e la sua ridicola vita si sgretoleranno in un attimo. Disperato chiamerà Durden. Da questo punto in poi inizierà un vortice di inquietudine e violenza nel quale il lettore, prima spaesato, si riconoscerà sempre di più.

Durden è un guru, un profeta che distrugge e reinventa valori. Fonda con il protagonista il Fight club, un circolo di lotte clandestine in cui non si decreta un vincitore bensì si libera l’uomo da quelle catene sociali che la società gli impone. Nella lotta egli cala la maschera, tra sangue e dolore si riscopre vivo. Proprio come qualche anno addietro Hemingway in Morte nel pomeriggio sosteneva, descrivendo lo scontro tra l’uomo e il toro nella corrida, quella tauromachia dove la morte ha il gusto della vita.

La popolarità aumenta, la curiosità regna sovrana. Tutti sanno cosa è il Fight club, nessuno ne è a conoscenza. Il Fight club diventa prima una setta poi un modo di pensiero che si riversa come onda d’urto sul consumismo, sul capitalismo, sugli inutili insegnamenti dettati dalla moda e dai divi del cinema,  fino al folle piano di distruggere tutte le banche per riportare la società a un equilibrio, a un nuovo inizio. Verso la fine del libro il protagonista capisce che la situazione sta precipitando e cerca Durden. Egli intanto è sparito.

“Mi facevano pena quei ragazzi ammassati nelle palestre che cercavano di somigliare a quello che gli dicevano Calvin Klein o Tommy Hilfiger”. Palahniuk, con enorme consapevolezza, delinea  cosi una generazione inerte e inerme, drogata dal potere della tecnologia, asservita ai dettami della bellezza fisica e rintanata nell’angolo del tedio, tra lassismo e paura. Solo con il dolore, solo con la perdita di tutto si è liberi. E nella lotta, si sa, alla fine nessuno vince. Tutti perdono. Metodi forse troppo nichilisti per educare una nuova società, ma Palahniuk grida al risveglio di quella insonnia di coscienza che sta durando fin troppo, alla libertà che lentamente abbiamo perso o involontariamente donato.

Il finale però non mi sembra giusto dirvelo. Spetta adesso a voi, cari lettori, decidere se entrare in questo turbinio di identità sovrapposte, di pugni e parole avvelenate e soprattutto se riconoscere nel Fight Club un nuovo modello di pensiero che annichilisce il futile e meccanico montaggio di pensiero odierno, dettato dagli altri  e non da noi stessi. Mi raccomando, nel frattempo, non parlate mai del Fight Club.

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Taysier Roberto Mahajnah

Taysier Roberto Mahajnah

Nato a Napoli. 18 anni. Frequenta il liceo classico alla Scuola Militare Nunziatella. Appena può, tra punizioni e marce, coltiva le sue passioni, come il pianoforte, la lettura e soprattutto la scrittura, in particolare la poesia. Ama viaggiare e detesta coloro che appaiono indifferenti alla vita. "Ogni minuto è una scelta. Essere o non essere”.

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