Jb: il nuovo disco di Johnny Bemolle il vagabondo

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Copertina dell'album di Johnny Bemolle

Copertina dell’album di Johnny Bemolle

Johnny Bemolle è un cantautore romano di cui non mi è possibile farvi una presentazione adeguata: di lui si sa poco e niente. È un vagabondo e le sue canzoni sono state ritrovate per caso in una vecchia valigia, ognuna rappresenta un luogo, delle persone, scenari e atmosfere diverse: da qui la decisione di arrangiare e suonare le sue canzoni, mettendole nero su bianco. L’illustratrice Laura Re si preoccupa di interpretare i suoi testi, arrivando a fare del disco un progetto musicale e visivo al tempo stesso.

Così ha fatto, dunque, anche con il suo ultimo album, uscito il 16 giugno 2016: Jb. Ad ogni pezzo del disco, il cui genere di base è il folk-rock, è associata un’illustrazione che la disegnatrice ha realizzato lasciandosi ispirare dalla musica e dall’interpretazione dei testi.

La prima traccia, Johnny, è una presentazione, un ricordo lontano e confuso il cui scenario di fondo comprende una ragazza inglese, la pioggia e del rock ‘n’ roll. La chitarra e l’oboe ci raccontano che Johnny era apparentemente un uomo semplice, senza amici, ma pur sempre un amico.
Segue La breve intro da 45 secondi di East Paris, alla quale ovviamente succede East Paris stessa. È una canzone vivace, a cui fanno da sfondo un ukulele e un violoncello, e racconta di una donna che viveva a Parigi, in una graziosa casa blu dove il tempo sembrava non passare mai.
La successiva è Budapest in the rain, dolce e malinconica come ce la si aspetta.

Granada’s Beggars
si distingue subito, iniziando con il suono evocativo e orientale del Ney, un flauto caratteristico delle zone della Persia e dell’Asia Occidentale. Subentra poi la chitarra ad accompagnare una voce nostalgica e confortante al tempo stesso.
L’altalenante The cripple of Bruges è riuscita a farmi sorridere subito: l’inizio è energico e piacevole ma si perde quasi subito nella malinconia, per poi riprendersi e ricadere nell’esuberanza.

La settima traccia è Scotland, la quale non so perché è riuscita a farmi pensare al romanzo di Jack Kerouac: On the road. Volendo utilizzare una metafora, la definirei quindi “dal sapore polveroso di autostrade americane al tramonto”, non riesco davvero a trovare descrizione più accurata.
L’inizio di The fiddler of Dooney è prepotente e deciso, scandito dal violoncello e da una voce che nel corso del brano racconta il poema di W.B. Yeats.
Il disco si conclude quindi con Last train to Camden, che racconta un’altra storia fatta di lacrime, sorrisi e, naturalmente, di un ultimo treno per Camden.

Ho trovato questo disco davvero originale e soddisfacente, i brani nella loro complessità riescono a evocare orizzonti sfuggenti e ampi, luoghi indefiniti e storie particolari. Pensandoci, forse sarebbe meglio definirlo un viaggio piuttosto che un album.

Jb mi ha emozionata: ho sorriso, ho evocato libri e paesaggi, mi sono sentita piacevolmente coinvolta e un disco che riesce a fare questo non può che essere considerato un buon disco. L’atmosfera vibrante e diversa emanata dal disco lo rende quindi, a mio avviso, un ottimo e consigliato acquisto.

Concorderete sicuramente che l’affare è piuttosto buono: un album per un viaggio.

About author

Melissa Vitiello

Melissa Vitiello

23 anni, tra Napoli e Istanbul. "Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita", diceva Sylvia Plath.

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